Commento al Vangelo del 7 Luglio 2019 – Figlie della Chiesa

Gesù è in cammino verso Gerusalemme, verso la fine della sua vita. La Liturgia della Parola presenta la Chiesa in cammino e le esigenze della missione -la povertà e la croce- in attesa della gioia e dell’unione di tutti i popoli nella nuova Gerusalemme.

“Il Signore designò altri settantadue discepoli e li inviò…”: settantadue rappresenta il numero tradizionale delle nazioni pagane a cui Gesù invia missionari ad annunciare la Parola di Dio. Tutti noi siamo chiamati ad essere missionari, a portare la buona notizia lontano, a non chiuderci in noi stessi, a sentire la responsabilità di essere Chiesa, anche se non particolarmente preparati o esperti ma comunque discepoli di Gesù, quella parte di umanità che cerca di mostrare il suo volto.

Pregate …il padrone della messe…perché mandi operai…”: la preghiera è sempre unita ad ogni attività missionaria perché nulla è nell’uomo, tutto è nelle mani di Dio. E’ solo “la potenza di Dio” (Ef1,19) che raggiunge i livelli più profondi e più bui del cuore dell’uomo, dove si trova Cristo. Gesù è in una relazione continua con il Padre, in preghiera, e con il suo esempio ci guida alla bellezza della dimensione contemplativa della vita

“Vi mando come agnelli in mezzo ai lupi, non portate borsa, né bisaccia…dite: Pace…”. Il riferimento all’agnello ci richiama la ormai prossima pasqua di Gesù portato al macello, agnello immolato, mite e mansueto che con il suo sangue dona la Vita e fa di noi le sue pecore “e nessuno le rapirà dalla mano del Padre mio … e dalla mia mano” e, a quanti accettano di seguire la logica della croce, dona il bene più grande di cui ogni cuore è assetato, la Pace.

Il missionario inviato senza borsa né bisaccia …, povero, pur in mezzo ai lupi, è autentico testimone della gratuità del Vangelo, della vita di Gesù: nato in una stalla, sempre in cammino e senza una pietra su cui posare il capo.

“… la polvere … attaccata ai nostri piedi, noi la scuotiamo contro di voi…”: queste parole di Gesù stupiscono ancora, come quelle al tempio dopo il suo ritrovamento fra i dottori, alle nozze di Cana, alla donna cananea, ma non sono un rimprovero, né una condanna, bensì una testimonianza sulla non accoglienza accompagnata dal ripetuto annuncio: “sappiate però che il regno di Dio vicino”. Allora, anche se l’impegno del cristiano sembra non avere successo, occorre proseguire, continuare il cammino su nuove strade con la consapevolezza che dalla crocefissione di Gesù, dal suo apparente insuccesso, “stoltezza per il mondo” viene la salvezza.

“Non rallegratevi … perché i demoni si sottomettono …”: Gesù ci vuole dire che lo scopo del missionario non è ricercare il proprio successo, ma preparare, attraverso le proprie parole e la propria vita, l’accoglienza di Cristo. Il motivo di gioia, quindi, è altrove. Nel nome di Gesù il male, di cui tutti noi siamo schiavi, è stato sconfitto, siamo liberi e responsabili, ma, anche, sempre facilmente pronti a cadere.

Abbiamo ancora fede nel Padre misericordioso che pazientemente aspetta tutti i suoi figli finché il potere del male non potrà più danneggiarli?

“…rallegratevi…che i vostri nomi sono scritti nei cieli.” Il nome (cioè la persona, l’identità) di chi segue Gesù non è solo scritto nel libro della vita, è scritto nei cieli, nel Regno, in Dio. La nostra vita è “lassù dove si trova Cristo … (Col 3,1…) nascosta, con Cristo unito al Padre in un unico Amore, in Dio: “Padre nostro che sei nei cieli…Beati i poveri in spirito perché di essi è il regno dei cieli,” (Mt5).

Con il cuore colmo della speranza che questa Parola ci offre possa ogni cristiano coltivare una fede sempre più viva nella convivenza pacifica di tutti i popoli.

Appendice

Gli operai evangelici

Il nostro Signore e Salvatore, fratelli carissimi, a volte ci istruisce con le parole, alle volte con dei fatti. Le sue azioni diventano precetti, quando tacitamente, con ciò che fa, c`indica ciò che dobbiamo fare. Eccolo che manda i suoi discepoli a predicare a due a due. Perché son due i precetti della carità, carità verso Dio e carità verso il prossimo, e perché ci sia amore, ci vogliono almeno due persone. L`amore che uno ha per se stesso, nessuno lo chiama carità; dev`essere diretto a un altro, perché lo si chiami carità. Il Signore manda i discepoli a due a due, per farci capire che se uno non ha amore per gli altri, non deve mettersi a predicare.

E` detto bene che “li mandò innanzi a sé in ogni città e villaggio, love egli pensava di recarsi” (Lc 10,1). Il Signore, infatti, va dietro ai suoi predicatori, perché prima arriva la predicazione nella nostra mente e poi vi arriva il Signore, quando si accetta la verità. Perciò Isaia dice ai predicatori: “Preparate la via del Signore, raddrizzate le vie di Dio” (Is 40,3).

Sentiamo ora che cosa dice il Signore ai suoi predicatori: “La messe è molta, ma gli operai son pochi. Pregate dunque il padrone della messe, che mandi operai nella sua messe” (Lc 10,2). La messe è molta, ma gli operai son pochi. Non lo possiamo dire senza rammarico. Son molti quelli che son disposti a sentire, ma son pochi a predicare. Il mondo è pieno di sacerdoti ma nella messe è difficile trovarci un operaio, perché abbiamo accettato l`ufficio sacerdotale, ma non facciamo il lavoro del nostro ufficio. Ma riflettete, riflettete, fratelli, alle parole: “Pregate il padrone della messe, che mandi operai alla sua messe. Pregate per noi, perché possiamo lavorare adeguatamente per voi, perché la nostra lingua non desista dall`esortare, perché, dopo aver preso l`ufficio della predicazione, il nostro silenzio non ci condanni. Spesso infatti la lingua tace per colpa dei predicatori; ma succede anche altre volte che, per colpa di chi deve sentire, la parola vien meno a chi deve parlare. A volte la parola manca per la cattiveria del predicatore, come dice il Salmista: “Dio disse al peccatore: Perché osi parlare della mia giustizia?” (Sal 49,16); e alle volte il predicatore è impedito per colpa degli uditori, come in Ezechiele: “Farò attaccare la tua lingua al tuo palato e sarai muto, e non potrai rimproverare, perché è una casa che esaspera” (Ez 3,26). Come se dicesse: Ti tolgo la parola, perché un popolo che mi esaspera con le sue azioni, non è degno che gli si porti la verità. Non è facile, quindi, discernere per colpa di chi vien tolta la parola al predicatore; ma è certo che il silenzio del pastore, se qualche volta è dannoso al pastore stesso, al suo gregge lo è sempre…

Colui che prende l`ufficio di predicare, non deve fare il male ma lo deve tollerare, perché con la sua mansuetudine, gli riesca di mitigare l`ira di quelli che infieriscono contro di lui, e lui ferito riesca con le sue pene a guarire negli altri le ferite dei peccati. E anche se lo zelo della giustizia vuole che talvolta egli sia severo con gli altri, il suo furore deve nascere da amore e non da crudeltà; ed ami con amore paterno, quando col castigo difende i diritti della disciplina. E questo il superiore lo dimostra bene, quando non ama se stesso, non cerca cose del mondo, non piega il suo collo al peso di terreni desideri…

L`operaio è degno della sua mercede” (Lc 10,7), perché gli alimenti fanno parte della mercede, in modo che qui cominci la mercede della fatica della predicazione, che sarà compiuta in cielo con la visione della Verità. Il nostro lavoro, dunque, ha due mercedi, una qui nel viaggio e un`altra nella patria: una che ci sostiene nel lavoro, l`altra che ci premia nella risurrezione. La mercede che riceviamo qui però ci deve rendere più forti per la seconda. Il predicatore perciò non deve predicare per ricevere una mercede temporale, ma deve accettare la mercede, perché possa continuare a predicare. E chiunque predica per una mercede di lode o di danaro, si priva della mercede eterna. Colui invece che, quando parla, desidera di piacere, non perché lui sia amato, ma perché il Signore sia amato, e accetta uno stipendio solo perché non venga poi meno la voce della predicazione, certamente questi non sarà premiato meno nella patria perché ha accettato un compenso in questa vita.

Ma che facciamo noi pastori, non posso dirlo senza dolore, che facciamo noi che prendiamo la mercede dei pastori e non ne facciamo il lavoro? Mangiamo ogni giorno il pane della santa Chiesa, ma non lavoriamo affatto per la Chiesa eterna. Riflettiamo quale titolo di dannazione sia il prendere il salario d`un lavoro senza fare il lavoro. Viviamo con le offerte dei fedeli, ma dov`è il lavoro per le loro anime? Prendiamo come paga ciò che i fedeli danno in sconto dei loro peccati, ma non ci diamo da fare con l`impegno della preghiera e della predicazione, come sarebbe giusto, contro quegli stessi peccati. (Gregorio Magno, Hom., 17, 1-4.7 s.)

Missione dei discepoli

Gli apostoli hanno ordine di non portare il bastone: questo è quanto Matteo ha creduto di dover scrivere (cf. Mt 10,10). Cos`è il bastone, se non l`insegna della potestà che si porta innanzi, e lo strumento che vendica il dolore? Quindi ciò che l`umile Signore, – “nell`umiliazione” infatti “il suo giudizio è stato innalzato” (Is 53,8), – ciò che l`umile Signore, ripeto, ha prescritto ai suoi discepoli, essi lo adempiono con la pratica dell`umiltà. Li ha inviati infatti a seminare la fede non con la costrizione, ma con l`insegnamento; non spiegando la forza del potere, ma esaltando la dottrina dell`umiltà. Ed ecco, egli ha giudicato opportuno aggiungere all`umiltà la pazienza; egli infatti, conforme alla testimonianza di Pietro, ingiuriato non ricambiava l`ingiuria, percosso non restituiva il colpo” (1Pt 2,23).

Siate miei imitatori” (Fil 3,17), significa dunque questo: abbandonate il piacere della vendetta, rispondete ai colpi dell`arroganza non restituendo l`ingiuria ma con magnanima pazienza. Nessuno deve imitare quanto rimprovera negli altri; la mansuetudine colpisce ben più gravemente gli insolenti. Un simile colpo di pugno il Signore ha restituito a colui che ha colpito, quando ha detto: “A chi ti colpisce la guancia, porgigli l`altra” (Mt 5,39). Finisce infatti in questo modo che uno si condanna col suo proprio giudizio, e ha il cuore come punto da uno stimolo, quando vede che al torto che ha fatto, l`altro risponde con la premura…

E per via non saluterete nessuno” (Lc 10,4).

Qualcuno troverà forse in queste parole durezza e orgoglio, poco conformi ai precetti del Signore dolce e umile; egli che pure aveva prescritto di cedere il posto a tavola (cf. Lc 14,7ss), ecco che ora ordina ai discepoli: «per via non saluterete nessuno», quando invece questo è un uso di gentilezza. E` in questo modo che le persone inferiori usano guadagnarsi il favore dei potenti; anche i Gentili usano con i cristiani questo scambio di cortesia. Perché il Signore vuole estirpare quest`usanza civile?

Ma considera che egli non dice soltanto: «non saluterete nessuno». Non è senza ragione che aggiunge: «per via». Anche Eliseo, quando mandò il servitore a deporre il suo bastone sul corpo del piccolo morto, gli disse di non salutare nessuno per strada (cf. 2Re 4,29): gli ordinò di far presto, perché potesse compiere l`incarico relativo alla risurrezione da effettuare, perché nessuno scambio di parole con qualche passante ritardasse la missione che doveva eseguire. Dunque, anche qui non si tratta di abolire la reciproca cortesia del saluto, ma di togliere di mezzo l`ostacolo che potrebbe intralciare l`incarico; in presenza del divino, l`umano deve essere temporaneamente messo da parte. E` bello il saluto: ma il compimento delle opere divine è tanto più bello quanto più è rapido, e il ritardarlo spesso genera scontento. Per questo si vieta anche lo scambio di cortesie, nel timore che le civili usanze ritardino e danneggino il compimento di un dovere che non può essere rimandato senza colpa.

Ed ecco un`altra virtù: non passare da una casa all`altra con volubile facilità; conservare la costanza negli stessi sentimenti di ospitalità e non spezzare con leggerezza i legami di una amicizia già annodata; portare sempre dinanzi a noi un annunzio di pace. (Ambrogio, In Luc., 7, 59.62 s)

L’augurio della pace nell`ospitalità

In qualunque casa entriate, dite anzitutto: Pace a questa casa!” (Lc 10,5; Mt 10,12), perché il Signore stesso vi entri e vi si stabilisca come in casa di Maria (cf. Lc 10,38-42; Gv 12,1-8), e poi vi soggiornino con i suoi discepoli in quanto discepoli. Questo saluto costituisce il mistero di fede che risplende nel mondo; per esso, l`inimicizia è soffocata, la guerra fermata e gli uomini si riconoscono reciprocamente. L`effetto di questo stesso saluto era come dissimulato dal velo dell`errore, nonostante la prefigurazione del mistero della risurrezione dei corpi, mistero espresso dalle cose inanimate, allorché sopraggiunge la luce ed appare l`aurora che scaccia la notte. Da quel momento, gli uomini cominciarono a salutarsi reciprocamente e a ricevere il saluto gli uni dagli altri, per la guarigione di chi lo dà e la benedizione di quelli che lo ricevono. Su coloro, però, che ricevono solo esteriormente la parola di saluto, le cui anime non recano l`impronta di membri di Nostro Signore, il saluto si spande come una luce mutata da coloro che la ricevono, cosi come i raggi del sole lo sono ad opera del mondo.

Questo saluto che il suo nome annuncia, del quale la scienza spiega la potenza nascosta, e che regola un simbolo, basta ampiamente per tutti gli uomini. Ecco perché Nostro Signore lo inviò insieme con i suoi discepoli, quale precursore, perché esso ristabilisca la pace e, avvolto dalla voce degli apostoli, suoi inviati, prepari la via davanti a loro. Esso veniva seminato in tutte le case per adunarne e smistarne le membra; esso entrava in tutti coloro che lo ascoltavano per separare e mettere a parte i figli che riconosceva come suoi; restava in essi e denunciava coloro che gli si dimostravano estranei, poiché, una volta seminato in questi ultimi, esso li abbandonava.

Tale saluto non inaridiva, zampillando dagli apostoli sui loro fratelli, per rivelare che i tesori del Signore che lo inviava non si esauriscono. Esso non si trasformava in coloro che lo accoglievano, manifestando in tal modo che i doni del donatore erano stabili e sicuri. Presente in coloro che lo davano e in quelli che lo accoglievano, quel saluto non subiva né diminuzione, né divisione.

Del Padre, esso proclamava che è vicino a tutti e in tutti della missione del Figlio, che egli è tutto intero presso tutti e che la sua fine è presso il Padre. Immagine del Padre, quel saluto non ha cessato di predicare, così come non ha cessato di essere proclamato, fino all`avvento della certezza che adempie le figure tipiche, fino a quando la verità non metterà fine alle immagini e le ombre vengano respinte dal corpo stesso, e i simboli dispersi dalle rappresentazioni vere.

E` così dunque che noi lanciamo la parola del Signore su ascoltatori ed amici, quale coagulo per separare e unire; per separarli e dissociarli da ogni miscuglio e unirli al Signore che aduna la comunità. (Efrem, Diatessaron, 8, 3-5)

L’aiuto ci viene da Cristo

Non rallegratevi però perché i demoni vi obbediscono; rallegratevi piuttosto che i vostri nomi sono scritti in cielo” (Lc 10,20); quando invero questo avvenga per opera sua (di Cristo), anche se con la nostra volontà ed impegno, dobbiamo esser convinti che siamo stati aiutati da lui. Non dunque è necessario che ogni fedele scacci i demoni o susciti i morti o parli le lingue, bensì colui che è fatto degno di un carisma per una causa utile in vista della salvezza degli infedeli, i quali, spesso, non per la esatta spiegazione mediante discorsi ma ad opera di segni si convertono, e quelli che precisamente sono degni di salvezza. (Constitutiones Apostolor., VIII, 1, 3 s.)

Il Vangelo di questa domenica (Lc 10,1-12.17-20) ci parla proprio di questo: del fatto che Gesù non è un missionario isolato, non vuole compiere da solo la sua missione, ma coinvolge i suoi discepoli. E oggi vediamo che, oltre ai Dodici apostoli, chiama altri settantadue, e li manda nei villaggi, a due a due, ad annunciare che il Regno di Dio è vicino. Questo è molto bello! Gesù non vuole agire da solo, è venuto a portare nel mondo l’amore di Dio e vuole diffonderlo con lo stile della comunione, con lo stile della fraternità. Per questo forma subito una comunità di discepoli, che è una comunità missionaria. Subito li allena alla missione, ad andare.

Ma attenzione: lo scopo non è socializzare, passare il tempo insieme, no, lo scopo è annunciare il Regno di Dio, e questo è urgente! e anche oggi è urgente! Non c’è tempo da perdere in chiacchiere, non bisogna aspettare il consenso di tutti, bisogna andare e annunciare. A tutti si porta la pace di Cristo, e se non la accolgono, si va avanti uguale. Ai malati si porta la guarigione, perché Dio vuole guarire l’uomo da ogni male. Quanti missionari fanno questo! Seminano vita, salute, conforto alle periferie del mondo. Che bello è questo! Non vivere per se stesso, non vivere per se stessa, ma vive per andare a fare il bene! Ci sono tanti giovani oggi in Piazza: pensate a questo, domandatevi: Gesù mi chiama a andare, a uscire da me per fare il bene? A voi, giovani, a voi ragazzi e ragazze vi domando: voi, siete coraggiosi per questo, avete il coraggio di sentire la voce di Gesù? E’ bello essere missionari! Ah, siete bravi! Mi piace questo!

Questi settantadue discepoli, che Gesù manda davanti a sé, chi sono? Chi rappresentano? Se i Dodici sono gli Apostoli, e quindi rappresentano anche i Vescovi, loro successori, questi settantadue possono rappresentare gli altri ministri ordinati, presbiteri e diaconi; ma in senso più largo possiamo pensare agli altri ministeri nella Chiesa, ai catechisti, ai fedeli laici che si impegnano nelle missioni parrocchiali, a chi lavora con gli ammalati, con le diverse forme di disagio e di emarginazione; ma sempre come missionari del Vangelo, con l’urgenza del Regno che è vicino. Tutti devono essere missionari, tutti possono sentire quella chiamata di Gesù e andare avanti e annunciare il Regno!

Dice il Vangelo che quei settantadue tornarono dalla loro missione pieni di gioia, perché avevano sperimentato la potenza del Nome di Cristo contro il male. Gesù lo conferma: a questi discepoli Lui dà la forza di sconfiggere il maligno. Ma aggiunge: «Non rallegratevi però perché i demoni si sottomettono a voi; rallegratevi piuttosto perché i vostri nomi sono scritti nei cieli» (Lc 10,20). Non dobbiamo vantarci come se fossimo noi i protagonisti: protagonista è uno solo, è il Signore! Protagonista è la grazia del Signore! Lui è l’unico protagonista! E la nostra gioia è solo questa: essere suoi discepoli, suoi amici. Ci aiuti la Madonna ed essere buoni operai del Vangelo.

Cari amici, la gioia! Non abbiate paura di essere gioiosi! Non abbiate paura della gioia! Quella gioia che ci dà il Signore quando lo lasciamo entrare nella nostra vita, lasciamo che Lui entri nella nostra vita e ci inviti ad andare fuori noi alle periferie della vita e annunciare il Vangelo. Non abbiate paura della gioia. Gioia e coraggio! (Papa Francesco, Angelus del 7 luglio 2013)

La proposta è vivere ad un livello superiore, però non con minore intensità: «La vita si rafforza donandola e s’indebolisce nell’isolamento e nell’agio. Di fatto, coloro che sfruttano di più le possibilità della vita sono quelli che lasciano la riva sicura e si appassionano alla missione di comunicare la vita agli altri». Quando la Chiesa chiama all’impegno evangelizzatore, non fa altro che indicare ai cristiani il vero dinamismo della realizzazione personale: «Qui scopriamo un’altra legge profonda della realtà: la vita cresce e matura nella misura in cui la doniamo per la vita degli altri. La missione, alla fin fine, è questo». Di conseguenza, un evangelizzatore non dovrebbe avere costantemente una faccia da funerale. Recuperiamo e accresciamo il fervore, «la dolce e confortante gioia di evangelizzare, anche quando occorre seminare nelle lacrime […] Possa il mondo del nostro tempo che cerca ora nell’angoscia, ora nella speranza ricevere la Buona Novella non da evangelizzatori tristi e scoraggiati, impazienti e ansiosi, ma da ministri del Vangelo la cui vita irradii fervore, che abbiano per primi ricevuto in loro la gioia del Cristo». (Papa Francesco, Evangelii Gaudium n. 10)

L’odierna pagina evangelica, tratta dal capitolo decimo del Vangelo di Luca (vv. 1-12.17-20), ci fa capire quanto è necessario invocare Dio, «il signore della messe, perché mandi operai per la sua messe» (v. 2). Gli “operai” di cui parla Gesù sono i missionari del Regno di Dio, che Egli stesso chiamava e inviava «a due a due davanti a sé in ogni città e luogo dove stava per recarsi (v. 1). Loro compito è annunciare un messaggio di salvezza rivolto a tutti. I missionari annunziano sempre un messaggio di salvezza a tutti; non solo i missionari che vanno lontano, anche noi, missionari cristiani che diciamo una buona parola di salvezza. E questo è il dono che ci dà Gesù con lo Spirito Santo. Questo annuncio è dire: «E’ vicino a voi il Regno di Dio» (v. 9), perché Gesù ha “avvicinato” Dio a noi; Dio si è fatto uno di noi; in Gesù, Dio regna in mezzo a noi, il suo amore misericordioso vince il peccato e la miseria umana.

E questa è la Buona Notizia che gli “operai” devono portare a tutti: un messaggio di speranza e di consolazione, di pace e di carità. Gesù, quando manda i discepoli davanti a sé nei villaggi, raccomanda loro: «Prima dite: “Pace a questa casa!”. […] Guarite i malati che vi si trovano» (vv. 5.9). Tutto questo significa che il Regno di Dio si costruisce giorno per giorno e offre già su questa terra i suoi frutti di conversione, di purificazione, di amore e di consolazione tra gli uomini. È una cosa bella! Costruire giorno per giorno questo Regno di Dio che si va facendo. Non distruggere, costruire!

Con quale spirito il discepolo di Gesù dovrà svolgere questa missione? Anzitutto dovrà essere consapevole della realtà difficile e talvolta ostile che lo attende. Gesù non risparmia parole su questo! Gesù dice: «Vi mando come agnelli in mezzo a lupi» (v. 3). Chiarissimo. L’ostilità è sempre all’inizio delle persecuzioni dei cristiani; perché Gesù sa che la missione è ostacolata dall’opera del maligno. Per questo, l’operaio del Vangelo si sforzerà di essere libero da condizionamenti umani di ogni genere, non portando borsa, né sacca, né sandali (cfr v. 4), come ha raccomandato Gesù, per fare affidamento soltanto sulla potenza della Croce di Cristo. Questo significa abbandonare ogni motivo di vanto personale, di carrierismo o fame di potere, e farsi umilmente strumenti della salvezza operata dal sacrificio di Gesù.

Quella del cristiano nel mondo è una missione stupenda, è una missione destinata a tutti, è una missione di servizio, nessuno escluso; essa richiede tanta generosità e soprattutto lo sguardo e il cuore rivolti in alto, per invocare l’aiuto del Signore. C’è tanto bisogno di cristiani che testimoniano con gioia il Vangelo nella vita di ogni giorno. I discepoli, inviati da Gesù, «tornarono pieni di gioia» (v. 17). Quando noi facciamo questo, il cuore si riempie di gioia. E questa espressione mi fa pensare a quanto la Chiesa gioisce, si rallegra quando i suoi figli ricevono la Buona Notizia grazie alla dedizione di tanti uomini e donne che quotidianamente annunciano il Vangelo: sacerdoti – quei bravi parroci che tutti conosciamo -, suore, consacrate, missionarie, missionari… E mi domando – sentite la domanda -: quanti di voi giovani che adesso siete presenti oggi nella piazza, sentono la chiamata del Signore a seguirlo? Non abbiate paura! Siate coraggiosi e portare agli altri questa fiaccola dello zelo apostolico che ci è stata data da questi esemplari discepoli.

Preghiamo il Signore, per intercessione della Vergine Maria, perché non manchino mai alla Chiesa cuori generosi, che lavorino per portare a tutti l’amore e la tenerezza del Padre celeste. (Papa Francesco, Angelus 3 luglio 2016)

Fonte: Figlie della Chiesa

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