Commento al Vangelo del 6 settembre 2015 – Paolo Curtaz

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Il commento al Vangelo di domenica 6 settembre 2015 a cura di Paolo Curtaz per la XXIII domenica del tempo ordinario.

Is 35, 4-7; Sal.145; Gc 2, 1-5; Mc 7, 31-37

Ha fatto bene ogni cosa

Essere sordi, nella Bibbia, significa non accogliere il messaggio di salvezza di Dio.

È Israele, di solito, a manifestare sordità, come ci ricorda la prima lettura di Isaia.

Anche noi, travolti dalla mille cose da fare, attorniati da rumori, da chiacchiere, da opinioni, fatichiamo ad ascoltare il desiderio profondo di senso che portiamo nel cuore, fatichiamo a cercare Dio.

Proprio come accade al protagonista del vangelo di oggi, un sordo muto. Meglio, nel greco particolare di Marco, un sordo/balbuziente, che non riesce a farsi capire, che stenta a relazionarsi, destinato ad una chiusura al mondo esterno.

Immagine dell’uomo contemporaneo, solo e narcisista, smarrito e alla ricerca di una qualche visibilità, tutto incentrato nella propria (improbabile e sempre più inaccessibile) realizzazione.

L’insoddisfazione è la caratteristica principale dell’uomo post-moderno.

E la nostra. La mia.

[ads2] Fuori dal recinto

Al tempo di Gesù, si credeva che la santità fosse inversamente proporzionale alla distanza da Gerusalemme. La Giudea poteva ancora salvarsi, ma la Galilea e la Decapoli, oltre la Samaria, zone di confine, abitate da popolazioni miste, erano decisamente perdute.

La Decapoli: dieci città a maggioranza pagana che Roma aveva voluto autonome dall’amministrazione ebrea, nella perfida politica del dividi et impera. I pii israeliti, per scendere a Gerusalemme, passavano oltre il Giordano, sulla strada che attraversava i territori pagani, ma senza mai entrare nelle città considerate perse.

Gesù, invece.

Inizia la sua predicazione proprio da lì, dalle tribù di Zabulon e Neftali, le prime a cadere sotto gli Assiri, seicento anni prima. Perché egli è venuto per i malati, non per giusti.

Non fugge gli impuri e li condanna, come fanno i Perushim, i farisei.

Li salva.

La guarigione del Vangelo di oggi, fa esclamare alla folla: ha fatto bene ogni cosa, ha fatto vedere i ciechi, ha fatto udire i sordi!.

Solo chi non si aspetta la salvezza sa gioire così tanto della salvezza inattesa!

Guarigioni

È condotto da amici, il sordo/balbuziente.

Sono sempre altri a condurci a Cristo, a parlarci di lui, a indicarcelo.

La Chiesa, a volte incoerente e fragile, è la compagnia di coloro che conducono a Cristo.

È questa la funzione della Chiesa, a questo “serve” la Chiesa: a rendere testimonianza al Maestro.

Ma, lo sappiamo, ci vuole umiltà per farsi condurre.

Il nostro mondo ha fatto dell’arroganza uno stile di vita: trovo molte persone che sanno tutto, che pontificano, che giudicano, specialmente le cose concernenti la fede, ma che non sanno davvero mettersi in discussione.

Del vangelo sappiamo già tutto: ci siamo sorbiti quattro anni di catechesi, cosa c’è altro da imparare?

Nulla, perché la fede è anzitutto incontro. E dopo l’incontro, l’amore spinge alla conoscenza.

Ma per incontrare occorre muoversi, uscire dalle proprie presunte certezze acquisite.

Gesù porta il sordo/balbuziente in un luogo riservato.

In mezzo al caos quotidiano e alla folla non riusciamo davvero ad ascoltare.

La ricerca di fede avviene personalmente, cuore a cuore, in un atteggiamento reale di accoglienza. Dio ci parla ma, per accoglierlo, occorre zittirci. Lo allontana dal villaggio, lo porta in disparte.

Nel vangelo di Marco, spesso, la folla ha un ruolo ambiguo e negativo. Influenza il pensiero, irrigidisce, costringe. Come accade oggi: siamo tutti affascinati da papa Francesco, ma solo nelle cose che ci confermano (o così pensiamo) nel nostro porci in maniera critica nei confronti della Chiesa. Pensiamo col pensiero degli altri.

Perciò, per incontrare veramente Dio, abbiamo necessità di isolarci, di rientrare in noi stessi.

Gesti

Gesù compie dei gesti di guarigione: sospira, tocca la lingua del malato.

Allora si pensava che la saliva contenesse il fiato, Gesù intende trasmettere il proprio spirito all’uomo, e vi riesce.

La nostra vita di fede ha bisogno di segni, di concretezza, di sacramenti.

La fede scoperta è vissuta e celebrata, fatta si gesti in cui riconosciamo l’opera del Signore per noi, per l’umanità. Ma, e accade, se siamo guariti è per annunciare agli altri la nostra guarigione profonda.

In Marco, però, Gesù impone il silenzio.

Perché?

Gli esegeti ci suggeriscono che, forse, Gesù non voleva essere scambiato per un guaritore qualunque. La guarigione è sempre segno ed esplicitazione di qualcosa di profondo.

Aggiungo io, birichino, che se dietro Marco c’è Pietro, allora forse ci vuole dire di non professare il messianismo di Gesù se prima non si è passati attraverso la croce.

Abbiamo bisogno di cristiani guariti, di annunciatori di speranza, di credenti riconciliati.

Credibili.

Noi che abbiamo udito le meraviglie di Dio possiamo proclamare come la folla: ha fatto bene ogni cosa.

Sogno e son desto

È per questo che Isaia, il grande e tenero Isaia, spalanca gli occhi davanti a un popolo rassegnato, sfiancato da settant’anni di prigionia a Babilonia, ormai convinto che Dio non ci sia più, e sogna. Sogna un ritorno, una terra in cui la sofferenza non esiste più e l’abbondanza delle acque che riempie i cuori.

Un sogno che è anche quello di Dio e che si avvererà per Israele con il ritorno a Gerusalemme e, per noi, con la venuta del Regno.

Questa salvezza, questa buona notizia, questo gioioso annuncio, ammonisce Giacomo, deve essere visibile sin d’ora nelle nostre comunità.

Se l’asfalto del conformismo ha appiattito l’attenzione al povero, Giacomo ci richiama con forza alle nostre responsabilità di salvati.

La Chiesa, che è il popolo di chi è stato sanato dalle proprie ferite con l’olio della consolazione di Gesù, imita lo stesso gesto verso l’umanità fatta a pezzi e ferita dall’odio e dal peccato.

Noi siamo il volto di Dio per il fratello perduto.

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