Commento al Vangelo del 6 settembre 2015 – don Alberto Brignoli

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Innanzitutto, ascoltare

Ci eravamo lasciati la scorsa domenica con un Gesù in forte polemica con i farisei riguardo alle tradizioni legate alla Legge di Mosè: una polemica talmente aspra che spinge Gesù ad allontanarsi dalla Galilea per rifugiarsi in territorio straniero o “pagano”, come veniva considerato dagli osservanti della religione ebraica. A maggior ragione, quindi, con quest’atteggiamento, Gesù appare agli occhi dei farisei come colui che condivide il suo tempo e il suo insegnamento con gente infedele, esclusa dalla salvezza, divenendo, in sostanza, uno di loro.

[ads2]Sarà…ma l’intento di Gesù è certamente diverso, anzi, forse si tratta dell’esatto opposto rispetto a ciò che sostengono i farisei. Non vuole affatto “escludersi” dalla salvezza, ma vuole fare in modo che, insieme a lui, nessun altro ne venga escluso: né chi appartiene al popolo ebraico né tantomeno chi appartiene a qualsiasi altro popolo sulla faccia della terra. E per fare questo, occorre condividere la loro esperienza, occorre “passare” da loro, occorre spendere del tempo con questi “esclusi”. Gesù non si fa certo pregare per andare “nelle periferie”, e soprattutto lo fa in maniera abbondante: se guardiamo da un punto di vista puramente geografico, potremmo dire che Gesù ha perso il navigatore satellitare, perché si trova all’estremità occidentale della Palestina, già in terra siro-fenicia, poi si spinge ancora più a Nord, e poi ritorna verso est, andando ben oltre la Galilea…in sostanza, circonda la Galilea attraverso un giro che pare completamente illogico. Illogico, invece, non è, se pensiamo che con questo modo di attuare Gesù vuole quasi circondare, assediare la sua Galilea perché arrivi a comprendere che se vuole sopravvivere, deve aprirsi, spalancare le finestre e guardare oltre i propri limiti geografici e culturali.

La chiusura su se stesso, la concentrazione sulle proprie problematiche, la visione limitata delle cose, l’ascolto di un solo tipo di linguaggio, monotematico e ripetitivo, è ciò che porta l’uomo a fossilizzarsi sulle sue poche certezze e a conformarsi con quel “minimo sindacale” che lo fa sentire a posto, anche nei confronti di Dio. Era, in fondo, ciò che Gesù rimproverava ai farisei, abituati a considerare la salvezza come un insieme di minime pratiche formali, svolte le quali ci si poteva considerare a posto con Dio. Invece no: il rapporto con Dio così come lo insegna Gesù si basa non sulle pratiche minime da svolgere, ma sulla relazione con lui. Una relazione che va oltre l’osservanza della legge, o che quantomeno non si conforma a essa, e che si basa sullo stare con Dio, sul camminare con lui, ovunque egli vada e in ogni situazione nella quale ci chiami a stare. Anche in territorio “straniero”, in situazioni “ostili”, in realtà periferiche che noi riterremmo incapaci a insegnarci qualcosa.

Il miracolo che Gesù compie “in pieno territorio della Decapoli”, ossia in una delle periferie più remote, da questo punto di vista è ricco di significati. Gli viene portato un sordomuto (il testo greco parla di uno “che non sa parlare bene”, proprio perché mai ha saputo ascoltare), e la guarigione che Gesù compie è descritta con una grande dovizia di particolari: lo porta ulteriormente in disparte (casomai la Decapoli non lo fosse già abbastanza…); interviene con una certa forza fisica e con gesti non certo riservati agli schizzinosi, ma fortemente simbolici (la saliva nella Scrittura è la condensazione dell’alito di vita del Creatore); concentra la sua guarigione sugli orecchi, prima descritti come parte fisica del corpo, successivamente come luogo dell’ascolto e dell’udito (quasi a dire che l’invalidità fisica non è nulla rispetto al nostro isolamento dal mondo); e soprattutto, lo guarisce con una formula, con una parola, “Effatà”, “Apriti”, pronunciata in aramaico. E perché mai una parola di guarigione nella lingua degli Ebrei, in un territorio pagano di lingua greca? Se guarisce un pagano, perché mai gli parla in aramaico?

Marco non scrive le cose a caso: forse, la guarigione avviene in un luogo pagano, periferico, “lontano dalla salvezza” (secondo i canoni della religione dei farisei), ma riguarda il popolo eletto, o meglio quella parte del popolo eletto che – come dicevamo prima – rimane concentrata su se stessa, e la sua autoreferenzialità la rende sorda a ogni parola (anche a quella di Dio) e di conseguenza muta, in altre parole incapace ad annunciarne le meraviglie. Cosa che invece sono capaci di fare gli interlocutori pagani di Gesù, i quali – “esclusi” dalla salvezza – addirittura annunciano le opere di Dio citando la Bibbia, con quel “Ha fatto bene ogni cosa” tipico del linguaggio della Creazione.

Sì, perché questo è ciò che Gesù fa a chi si lascia “aprire” da lui: lo rende una creatura nuova, capace di annunciare le opere di Dio perché capace di ascoltare. Spesso, anche la nostra fede si perde in un bicchier d’acqua, soprattutto quando ci concentriamo su alcune cose talmente insignificanti da un punto di vista anche pastorale da denotare la nostra bassezza e pochezza: e magari le rivestiamo d’importanza basando su di esse l’efficacia del Vangelo, così come facevano i farisei con il loro legalismo e il loro formalismo. E questo perché non guardiamo al di là della punta del nostro naso, perché ci chiudiamo sulle nostre certezze, perché non accettiamo modi diversi di vivere la fede e di annunciare il vangelo, e a forza di sentire sempre la stessa musica diventiamo sordi. Oppure, sordi lo siamo già da sempre, “dalla nascita”, perché non ascoltiamo nulla e nessuno sulla scorta del fatto che pensiamo di sapere già tutto noi, e quindi di non dover imparare nulla.

Ma se non ci mettiamo in ascolto, non possiamo nemmeno parlare; se per primi non siamo discepoli, non possiamo essere testimoni; se non ci mettiamo noi per primi alla sequela del Maestro, di certo non potremo annunciare nulla di buono. E soprattutto, perché i nostri orecchi si aprano all’ascolto, è bene farlo fuori dai nostri luoghi abituali; fuori dalla Galilea delle certezze, dei pani e dei pesci in abbondanza per tutti, nella Decapoli delle incognite, dei dubbi e spesso anche dell’ostilità. Essere Chiesa missionaria nelle periferie esistenziale, oggi, passa da qui: dalla nostra capacità di ascolto e di dialogo con chi è diverso da noi. Il resto, sono solo slogan e fanfaronate.

don Alberto Brignoli | via Qumran

XXIII Domenica del Tempo Ordinario – Anno B

Mc 7, 31-37
Dal Vangelo secondo Marco

In quel tempo, Gesù, uscito dalla regione di Tiro, passando per Sidòne, venne verso il mare di Galilea in pieno territorio della Decàpoli.
Gli portarono un sordomuto e lo pregarono di imporgli la mano. Lo prese in disparte, lontano dalla folla, gli pose le dita negli orecchi e con la saliva gli toccò la lingua; guardando quindi verso il cielo, emise un sospiro e gli disse: «Effatà», cioè: «Apriti!». E subito gli si aprirono gli orecchi, si sciolse il nodo della sua lingua e parlava correttamente.
E comandò loro di non dirlo a nessuno. Ma più egli lo proibiva, più essi lo proclamavano e, pieni di stupore, dicevano: «Ha fatto bene ogni cosa: fa udire i sordi e fa parlare i muti!».

Fonte: LaSacraBibbia.net