Commento al Vangelo del 5 Aprile 2020 – don Giovanni Berti (don Gioba)

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In questi giorni sto provando un sentimento di profondo disagio. È la stessa sensazione che provo quando vedo vecchi filmati e foto di quei luoghi colpiti da guerre e eventi disastrosi come i terremoti che non sono più come prima. È una sensazione di nostalgia e tristezza che sento più forte ora che vivo come tutti in mezzo ad un evento che fa apparire quello che si viveva solo qualche settimana fa come irrimediabilmente perduto.

Sembra irrimediabilmente perduto anche tutto ciò che riguarda le nostre tradizioni cristiane legate alla Pasqua. Con questa Domenica delle Palme, con la benedizione e distribuzione degli ulivi si iniziava la Settimana Santa, ricca di celebrazioni molto significative che ricordano gli eventi principali della nostra fede. Il Giovedì Santo, ricordiamo Gesù che nell’Ultima Cena istituisce l’Eucarestia e compie il forte gesto simbolico del servizio lavando i piedi dei discepoli. Il Venerdì Santo si celebra la morte di Gesù sulla croce e la sua sepoltura che lascia i discepoli nello smarrimento e dolore. La notte del Sabato Santo con la solenne Veglia pasquale e poi la Domenica di Pasqua celebriamo in modo festoso il culmine della nostra fede, la Resurrezione di Gesù dai morti. Tutte queste celebrazioni che hanno sempre riempito le nostre chiese in lunghe e solenni liturgie ora sono letteralmente spazzate via dal dover rimanere distanti e a casa, che dal punto di vista dell’essere comunità è proprio la sua morte. E anche tutto il contorno sociale festoso della Pasqua è spazzato via, e si rimane tutti chiusi in casa, guardando fuori la primavera e le belle giornate che ci fanno sentire ancor di più la nostalgia.
Le nostre celebrazioni e tradizioni sono ormai come vecchie foto di un passato che non tornerà? E che fine fa quello che queste celebrazioni e tradizioni trasmettono, cioè la nostra fede nel Signore morto e risorto?

Siamo anche noi con Gesù a Betfage, come ricorda il Vangelo di Matteo che anche in questa domenica delle Palme viene letto prima della benedizione degli Ulivi e prima della messa. Il racconto evangelico ci presenta la folla che acclama questo Maestro che dalla Galilea ora entra in Gerusalemme con i suoi discepoli incontro al suo destino. C’è una folla che lo osanna come nuovo re, e fa gesti di giubilo e sottomissione, gettando come segno il proprio mantello al passaggio. Sembra un trionfo per Gesù, ma è anche un enorme malinteso. Infatti non passeranno che pochi giorni e tutta quella folla passerà dall’esaltare Gesù alla sua condanna e rifiuto, preferendo un malfattore, Barabba, al suo posto. Possiamo ben immaginare quello che c’è nel cuore di Gesù, che si sente ancora di più solo, attorniato da una folla che non ha capito chi è veramente e quale è la sua missione, e come si senta triste entrando nella città santa che alla fine fisicamente lo rifiuterà facendolo morire fuori dalle sue mura su uno sperone di roccia. La “liturgia” che il popolo riserva a Gesù che entra in Gerusalemme in fondo è falsa e celebra più la non fede che la fede in Gesù. Ma Gesù non torna indietro e non si ferma davanti al progressivo abbandono e rifiuto che sperimenterà anche dai suoi stessi amici. Gesù compie il suo cammino nonostante tutto, anzi lo compie proprio per guarire la fede fragile del popolo e dei suoi amici. Gesù si immerge nel male del suo tempo per guarirlo, anche nelle sue celebrazioni e tradizioni.

E allora mi viene da pensare che forse questa Settimana Santa malata che stiamo per iniziare, con le sue celebrazioni stravolte e cancellate, può essere una occasione per immergerci ancora di più dentro Gesù stesso, dentro la sua esperienza umana e spirituale facendola nostra, sulla nostra stessa carne.

Spesso si racconta come anche nelle situazioni più difficili i cristiani hanno sempre celebrato la loro fede nella morte e resurrezione di Gesù. Ci sono cristiani che anche nel buio di una cella di un lager hanno detto la loro fede anche con pochi ma significativi gesti.
Che sia davvero questa l’occasione propizia che la fragilità della storia umana ci ha riservato, per fare davvero un cammino di Pasqua più sincero e più cristiano?

Nel suo messaggio televisivo dell’altra sera Papa Francesco, facendo arrivare la sua preghiera e vicinanza a tutti in questo tempo difficile, ha parlato della creatività dell’amore. E mentre pronunciava queste parole leggendole dal foglio scritto, ha alzato lo sguardo insistendo sull’espressione “creatività dell’amore”. Ecco, l’amore è davvero creativo se è vero. Se siamo costretti a non fare le nostre liturgie e a vivere le nostre tradizioni pasquali, ci rimane sempre possibile amare in modo vero e trovare le strade per dire e celebrare questo nostro amore per Gesù. Lui ha fatto così. Il suo amore era vero e anche se tutto attorno a lui crollava, ha saputo trasformare la morte in vita. È il cammino di questa Pasqua 2020, che dopo una Quaresima che è stata di vera sofferenza e di veri sacrifici. diventa una Pasqua vera perché non dipende da noi, ma da Cristo stesso, che come allora a Gerusalemme, anche oggi entra dentro la nostra città, dentro le nostre case, dentro le nostre malattie e solitudini. Entra per portare la sua vita, la sua resurrezione.

Fonte: il blog di don Giovanni Berti (“in arte don Gioba”)