Commento al Vangelo del 4 settembre 2011 – Paolo Curtaz

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Ventitreesima domenica durante l’anno

Ez 33,7-9/ Rm 13,8-10/ Mt 18,15-20

Perdono e correzione fraterna

Non è facile vivere da discepoli in questi nostri tempi oscuri.

In una società formalmente cristiana a prevalere e ad orientare le scelte non sono i valori che derivano dal vangelo ma una mentalità egoistica e piccina. Per accorgersene è sufficiente paragonare il sentire comune con le parola di Gesù.

Oggi, in particolare, la Parola getta un fascio di luce su due aspetti importanti nella vita di un credente: il perdono e la correzione fraterna. E vedrete quanto siamo distanti dal vangelo.

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Peccato e perdono

Alcuni penseranno che, almeno riguardo al peccato, noi cattolici siamo molto preparati. Abbiamo passato secoli a vedere il peccato ovunque, lo abbiamo analizzato, studiato, sezionato, come si può dire che non conosciamo a fondo il peccato? Anzi, molti, ancora oggi, identificato il cristianesimo come una religione morale, che ci dice cosa è il bene e cosa è il male e la Chiesa come un’autorevole istituzione che ha il principale il compito, in questi tempi confusi, di ribadire cosa è peccato.

Questa è una visione semplicistica che rischia, come di fatto è successo, di produrre un effetto elastico: tanto più ci si è concentrati sul peccato nel passato, quanto più oggi nessuno considera peccaminose le proprie azioni.

Una società non educata alla libertà diventa una società anarchica, che rivendica la libertà di provare ogni emozione, che fa diventare la coscienza del singolo l’unico metro di giudizio.

Oggi, ad essere onesti, per sentirsi veramente colpevoli bisogna essere almeno serial-killer!

Tutto il resto: l’egoismo, la corruzione, il pettegolezzo, la violenza verbale, la calunnia, la pornografia, sono manifestazioni della libertà personale.

Molti ancora pensano che un atto sia peccaminoso perché così Dio ha stabilito.

Sbagliato: nella Bibbia si dice che un peccato è male perché fa del male.

L’uomo, straordinariamente libero, riceve da Dio una coscienza e una Parola per guidarlo verso la vita. L’uomo, gestendo male la propria libertà, sostituendosi a Dio, rischia di compiere gesti che lo portano all’annientamento.

Il peccato non è un’offesa nei confronti di Dio ma nei confronti di ciò che potremmo diventare: un capolavoro. Dio non punisce il peccatore: il peccato ci punisce, facendoci precipitare in un abisso di falsa felicità. Ma, certo, per vedere le ombre occorre che ci si esponga alla luce della Parola.

Perdono

Nel cuore dell’uomo alberga la falsa idea di un Dio che punisce, che giudica, che controlla.

Gesù è venuto a liberarci da questa immagine demoniaca di Dio raccontandoci il volto di un Padre che desidera fortemente il perdono.

Perdono che è dono gratuito, possibilità offerta, occasione di rinascita.

E il discepolo condivide questo perdono.

Perdono che, nella miope prospettiva odierna, è visto come una debolezza.

Quanto è difficile perdonare! Ci vuole del tempo, una forte fede, una profonda conversione per perdonare chi mi ha fatto del male!

Quanto, in televisione, vedo un giornalista (idiota) che si avvicina al famigliare di una vittima chiedendo se perdona l’assassino del figlio mi sento salire la rabbia: è una cosa seria il perdono! Ci vuole tempo e pazienza per costruirlo, non è un’emozione buonista, ma una adulta scelta sanguinante!

È possibile perdonare, dice il Vangelo.

E Matteo, oggi, dice come si gestisce il perdono all’interno della comunità.

Amore nella Chiesa

Il vangelo ci illustra il modo di gestire i nascenti conflitti nella comunità primitiva: passato l’entusiasmo dell’adesione al Rabbì, allora come oggi sorgevano i problemi di dialogo e di comprensione col rischio di gesti estremi (magari in nome del vangelo!).

La prassi proposta da Gesù è piena zeppa di buon senso: discrezione, umiltà, delicatezza verso chi sbaglia, lasciandogli il tempo di riflettere, poi l’intervento di qualche fratello, infine della comunità.

Quanto siamo lontano da questa prassi evangelica!

Ci incontriamo ogni domenica (quando va bene), spesso indifferenti gli uni gli altri, a parte il gruppuscolo dei devoti al parroco, pronti a notare quello che non va nella comunità, un po’ scocciati di dover sottostare a questo rito settimanale che è la Messa.

Non solo non ci interessano gli affari degli altri, ma mai e poi mai ci verrebbe in mente di occuparci della perdita delle fede di chi ci sta accanto!

Altri, invece, se parlano degli errori di qualcuno, ne sparlano, spesso con sadica soddisfazione, senza compassione o delicatezza e più si sentono devoti e più sono feroci.

Se noi, discepoli del Misericordioso, non sappiamo avere misericordia, chi mai ne sarà capace?

Se coloro che hanno avuto il cuore riempito dalla nostalgia di Dio non sanno cogliere dietro ogni errore un percorso verso la pienezza, chi ne sarà capace?

Se noi, che ancora portiamo il profumo dell’olio della consolazione sulla nostra pelle, non sappiamo chinarci sul fratello ferito come Cristo buon samaritano si è chinato su di noi, chi saprà farlo?

Il criterio del Vangelo è pieno di amorevole buon senso: ti voglio bene al punto che, dopo aver pregato, ti chiedo di interrogarti sui tuoi atteggiamenti.

La franchezza evangelica è un modo concreto di amare, di essere solidali, anche con durezza, come ha fatto Gesù con la Cananea e con Pietro.

Nelle nostre comunità abbiamo bisogno di scoprire questo modo concreto di intervenire, di prendere a cuore il destino dei fratelli, senza nasconderci dietro un ipotetico rispetto che non ci interpella e lascia il fratello nella propria inquietudine.

Non è ciò che Dio chiede ai suoi discepoli: essere profeti di un modo diverso di amare e di perdonare?

Se davvero il Rabbì ci ha cambiato la vita, ha cambiato anche il modo di vedere gli altri e di occuparmi degli altri. Proviamo?

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