Commento al Vangelo del 4 marzo 2012 – don Mauro Pozzi

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Il commento al Vangelo della domenica a cura di don Mauro Pozzi parroco della Parrocchia S. Giovanni Battista, Novara.

FEDE E RIVELAZIONE

Abramo è l’uomo della fede. Il patriarca delle tre grandi religioni monoteiste ha creduto alla voce di Dio. La sua vita è stata un lungo viaggio in cui il Signore lo ha guidato e fatto crescere fino alla tappa finale sul monte Moria. Isacco era il figlio della sua vecchiaia, aveva cento anni quando nacque, e rappresentava tutta la sua speranza di futuro. Come ha potuto Dio chiedergli di sacrificarlo? Può sembrare una prova esagerata e disumana, ma Abramo l’accettò perché il sacrificio umano era praticato in Canaan, l’attuale Palestina, dove egli viveva. I Cananei sacrificavano il primogenito maschio sperando che con quel tributo di sangue la divinità non avrebbe funestato con altri lutti inaspettati la famiglia. Era una idea distorta e mercantile del divino. Possiamo immaginare l’angoscia terribile di Abramo che cammina tre giorni verso la montagna sulla quale il figlio, il suo avvenire, sarebbe stato offerto. Fu Isacco stesso a portare sulla schiena la legna per l’olocausto. È l’immagine di Gesù che porta il suo patibolo fino sulla vetta del Calvario. Abramo arrivò fino ad alzare il coltello sul figlio e di fatto, anche se fu trattenuto, è come se l’avesse ucciso. In realtà egli uccise se stesso, il suo io. L’uomo del peccato originale è colui che non si fida del giudizio di Dio, ma solo di sé stesso. Al contrario Abramo mette da parte la sua pretesa di voler giudicare anche l’Altissimo e accetta la prova, quello che non seppero fare Adamo ed Eva. Egli su quel monte sacrifica il suo io e si abbandona completamente al Signore che, con quella prova, gli insegna che il futuro, la sua discendenza, non gli appartengono, ma sono un dono del Cielo. È il culmine della crescita spirituale del patriarca, che scendendo dal monte sa di non dover temere più nulla, perché Dio stesso fa grande il suo nome e il suo futuro. Colpisce il fatto che il Padre risparmia la vita di Isacco, ma non quella di suo Figlio sul Calvario. Gesù deve preparare i suoi a sopportare il sacrificio della croce e li porta sul monte per rivelare loro la sua divinità. In pochi minuti i tre apostoli attraversano tutta la storia, incontrano le radici in Mosè ed Elia e vedono l’esito finale nella luce del Cristo trasfigurato e glorioso. Possono ascoltare la voce stessa dell’Infinito che rivela loro la sua Paternità. Sulla cima del Tabor essi fanno l’esperienza più alta che un uomo possa fare, anche se non hanno ancora la capacità di comprenderla. La gloria passa per il sacrificio, la vita eterna si ottiene solo se si affronta la morte. Chiediamo al Signore la fede di Abramo e la forza di portare con coraggio le nostre piccole croci quotidiane.

Mc 9, 2-10

In quel tempo, Gesù prese con sé Pietro, Giacomo e Giovanni e li condusse su un alto monte, in disparte, loro soli. Fu trasfigurato davanti a loro e le sue vesti divennero splendenti, bianchissime: nessun lavandaio sulla terra potrebbe renderle così bianche. E apparve loro Elia con Mosè e conversavano con Gesù. Prendendo la parola, Pietro disse a Gesù: «Rabbì, è bello per noi essere qui; facciamo tre capanne, una per te, una per Mosè e una per Elia”. Non sapeva infatti che cosa dire, perché erano spaventati. Venne una nube che li coprì con la sua ombra e dalla nube uscì una voce: «Questi è il Figlio mio, l’amato: ascoltatelo!». E improvvisamente, guardandosi attorno, non videro più nessuno, se non Gesù solo, con loro. Mentre scendevano dal monte, ordinò loro di non raccontare ad alcuno ciò che avevano visto, se non dopo che il Figlio dell’uomo fosse risorto dai morti. Ed essi tennero fra loro la cosa, chiedendosi che cosa volesse dire risorgere dai morti.

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