Commento al Vangelo del 4 febbraio 2018 – p. Raniero Cantalamessa

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Guarì molti malati

Il brano evangelico di questa Domenica ci offre il resoconto fedele di una giornata-tipo di Gesù. Uscito dalla sinagoga dove aveva insegnato, Gesù si recò dapprima nella casa di Pietro, dove guarì la suocera che era a letto con la febbre; venuta la sera, gli portarono tutti i malati ed egli ne guarì molti, afflitti da varie malattie; al mattino, si alzò quando era ancora buio e si ritirò in un luogo solitario a pregare; quindi partì per andare a predicare il Regno in altri villaggi.

Da questo resoconto di prima mano (Marco raccoglie i ricordi di Pietro, in casa del quale i fatti si erano, in parte, svolti!) deduciamo che la giornata di Gesù consisteva in un intreccio tra cura dei malati, preghiera e predicazione del regno. In questa occasione dedichiamo la nostra riflessione all’amore di Gesù per i malati e, più in generale, all’esperienza della malattia, anche perché, di solito, in questo periodo dell’anno (precisamente l’11 Febbraio, nella memoria della Madonna di Lourdes), cade la Giornata mondiale dell’ammalato. Un terzo circa del Vangelo parla di Gesù che si prende cura dei malati. Accanto all’annuncio del Vangelo, la cura degli infermi occupa un posto fisso nel mandato che egli dà ai suoi discepoli:
“Li mandò ad annunciare il regno di Dio e a guarire gli infermi” (Luca 9, 2).

Gesù si mostra davvero “medico delle anime e dei corpi”. La Chiesa ha continuato questa missione di Cristo in due modi: in modo spirituale, pregando per i malati e ungendoli con l’unzione degli infermi; in modo materiale e pratico, istituendo ospedali, lebbrosari, e ogni sorta di istituzione a favore dei malati.
Le trasformazioni sociali del nostro secolo hanno cambiato profondamente la condizione del malato. La medicina è divenuta capace di curare un gran numero di malattie che un tempo portavano rapidamente alla morte. In molte situazioni, la scienza dà una speranza ragionevole di guarigione, o almeno allunga di molto i tempi di evoluzione del male, nel caso di mali incurabili. Anche la medicina è, indirettamente, un dono di Dio che ha dato all’uomo l’intelligenza. “Onora il medico come si deve, perché anch’egli è stato creato dal Signore”, dice la Scrittura (Siracide 38, 1). Ma la malattia, come la morte, non è ancora e non sarà mai del tutto debellata. Fa parte della condizione umana. Vediamo che cosa la fede cristiana può fare, per alleviare questa condizione e dare anche ad essa un senso e un valore. Bisogna fare due discorsi diversi: uno per i malati stessi e uno per chi, in casa o in ospedale, deve prendersi cura dei malati. Uno sulla malattia e uno sull’assistenza ai malati.

Anzitutto, dunque, ai malati. La venuta di Cristo ha portato, anche in questo campo, una grande novità. Prima di Cristo, la malattia era considerata come strettamente connessa con il peccato. Non solo nel senso generale, secondo cui malattie, dolore e morte sono, in qualche modo, conseguenza del peccato, ma anche in un senso immediato. Si era convinti, in altre parole, che la malattia fosse sempre conseguenza di qualche peccato personale da espiare. “Chi ha peccato perché quest’uomo nascesse cieco?”, chiedono a Gesù, a proposito del cieco nato (Giovanni 9,2). La malattia più temuta, la lebbra, era vista addirittura come una eruzione esterna di uno stato interiore di peccato. (Oggi sappiamo che è una malattia come tutte le altre, anch’essa in parte curabile).
Con Gesù, qualcosa è cambiato, a questo riguardo. Egli “ha preso le nostre infermità e si è addossato le nostre malattie” (Matteo 8, 17). Sulla croce ha dato un senso nuovo al dolore umano, compresa la malattia: non più di punizione, ma di redenzione. La malattia unisce a lui, santifica, affina l’anima, prepara il giorno in cui Dio asciugherà ogni lacrima e non ci sarà più né malattia né pianto né dolore. Dopo la lunga degenza, seguita all’attentato in Piazza san Pietro, il papa Giovanni Paolo II scrisse una lettera sul dolore, in cui, tra le altre cose, diceva: “Soffrire significa diventare particolarmente suscettibili, particolarmente sensibili all’opera delle forze salvifiche di Dio offerte all’umanità in Cristo” (Salvifici doloris, n. 23). Come se malattia e sofferenza aprissero tra noi e Gesù sulla croce un canale di comunicazione tutto speciale.

La malattia ha fatto molti santi. Sant’Ignazio di Loyola si convertì in seguito a una ferita che lo tenne a lungo immobilizzato a letto. Una pausa dovuta a malattia è spesso l’occasione per fermarsi, fare il punto sulla propria vita, ritrovare se stessi e imparare a distinguere le cose che contano veramente. Lo scrittore Italo Alighiero Chiusano così descriveva l’affacciarsi della malattia nella sua vita (e molti, sono sicuro, si riconosceranno nella sua analisi): “Ti casca addosso una malattia e da un giorno all’altro devi fare i conti con l’inattività anche se breve, con la sofferenza anche se limitata, con la morte anche se apparentemente lontana. Diventi un oggetto anziché un soggetto, una ‘cosa’ gestita da altri, un ‘paziente’, anche se ben poco paziente. E allora cominci – se prima non lo hai mai fatto – a esaminarti a fondo, magari senza ben saperlo, dalla prospettiva di Dio”.

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È lecito, in caso di malattia, pregare per la propria guarigione. A volte, Dio accorda la guarigione in risposta alla preghiera, se sa che è per il nostro bene eterno. Ma la cosa migliore è conformarsi alla volontà divina, dicendo come Gesù nel Getsemani:
“Padre, se è possibile, passi da me questo calice; però non la mia, ma la tua volontà sia fatta”.

In questo modo, i malati non sono più delle membra passive nella Chiesa, ma le membra più attive, più preziose. Agli occhi di Dio, un’ora della loro sofferenza, sopportata con pazienza, può valere più che tutte le attività del mondo, se fatte solo per se stessi. Tutti noi sacerdoti riconosciamo che, nel predicare la parola di Dio, un aiuto inestimabile ci viene dall’offerta che fanno di sé tante buone persone malate, per sostenere il nostro ministero.
Ma ora dedichiamo anche una parola a quelli che devono prendersi cura dei malati, cioè, in pratica, a tutti, perché non credo che esista famiglia in cui non ci sia qualche persona malata. Per non parlare poi di coloro che hanno il servizio dei malati come professione o come vocazione: personale medico e sanitario, infermieri, volontari, suore degli ospedali. Devo dire che tante volte ho avuto occasione di ammirare la dedizione sincera e l’umanità di tanti medici. Non sempre è così, lo so; ma non dobbiamo generalizzare e ignorare il tanto amore e sacrificio che viene prodigato nei luoghi di cura. Attraverso i tanti che si dedicano all’assistenza dei malati, è come se Gesù stesso continuasse a chinarsi ancora con amore su di loro. Ci sono tanti medici che non sono credenti, ma si prodigano con grande impegno per i malati. Gesù dice anche a loro: “Lo avete fatto a me!”.

Ci sono un paio di cose che vorrei però ricordare. Il malato ha bisogno certamente di cura, di competenza scientifica; ma ha ancor più bisogno di speranza. Nessuna medicina solleva il malato quanto la speranza del suo medico, sentirsi dire da lui: “Ho buone speranze per te”. Quando è possibile farlo senza ingannare, bisogna dare speranza. La speranza è la migliore “tenda ad ossigeno” per un malato. E poi amore. Il celebre elogio della carità che si legge in san Paolo è rivolto a tutti i cristiani, ma si applica in modo tutto speciale per chi deve trattare con i malati:
“La carità è paziente, è benigna…, non manca di rispetto, non si adira… Tutto copre, tutto crede, tutto spera, tutto sopporta” (1 Corinzi 13, 4 ss.).

Non bisogna lasciare il malato nella sua solitudine. Una delle opere di misericordia è visitare i malati, e Gesù ci ha avvertito che uno dei punti del giudizio finale verterà proprio su questo: “Ero malato e mi avete visitato… Ero malato e non mi avete visitato” (Matteo 25, 36. 43). Questo è un campo in cui bisogna applicare la massima: “Non tralasciare l’importante per l’urgente!”. Visitare una persona malata, magari solo per qualche istante, è una cosa importante. Ma siccome spesso non è urgente, la si rimanda a lungo, finendo per decidersi quando forse non serve più.

Una cosa che possiamo fare tutti, per i malati, è pregare per loro. Quasi tutti i malati del Vangelo sono guariti perché qualcuno li ha presentati a Gesù e lo ha pregato per essi. La preghiera più semplice, e che tutti possiamo fare nostra, è quella che le sorelle Marta e Maria rivolsero a Gesù, in occasione della malattia del loro fratello Lazzaro: “Signore, colui che tu ami è malato!”. Non aggiunsero altro.
Termino con l’augurio a tutti i malati di guarire presto e ritornare alla loro attività, all’affetto dei loro cari, con un motivo in più per essere riconoscenti a Dio e apprezzare la vita.

Fonte

LEGGI IL BRANO DEL VANGELO
della V Domenica del Tempo Ordinario – Anno B

Puoi leggere (o vedere) altri commenti al Vangelo di domenica 4 Febbario 2018 anche qui.

 

Mc 1, 29-39
Dal Vangelo secondo Marco
29E subito, usciti dalla sinagoga, andarono nella casa di Simone e Andrea, in compagnia di Giacomo e Giovanni. 30La suocera di Simone era a letto con la febbre e subito gli parlarono di lei. 31Egli si avvicinò e la fece alzare prendendola per mano; la febbre la lasciò ed ella li serviva. 32Venuta la sera, dopo il tramonto del sole, gli portavano tutti i malati e gli indemoniati. 33Tutta la città era riunita davanti alla porta. 34Guarì molti che erano affetti da varie malattie e scacciò molti demòni; ma non permetteva ai demòni di parlare, perché lo conoscevano. 35Al mattino presto si alzò quando ancora era buio e, uscito, si ritirò in un luogo deserto, e là pregava. 36Ma Simone e quelli che erano con lui si misero sulle sue tracce. 37Lo trovarono e gli dissero: «Tutti ti cercano!». 38Egli disse loro: «Andiamocene altrove, nei villaggi vicini, perché io predichi anche là; per questo infatti sono venuto!». 39E andò per tutta la Galilea, predicando nelle loro sinagoghe e scacciando i demòni.

C: Parola del Signore.
A: Lode a Te o Cristo.

  • 04 – 10 Febbraio 2018 2018
  • Tempo Ordinario V
  • Colore Verde
  • Lezionario: Ciclo B
  • Anno: II
  • Salterio: sett. 1

Fonte: LaSacraBibbia.net

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