Commento al Vangelo del 4 dicembre 2011 – Paolo Curtaz

Seconda domenica di avvento, anno di Marco

Is 35,1-10 /2 Pt 3,8-14 / Mc 1, 1-8

Lavori in corso

Quando è iniziato tutto?
Hanno conosciuto Gesù attraverso le parole degli apostoli. Sono diventati seguaci del Nazareno, sono chiamati “coloro che seguono la via”, hanno il cuore pieno delle parole del Rabbì raccontato da anime infuocate e semplici. Conoscono le parole del Maestro, conoscono i suoi prodigi e le sue promesse.
Sono curiosi, i primi cristiani, soprattutto quelli che abitano lontano da Gerusalemme, dispersi nella Babilonia delle genti. Quando è iniziato tutto?
È Marco a decidere di redigere un racconto.
Non un trattato di teologia, ma un racconto, una narrazione dei fatti, una buona notizia, un vangelo. Giravano già dei vangeli che celebravano le gesta degli imperatori. Grandi gesta gonfiate ad arte, uomini che si prendevano per dio, rubandosi il trono con violenza.
Qui, invece, si parla di un ebreo marginale vissuto ai confini dell’Impero. E Marco racconta, aiutato forse da Pietro il pescatore. Mette in ordine gli eventi.
Perché Cristo possa nascere anche nel cuore di chi lo ascolta.
Siamo qui per questo, dicevamo domenica scorsa, siamo qui a far spazio a Dio nel nostro cuore.

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Consolazione e strade

Non facciamo finta che poi Gesù nasce.

Vogliamo farlo nascere nella nostra vita, continuamente, rinvigorire la sorgente che abita in noi. Riscoprire il volto di Dio che egli ha raccontato.

Un Dio che consola, come dice Isaia, deportato in Babilonia col popolo di Israele. Sono passati quarant’anni dall’incendio della città santa e molti, ormai, si sono integrati nella società babilonese.

Non pensano più ad un ritorno in patria, perché dovrebbero?

Isaia li richiama all’essenziale: per scoprire la consolazione di Dio bisogna costruire una strada, una strada in mezzo al deserto. Babilonia e Gerusalemme erano separate da un deserto sterminato e gli antichi avevano preferito costruire una strada che costeggiasse le montagne, lunga mille chilometri, pur di non affrontare quel deserto. Isaia, invece, chiede al popolo di costruire una strada nuova proprio nel deserto, di osare, di volare in alto.

Vuoi incontrare il Dio di Gesù? Il consolatore?

Non omologarti alla mentalità di questo tempo, non rassegnarti, non adagiarti: costruisci un percorso nella tua vita caotica.

L’incontro con Dio è gratuito, è dono, è gratis.

Ma per lasciarci incontrare dobbiamo rimboccarci le maniche, entrare nel deserto, fuggire da Babilonia.

Ritardi

Ma, obbietterà qualcuno, dopo duemila anni di preparazione, dov’è questo Cristo? Il Regno nuovo? La profezia di un mondo diverso sembra essersi persa nei meandri della storia umana!

La stessa cosa la pensavano già le prime comunità e un presbitero del primo secolo scrive una lettera, attribuita a Pietro, in cui fornisce due risposte: i tempi di Dio non sono i nostri tempi e Dio pazienta perché possiamo convertirci.

Costruiamo strade nel deserto, ancora attendiamo Dio, pur facendone già esperienza, in attesa di un ritorno ultimo e definitivo, di una pienezza dei tempi, di una consumazione della storia in cui Dio avrà l’ultima parola. E sarà una buona notizia.

Profeti

Giovanni ha deciso di dedicare la sua vita ad aiutare gli altri a preparare la strada.

Ha rinunciato alle legittime comodità della vita per andare all’essenziale.

Nel deserto accoglie persone che con un segno forte, un’immersione, vogliono cambiare vita.

Cristo lo incontriamo se ci diamo da fare, se diamo retta ai tanti profeti che ancora camminano accanto a noi e che ci suggeriscono i percorsi dell’interiorità.

Cristo lo incontriamo nei gesti/simbolo, nei sacramenti che, se vissuti con verità e fede, ci riportano a lui.

Che bello sarebbe se in questo tempo di avvento riuscissimo, con i denti, a ritagliarci qualche micro-spazio per la preghiera! Che bello sarebbe riuscire a non lasciarci travolgere dall’imminente buonismo natalizio che rischia di ridurre l’evento ad una melassa di buone intenzioni e decidessimo di costruire una strada nel deserto delle nostre vite caotiche!

È serio il Natale, è severo, ha a che fare col dramma di un Dio presente e di un uomo assente.

Giovanni ci ricorda nuovamente che è impossibile vivere se non capiamo per quale strana ragione siamo stati messi al mondo. Superata la tentazione dei sempre presenti idoli della nostra vita (immagine di sé, carriera, denaro) che falsamente pretendono di riempire il senso di infinito che ci abita, ci resta un vuoto immenso di senso da colmare, il bisogno assoluto di capire.

Molti, ahimè, vi hanno rinunciato, hanno abdicato a pensare, a vivere, travolti dalla quotidianità.

Dio non si scoraggia e li/ci raggiunge proprio nella quotidianità, diventando uno di noi.

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