Commento al Vangelo del 31 Maggio 2020 – don Giovanni Berti (don Gioba)

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Collocato nella controfacciata interna della nostra chiesa parrocchiale di Moniga, sopra la porta d’ingresso, c’è una grande tela della fine del ‘600 con la firma di Gioia Abraha Stols, probabilmente una pittrice di cui non ho trovato alcuna altra notizia su internet. La scena che però rappresenta è famosa, ed è la Pentecoste.

Come da tradizione la pittrice rappresenta il gruppo degli apostoli in cerchio e al centro Maria, la Madre di Gesù. Sopra tutti i personaggi si vede la colomba luminosa dello Spirito Santo con le fiammelle che si posano su tutti i presenti, compresa Maria. C’è anche Pietro nella scena, ma il capo degli apostoli non è al centro ma anche lui a lato, con le chiavi che lo identificano posate a terra.

“La Pentecoste” Gioia Abraha Stols, fine del XVII secolo, Chiesa parrocchiale di Moniga del Garda (Brescia)

 

La scena dipinta secondo la classica rappresentazione, mette insieme diversi elementi che si raccolgono nei vari racconti biblici. Quel giorno di Pentecoste, raccontato da Luca nel secondo capitolo degli Atti degli Apostoli, non si sa se era presente Maria nel cenacolo, ma che si fosse unita al gruppo degli Apostoli viene detto prima. La posizione circolare degli Apostoli che fa si che nessuno sia più importante di altri richiama più la pagina del Vangelo di Giovanni, nella quale si racconta che Gesù Risorto appare ai discepoli chiusi per paura nel Cenacolo e si mette in mezzo. Da questa posizione centrale ribadita più volte dall’evangelista, Gesù dona Spirito Santo a tutti in ugual modo, senza che ci sia qualcuno più vicino e privilegiato e qualcuno più distante e meno importante.

Ecco la Chiesa che viene fuori da questi racconti della Pentecoste. È una Chiesa nella quale nessuno sta al centro e che ha nella circolarità il suo modello, e non è una piramide di potere. La Chiesa, comunità di credenti di cui facciamo parte tutti noi con il Battesimo, è un luogo di fraternità dove al centro sta solamente Gesù come presenza sempre viva, come fonte di amore e di missione che tocca tutti in ugual intensità anche se in modi diversi.

Il dipinto, così come i racconti biblici che stanno alla sua origine, hanno un qualcosa che richiama per simbologia quello che stiamo vivendo proprio oggi, in modo da una parte ironico ma anche molto significativo.

L’evangelista Giovanni racconta che Gesù appare al gruppetto chiuso in casa per paura, come la nostra, e fa un qualcosa che oggi se lo prendiamo alla lettera davvero fa paura: alita su di loro. È questo il modo scelto da Gesù per donare il suo Spirito Santo. Alitare per dare vita richiama quello che Dio ha fatto nella creazione del primo uomo, quando dopo averlo formato fisicamente e biologicamente, alita il suo amore dentro, e solo allora Adamo prende vita. È questo quello che fa Gesù con i discepoli anche di oggi, cioè con noi. È qui nella preghiera domenicale, ma anche in ogni istante che lo preghiamo, per soffiarci dentro la sua forza vita e contagiarci di Dio.

Il racconto di Atti dice la stessa cosa con parole e immagini diverse ma che alla fine hanno il medesimo messaggio. Anche in questo racconto i discepoli sono chiusi in casa, bloccati dalla paura e dal non sapere come fare per portare il messaggio di Gesù in un modo così complesso e complicato, pieno di così tante diversità da sembrare condannato solo alla divisione. Ecco lo Spirito che scende come un fuoco e trasforma quel gruppo di discepoli in un vero e proprio “focolaio di Dio”. Sono tutti così contagiati e pericolosamente pieni della forza di Dio che basta che aprano bocca e quel che hanno ricevuto viene trasmesso.

Rimanendo con il linguaggio dell’attualità, Gesù è il “paziente zero” che contagiando i suoi discepoli li spinge per una “pandemia” del suo amore.

Fin da subito quel contagio è stato contrastato, “distanziando” i discepoli, cercando di farli fuori e isolandoli. Molte “cure” e “vaccini” sono stati messi in campo nella storia, attraverso ricchezze, lotte di potere, divisioni nella comunità. Ma grazie proprio alla forza contagiosa del Vangelo, il “paziente zero” che è Gesù “contagia” anche noi oggi, se lo lasciamo entrare, se non ci ostiniamo a tenerlo “distanziato”.

Forse questo parallelismo con la storia attuale della pandemia rischia di essere forzato e magari urtante, ma è importante che ci sentiamo anche oggi parte di quella storia.

Il dipinto sopra alla porta della chiesa non può rimanere solamente una decorazione o il racconto di una storia passata che non ci riguarda. In quei personaggi sui quali scende la forza dello Spirito di Dio ci possiamo mettere noi stessi, per diventare ogni giorno e ovunque, fuori dalle porte della chiesa, un quadro vivente della Pentecoste.

 

Fonte: il blog di don Giovanni Berti (“in arte don Gioba”)