Commento al Vangelo del 28 Giugno 2020 – don Giovanni Berti (don Gioba)

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Gesù stavolta sembra davvero esagerare! Quello che dice ai suoi discepoli è al limite dell’inaccettabile umanamente e forse anche religiosamente.
Come può chiedere di amare Lui più degli affetti più cari e persino della propria vita?

Essere discepoli di Gesù significa amarlo più della propria vita, più di chi ti ha dato la vita (i genitori) e anche del frutto della tua vita (i propri figli). Vorrei girare la domanda al mio caro amico Lorenzo che sta attendendo in questi giorni la nascita della prima figlia dalla amata moglie Carla che ha sposato l’anno scorso. Che risponderebbe a queste affermazioni di Gesù?
Ma voglio fidarmi della parola del Vangelo, sapendo che è una parola che non mi vuole fregare e che al contrario contiene per me il segreto della vita eterna già qui dentro la mia vita limitata.

Prima di tutto è importante sapere che Gesù parla in un contesto culturale dove i legami di famiglia e di clan famigliare erano fortissimi e legavano le persone in ogni loro scelta. Gesù propone un modo di vivere le relazioni umane in cui la scelta d’amore è al di sopra di tutto, arrivando a considerare come della propria famiglia anche chi non ha legami di sangue, ma solo per il fatto che l’altro è un essere umano e per di più debole e bisognoso. Gesù stravolge il concetto e l’esperienza dei legami umani, liberandoli dalle convenzioni e insegnando il legame dell’amore vero che non deve essere mai scontato ma al contrario coltivato continuamente.

Stando alle parole testuali, Gesù non invita certo ad odiare i legami di sangue con padri, madri e figli, e tanto meno a odiare la propria vita, ma invita in maniera decisa a scegliere Lui come fonte e termine di ogni amore e di ogni legame. Gesù invita i discepoli a legarsi a lui non in modo formale e solo obbedendo a direttive e ordini, ma con il cuore. Gesù stesso per amore è uscito da Dio Padre e ha lasciato la comoda condizione divina per farsi uomo accanto agli uomini. San Paolo fa una sintesi stupenda della storia di Gesù nel capitolo 2 della lettera ai Filippesi: “…egli, pur essendo nella condizione di Dio, non ritenne un privilegio l’essere come Dio, ma svuotò sé stesso assumendo una condizione di servo, diventando simile agli uomini.”

Gesù è il primo che ha amato in modo totale l’uomo, ogni uomo e donna (e quindi anche me) arrivando anche lasciare quel legame profondo con Dio e la sua vita divina.
E la vita non l’ha persa, ma l’ha donata, e ha saputo amare in maniera pura e piena tutti, compresa anche sua madre Maria!
Amare non significa legare e trattenere, ma far vivere e lasciar andare. E se ci pensiamo bene anche nei rapporti di famiglia quando i legami diventano soffocanti e limitanti alla fine trasformano l’amore nel suo contrario e quel legame d’amore non dona vita ma la toglie.
Penso che quel mio amico che tra poco terrà la sua prima figlia tra le mani e con la moglie la vedrà iniziare a crescere fuori dal corpo della madre. Da loro è fisicamente uscita e dalla loro cura educativa imparerà a vivere e diventare sempre più grande non solo nel corpo ma anche come persona. Nata da un amore, accolta con amore, nell’amore dovrà anche essere lasciata andare per la sua strada…
Questo è anche quello che chiede Gesù, che ci insegna a legarci a lui con amore vero, perché solo in questo legame di amore reciproco possiamo crescere e imparare a fare la nostra strada.

E con Gesù sappiamo che anche il più piccolo gesto di amore non va perduto e avvicina la nostra vita alla sua, e quindi a renderla eterna. Basta anche un piccolo gesto fatto con amore: anche dare un bicchiere d’acqua fresca…

Fonte: il blog di don Giovanni Berti (“in arte don Gioba”)