Commento al Vangelo del 26 Maggio 2019 – P. Antonio Giordano, IMC

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1. Inabitazione della SS. Trinità nell’anima del giusto.

Con il Battesimo veniamo incorporati in Cristo e nasce nella nostra anima una partecipazione alla vita divina che agisce per mezzo delle tre virtù teologali: fede, speranza e carità e i Doni dello Spirito Santo e si manifesta in azioni soprannaturali, meritorie per il Paradiso.

Questo nuovo organismo che ci rende partecipi della vita divina, grazie a Gesù nato, crocifisso, morto e risorto, si chiama “inabitazione della SS. Trinità”, secondo quanto dice Gesù: “Verremo a lui e prenderemo dimora presso di lui”.

Questa nuova vita in noi è tutto “dono” di Dio che viene dal suo amore, e ci porta la “comunione” con Dio e la “gioia” che proviene dall’amare e dall’essere amati. Non si tratta del nostro amore per Dio, ma dell’amore che Dio ha per noi; non di un amare, quanto piuttosto di un essere amati. È nello Spirito Santo che noi amiamo Dio, da farci gridare “Abbà, Padre”.

Questo ci insegna che non siamo mai soli, se veramente vogliamo amare Dio. La vita del cristiano è una vita di comunione con Colui che ci ha creati e ci ha redenti. Anzi, diciamo di più: quanto più ci sembra di essere soli, tanto più siamo vicini al nostro Dio. Egli non fa sentire la sua presenza nel chiasso e nel frastuono, ma solamente nel silenzio e nella solitudine. Questa certezza ci deve spingere a cercare, nel corso della giornata, dei momenti da dedicare a questa presenza silenziosa e misteriosa. Soprattutto nel momento della prova che sperimenteremo la sua presenza benefica: quanto più lontani dagli aiuti umani, tanto più vicini all’aiuto divino.

Quando preghiamo, chiudiamo la porta della nostra stanza, chiudiamo i nostri occhi, e pensiamo che Dio è dentro di noi. Parliamogli con grande familiarità e Lui ci ispirerà sempre qualche buon proposito. Il fatto, purtroppo, è che, quando preghiamo, siamo molto distratti. La nostra preghiera si riduce a una ripetizione superficiale di parole, alle quali nemmeno pensiamo. Per pregare bene, dobbiamo pensare innanzitutto che Dio è presente in noi e dobbiamo porre attenzione al senso delle parole che pronunciamo. Allora, e solo allora, la nostra preghiera non rimarrà mai senza effetto: od otterrà quello che domandiamo, oppure ci procurerà qualcosa di ancora più grande.

Dio in me e io in Lui! Certo, con un Ospite così vivo e così grande, badiamo bene di non sfigurare. Pensiamo spesso che Dio ci vede, che Dio è nel nostro cuore. Pertanto, non dobbiamo offendere questa presenza in noi con il peccato. C’è, infatti, una condizione affinché Dio dimori in noi: dobbiamo amarlo. E lo ameremo veramente solo se osserveremo la sua parola, oppure, se non lo abbiamo fatto per il passato, se ci impegneremo ad osservarla.

2. La pace di Gesù non è quella del mondo, ma è quella che nasce dalla nuova vita che viviamo a mezzo della inabitazione della SS. Trinità.

Se si ama veramente Dio, non costerà fatica fare la sua Volontà, osservare i suoi Comandamenti d’amore. Solo se faremo così, godremo della pace che Gesù è venuto a portare su questa terra. Altrimenti, nei nostri cuori, nelle nostre famiglie e nella società umana, vi sarà sempre guerra e divisione.

3. La grande pace che godono i santi già su questa terra pur fra tante tribolazioni e sacrifici:

– Santa Caterina da Siena: amava così tanto Gesù che tutta la sua vita fu un atto di amore di Dio.  Consigliò Papi ed imperatori. Terziaria Domenicana era seguita da tanti fedeli compagni. Morì a 34 anni.

– San Giuseppe Benedetto Cottolengo: Le sue opere sono qui tra noi. Più aveva problemi da affrontare e più il suo cuore era in pace, perché nella sua anima dimorava la SS. Trinità.

– La Madonna: sapeva che “una spada avrebbe trafitto il suo cuore”, tuttavia la sua pace in cuore, nella sua anima rimase completa sempre, durante tutta la sua vita terrena.

Fonte – consolata.org

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