Commento al Vangelo del 26 Maggio 2019 – Figlie della Chiesa

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Siamo alla conclusione del primo discorso d’addio del vangelo di Giovanni. Gesù annuncia il suo commiato, riassume il senso della sua missione e prepara i discepoli all’impegno che li attende. Presentando la sua morte e risurrezione come un “viaggio”, Gesù anticipa che non sarà più in modo fisico presente tra i suoi.

Questo “viaggio” è necessario per compiere il disegno del Padre: introdurre l’umanità nella famiglia di Dio, nella vita trinitaria. Inoltre è un duplice ritorno: ritorno al Padre, da dove era venuto per incarnare il progetto del suo amore; ritorno tra i suoi, anzi “nei” suoi, in una presenza nuova che è quella dello Spirito.

Questi testi, anche se nel vangelo di Giovanni sono collocati prima della passione di Gesù, sono stati scritti dopo la sua risurrezione. Ed è proprio alla luce della Pasqua del Signore che noi dobbiamo leggere questi testi. Noi viviamo la dimensione di un Cristo glorioso, di un Gesù che ha già vinto la morte.

v.23: La prima cosa che lo Spirito Santo compie nella vita della chiesa è realizzare in lei la presenza del Signore. La presenza di Gesù permane in tutta la storia della chiesa. Nei discorsi che Gesù fa prima di morire annuncia loro il distacco.

Il discepolo, tuttavia, non esiste senza Gesù; non è che semplicemente sta male o soffre o porta un peso di angoscia. No, un discepolo non può esistere al di fuori della presenza del Signore. Perché la definizione del discepolo è colui che sta e rimane dove rimane e abita Gesù.

La parola di Dio diventa efficace nella forza dello Spirito. È lo Spirito che la rende viva, che la rende intima; la rende efficace, secondo l’azione dello Spirito del Signore. Parola e Spirito debbono andare insieme, perché la parola senza lo Spirito rimane vuota, lo Spirito senza parola rimane senza contenuto, anarchico, non ha forma. Perché, come abbiamo detto, la forma dello Spirito è Gesù Cristo, il volto dello Spirito è il volto di Gesù, non è un altro volto.

È quella realtà che è Cristo, che diventa viva e che diventa esperienza e interiorizzazione nel cristiano. Allora parola e Spirito debbono andare insieme.

Non si dice solo che lo Spirito Santo sarà accanto ai discepoli per consolare. Il problema è più profondo: si tratta di vincere la solitudine dell’uomo e di offrirgli quel luogo di permanenza che significa la vita eterna.

I verbi venire a luiprendere dimora, poi le preposizioni che usa presso di luia lui, cercano di esprimere questo rapporto tra lo Spirito e i discepoli. Non è difficile porre tutto questo in relazione con quel legame che secondo il IV Vangelo deve svilupparsi tra Gesù e i credenti. Pensiamo all’allegoria della vite e dei tralci (Gv 15).

L’esistenza dei tralci in quanto tali e la capacità dei tralci di fare frutto, dipende dal loro rimanere nella vite, anzi questo rimanere è reciproco: i discepoli rimangono nella Parola di Gesù; la Parola di Gesù rimane nei discepoli; i discepoli rimangono in Gesù; Gesù rimane nei discepoli.

Ma la domanda è quella che dicevamo: come può Gesù rimanere nei discepoli se sta per verificarsi un distacco insuperabile, quello della morte? C’è un abisso tra il Signore e i suoi. L’annuncio del Paraclito, dello Spirito, risponde a quest’esigenza: nello Spirito, Gesù è e rimane e rimarrà presente con i discepoli, nel suo Spirito.

Il verbo “dimorare” esprime il messaggio biblico dell’uomo dimora di Dio. Il luogo della dimora di Dio, nella tradizione biblica, era la “tenda”, il “tempio”, “Gerusalemme”. In Giovanni la dimora di Dio è l’uomo attraverso l’incarnazione di Gesù e il piano che Dio ha realizzato con il mondo degli uomini.

L’inabitazione della Trinità in noi è condizionata, così, non tanto da Dio, ma da noi stessi: amare Gesù e osservare la sua Parola; amare Gesù e vivere come lui ha detto e fatto. Lo Spirito Santo dunque, insieme al Padre e al Figlio, fissa la sua dimora nei fedeli, dentro di loro come Dio nel suo tempio.

È possibile rimanere in Gesù quando Gesù si allontana e quando la morte sembra creare un abisso invalicabile tra lui, Gesù che sale al Padre, e loro, i discepoli che sono nel mondo e che devono rimanere nel mondo? È possibile che, pur rimanendo nel mondo, siano in comunione con Gesù, con quel Gesù che se ne va? È proprio quel verbo là: dimora presso di voi, rimane, abita, sta presso di voi.

Insomma, la presenza di Gesù continua: ma continua nello Spirito Santo, attraverso lo Spirito di verità, cioè quello Spirito che manifesta la verità di Dio, cioè la pienezza dell’amore di Dio. La verità non è altro che l’amore di Dio rivelato: conoscere la verità vuol dire rendersi conto che alla base della nostra vita e della vita del mondo c’è l’amore di Dio. Se uno vede l’amore di Dio ha visto la verità, ha visto la luce.

Fino a che non si rende conto che alla radice della vita ci sta l’amore di Dio, è tenebra, è oscurità, non si capisce il senso della vita, il senso del mondo, delle cose. Lo Spirito di verità è quello che svela il senso del mondo, perché svela l’amore di Dio rivelato in Gesù; cioè aiuta a comprendere che, misteriosamente, alla radice dell’esistenza del mondo ci sta l’atto eterno di amore di Dio.

La vita cristiana è fatta di comunione con Gesù e Gesù per noi è una persona viva, non è un uomo del passato, da ricordare: è un vivente in comunione con cui vive. Bene, questo vivente è presente nella nostra vita.

È nello Spirito vitale di Gesù, in quella ricchezza di amore che possiede, è in lui che la distanza tra Cristo e noi è superata, è in lui che Cristo ci viene incontro continuamente.

v.26:Insegnare” e “ricordare”, sono due verbi che esprimono non solo una funzione intellettuale, ma vitale. Lo Spirito Santo non è semplicemente uno strumento per rinfrescare la memoria intellettuale (non si tratta di ricordare una parola o un fatto del passato in modo meccanico, come potrebbe fare un registratore); si tratta di un ricordo vitale che fa assimilare spiritualmente il significato di un discorso o di un’azione.

La Parola di Gesù è e deve essere sorgente vitale per l’esistenza della Chiesa. Il Concilio Vaticano II dice nella Dei Verbum che la Bibbia vuole letta in quel medesimo Spirito in cui è stata scritta; come lo Spirito ha ispirato lo scrittore, lo Spirito ispira il lettore. Quindi c’è un’azione continua dello Spirito nella Chiesa perché quel Libro che costituisce la Legge dell’esistenza della Chiesa sia un Libro vivo.

La Sacra Scrittura non è solo un messaggio religioso da capire con l’intelligenza, ma è la Parola attraverso la quale e nella quale diventa possibile un rapporto personale con Gesù Cristo. La Sacra Scrittura produce l’incontro della chiesa con il Signore, dei credenti con il Signore, come incontro personale e vivo.

v.27: Gesù ha annunciato il suo distacco dai discepoli, però ha promesso anche che questo distacco sarebbe stato provvisorio: “poi vado e tornerò a voi”. Questa venuta del Signore sarà accompagnata dal dono della pace, che Cristo ha conquistato con il dono della sua vita, proprio tornando al Padre, nella passione e nella morte.

Quella passione e morte che sembravano essere il distacco irrevocabile di Gesù dai suoi, sono invece la condizione per una presenza nuova ed efficace, che comunica la pace di Cristo; non come la dà il mondo: anche il mondo dà la pace, ma la dà semplicemente come un saluto o un desiderio o un augurio; il mondo non è capace di comunicarlo come dono di Dio agli uomini, come un fondamento gratuito di una esistenza nuova. Gesù si ferma in mezzo ai discepoli e trasmette a loro questo dono: “Pace a voi!”.

 

v.28: Lo Spirito Santo fa del credente un innamorato. L’amore diventa un principio, una sorgente costante di attività di comunione. Per questo la promessa dello Spirito è accompagnata dalla garanzia della pace e di una pace che non può essere turbata come quella del mondo; è la pace dell’innamorato, che dipende solo dall’amore dell’amato. Dove questo amore sia fedele (come è il caso dell’amore di Dio) anche la pace diventa imperturbabile.

Appendice

Questo è ciò che leggiamo nel profeta: Aggiungo pace a pace. Egli andandosene ci lascia la pace, e la pace ci darà tornando alla fine dei secoli. La pace ci lascia in questo mondo, e la pace sua ci darà nel futuro regno. (…) È in lui e da lui che viene questa pace, sia quella che ci lascia per andare al Padre, sia quella che ci darà quando ci condurrà dal Padre.

Ma cos’è che ci ha lasciato, andandosene da noi, se non se stesso, che mai si allontanerà da noi? Egli stesso infatti è la nostra pace, egli che di due popoli ne fece uno solo. Egli è per noi la pace, sia quando crediamo che egli è, sia quando lo vedremo qual è. Se infatti egli non abbandona noi che peregriniamo in questo mondo lontani da lui, che siamo prigionieri di questo corpo corruttibile che appesantisce l’anima, e che camminiamo verso di lui per mezzo della fede e non perché di lui abbiamo la chiara visione, quanto maggiormente ci ricolmerà di sé, quando alfine perverremo a vederlo quale è? (Agostino, Comm. a Giovanni 77.3)

(Il Padre) è glorificato perché il Figlio da lui ha ricevuto il potere su tutta la carne, per darle la vita eterna. Queste opere del Figlio dunque glorificano il Padre. Pertanto, quando il figlio ha ricevuto tutto, è stato glorificato dal Padre; e a sua volta è glorificato il Padre, quando tutto è fatto dal Figlio.

La restituzione della gloria concessa ha la sua ragion d’essere in questo fatto: tutta la gloria che il figlio ha è gloria del Padre, perché tutto egli ha ricevuto dal Padre, perché la gloria di colui che compie una missione torna a gloria di colui che ha affidato quella missione, come la gloria di chi genera torna a gloria di chi è nato. (Ilario, La Trinità 3,13)

Che lo Spirito non abiti accanto alla Parola, ma in essa, Giovanni l’ha sottolineato con forza quando designato la memoria come l’attività propria dello Spirito nella storia. Lo Spirito santo non parla da se stesso, ma di ciò che è mio dice Gesù (cfr Gv 16, 14). Egli si riconosce per la sua fedeltà alla Parola, una volta pronunciata.

Giovanni ha costruito la sua cristologia e la sua dottrina dello Spirito in modo rigorosamente parallelo. Anche il Cristo si caratterizza infatti per il fatto che può dire: la mia dottrina non è mia (Gv 7,16).

È questa dimenticanza di sé che lo contraddistingue (…). La natura dello spirito santo, unità del Padre e del Figlio, è la dimenticanza di sé; in questo consiste la memoria. È l’autentico rinnovamento. Una Chiesa pneumatica è una Chiesa che ricordando penetra più profondamente nella Parola, divenendo così più viva e più ricca. (J. Ratzinger, Il Dio di Gesù Cristo pp. 118-20)

La pace non si impone: Non ve la do come la dà il mondo; la pace si offre: lascio a voi la pace. Essa è il primo frutto di quel comandamento sempre nuovo che la germina e la custodisce: Vi do un comandamento nuovo: amatevi l’un l’altro (Gv 13,34).

Nella verità del nuovo comandamento, commisurato sull’esempio di Cristo – come io ho amato voi– “tu non uccidere” non sopporta restrizioni o accomodamenti giuridici di nessun genere.

Cadono quindi le distinzioni tra guerre giuste e ingiuste, difensive e preventive, reazionarie e rivoluzionarie. Ogni guerra è fratricidio, oltraggio a Dio e all’uomo. O si condannano tutte le guerre, anche quelle difensive e rivoluzionarie, o si accettano tutte. Basta un’eccezione, per lasciar passare tutti i crimini. (P. Mazzolari, Tu non uccidere pp. 114-5)

… Il Vangelo di questa domenica, tratto dal capitolo 14 di san Giovanni, ci offre un implicito ritratto spirituale della Vergine Maria, là dove Gesù dice: “Se uno mi ama, osserverà la mia parola e il Padre mio lo amerà e noi verremo a lui e prenderemo dimora presso di lui” (Gv 14,23). Queste espressioni sono rivolte ai discepoli, ma si possono applicare al massimo grado proprio a Colei che è la prima e perfetta discepola di Gesù. Maria infatti ha osservato per prima e pienamente la parola del suo Figlio, dimostrando così di amarlo non solo come madre, ma prima ancora come ancella umile e obbediente; per questo Dio Padre l’ha amata e in Lei ha preso dimora la Santissima Trinità. E inoltre, là dove Gesù promette ai suoi amici che lo Spirito Santo li assisterà aiutandoli a ricordare ogni sua parola e a comprenderla profondamente (cfr Gv 14,26), come non pensare a Maria, che nel suo cuore, tempio dello Spirito, meditava e interpretava fedelmente tutto ciò che il suo Figlio diceva e faceva? In questo modo, già prima e soprattutto dopo la Pasqua, la Madre di Gesù è diventata anche la Madre e il modello della Chiesa. (Papa Benedetto XVI, Regina Caeli 9 maggio 2010)

Siamo sempre in ascolto dei «discorsi di addio» contenuti nel quarto vangelo, quelli pronunciati da Gesù alla fine della sua ultima cena con i discepoli, prima di essere arrestato sul monte degli Ulivi. Dopo aver consegnato il comandamento nuovo (cf. Gv 13,34), Gesù ha annunciato il suo esodo da questo mondo al Padre, ma ciò suscita domande tra i discepoli: Pietro, Tommaso, Filippo e infine Giuda, «non l’Iscariota», gli chiedono di spiegare meglio le sue parole (cf. Gv 13,36-14,22). In particolare, la domanda di Giuda è quella che abita anche i nostri cuori di credenti: «Signore, perché tu ti manifesti a noi credenti e non ti manifesti pubblicamente al mondo, a tutti gli uomini?». Anche se abbiamo fede in Gesù, restiamo incapaci di assumere le conseguenze del nostro credere, del nostro aderire a lui, e così ci chiediamo: perché egli non ha compiuto segni, prodigi, azioni straordinarie, in modo da convincere tutti gli uomini? Perché ha scelto l’umiltà, la piccolezza, uno stile di voluto nascondimento? Perché non ha cercato il consenso, servendosi dei mezzi a lui disponibili per ottenere successo? Questa ottica è la stessa dei fratelli di Gesù, i quali lo avevano invitato a manifestarsi al mondo, in modo da costringere gli uomini a credere in lui mediante l’evidenza dello straordinario (cf. Gv 7,4) Ma Gesù delude chi ragiona in questi termini, e ribadisce che ciò che conta non è l’ampiezza del consenso, non è la quantità dei «conquistati»; no, l’importante è che vi sia un rapporto personale d’amore nei confronti di Gesù, non l’ammirazione che si può nutrire per un taumaturgo, per un operatore di miracoli: «Se uno mi ama, osserverà la mia parola, e il Padre mio lo amerà e noi verremo a lui e prenderemo dimora in lui». Tutto avviene in modo invisibile eppure reale, concreto, sperimentabile. Ciò che è decisivo è il rapporto di conoscenza e di amore tra il credente divenuto discepolo e Gesù, «il Signore e il Maestro» (Gv 13,14): in questo modo il credente diviene addirittura dimora di Gesù e del Padre! Sì, la vita cristiana è «vita nascosta con Cristo in Dio» (Col 3,3): tutto ciò è straordinario, ma non visibile agli occhi del mondo; è decisivo per la vita e la salvezza, ma non verificabile da parte degli altri; è verissimo, anzi sperimentabile alla luce della fede, ma non accertabile alla luce della visione (cf. 2Cor 5,7) Gesù se ne va e certamente un giorno tornerà nella gloria, alla fine della storia; allora la sua Venuta si imporrà a tutti gli uomini e a tutta la creazione. Ma nel frattempo che intercorre tra la sua morte– resurrezione e la sua Venuta finale, Gesù viene quotidianamente nel cuore del credente che ama, che compie il comandamento nuovo. E affinché questo avvenga, durante la sua assenza fisica dovuta al suo dimorare presso il Padre, vi è da parte del Padre stesso un grande dono: lo Spirito santo, colui che ha funzione di Consolatore, di difensore, di «chiamato accanto» al credente. Lo Spirito ricorda tutto ciò che Gesù ha detto e fatto, rendendolo presente nella sua comunità e svolgendo la funzione di Maestro interiore capace di illuminare e guidare la vita di ogni cristiano. Nel corso della vita terrena di Gesù, i discepoli avevano il suo insegnamento diretto, ma spesso non lo capivano perché il loro cuore non era in grado di accogliere le sue parole. Ma quando lo Spirito sarà presente nel cuore dei discepoli, allora scomparirà «il cuore indurito» (cf. Mc 16,14), perché il Maestro interiore renderà «il cuore capace di ascolto» (1Re 3,9), renderà il cristiano capace di realizzare le parole di Gesù Insomma, il cristiano non è mai solo, ma grazie allo Spirito santo è dimora, casa, tempio della Presenza di Dio (cf. 1Cor 3,16; 6,19). Di più, lo Spirito che rende possibile questa inabitazione del Padre e del Figlio nel cuore del credente, è lo stesso che ci rende consapevoli del dono lasciatoci da Gesù: «la sua pace», cioè la vita piena da lui vissuta, la vera vita. E così quella che era la pace di Gesù è ora divenuta la nostra pace. (Enzo Bianchi, commento al Vangelo – 5 maggio 2013)

[…] Lo Spirito vi insegnerà ogni cosa e vi ricorderà tutto quello che vi ho detto. Si tratta di una affermazione che scintilla di profezia. Insegnare e ricordare, sono i due verbi dove soffia lo Spirito: il riportare al cuore le grandi parole di Gesù e l’apprendimento di nuove sillabe divine; ciò che è stato detto “in quei giorni” e ciò che lo Spirito continua a insegnare in questo tempo. L’umiltà di Gesù: neppure lui ha insegnato tutto, se ne va e avrebbe ancora cose da trasmettere. La libertà di Gesù: non chiude i suoi dentro recinti di parole ma insegna sentieri, spazi di ricerca e di scoperta, dove ha casa lo Spirito. Che bella questa Chiesa e questa umanità profetiche, catturate dal Soffio di Dio! Questo Spirito che convoca tutti, non soltanto i profeti di un tempo, o le gerarchie di oggi, ma tutti noi, toccati al cuore da Cristo e che non finiamo di inseguirne le tracce. E ci fa rinascere come cercatori d’oro, impegnati a inventare luoghi dove si parli con amore dell’Amore. (Letture: Atti 15,1-2.22-29; Salmo 66; Apocalisse 21, 10-14.22-23; Giovanni 14,23-29). (Ermes Ronchi, commento al Vangelo domenica 1 maggio 2016)

Fonte: Figlie della Chiesa

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