Commento al Vangelo del 25 Novembre 2018 – Figlie della Chiesa

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La solennità di Cristo Re venne istituita dal Papa Pio XI con l’Enciclica “Quas primas” dell’11 dicembre 1925 e da lui stesso fu celebrata per la prima volta il 31 dicembre di quell’anno santo 1925.

Il grande pontefice intendeva così rispondere alle numerose petizioni firmate da Cardinali, Vescovi, Istituti religiosi, Università cattoliche e centinaia di migliaia di fedeli in tutto il mondo, che gli chiedevano di stabilire una festa liturgica propria; con lo scopo di «riparare gli oltraggi fatti a Gesù Cristo dall’ateismo ufficiale» e proclamare solennemente «i sovrani diritti della persona regale di Gesù Cristo, che vive nell’Eucaristia e regna, col Suo Sacro Cuore, nella società».

Pio XI motivò inoltre la creazione di questa nuova festa come efficace aiuto spirituale per il popolo di Dio, in quanto attraverso il ritmo ciclico dell’anno liturgico viene facilitata l’assimilazione dei divini misteri.

Egli spiegò ampiamente come la regalità di Cristo sia fondata sulle Sacre pagine dell’Antico e del Nuovo Testamento, sulla testimonianza dei Padri e dei Concili. Ricordava in particolare che il Concilio di Nicea ha inserito nel Simbolo la formula che proclama la dignità regale di Cristo, con l’espressione: «il suo regno non avrà mai fine».

Con la celebrazione di questa solennità, nata in un contesto culturale in cui si stavano affermando vari totalitarismi che pretendevano dai popoli un’adesione personale assoluta, papa Pio XI intese sottolineare la signoria di Cristo sulla storia, sul tempo, su tutti gli uomini.

Sebbene nella situazione contemporanea le monarchie assolute siano passate di moda, non manca la tentazione di assoggettarci, spesso inconsciamente, ai potenti di turno … Il nostro re oggi può diventare il denaro o il successo; a volte ci facciamo noi stessi re della nostra vita, o eleviamo a questo ruolo una persona, un’ideologia o, peggio ancora, una cosa, una passione … Sono tutti re di un regno destinato a cadere …

Il regno di Dio che Gesù ci propone, invece, non è di questo mondo: è il regno dell’Amore; e se la nostra vita ruota intorno a Lui, diveniamo partecipi della sua vittoria regale sul male e sulla morte.

La Liturgia della solennità con le letture ci sollecita a riconoscere nel “figlio dell’uomo” preannunciato dal profeta Daniele il Signore Gesù, al quale è stato dato “un potere eterno, che non finirà mai, e il suo regno non sarà mai distrutto”. Gli fa eco la solenne affermazione del Salmo 92: “Stabile è il tuo trono da sempre, dall’eternità tu sei”.

Il testo dell’Apocalisse ci introduce a comprendere e approfondire la qualità della regalità di Cristo, che non solo è “sovrano dei re della terra”, ma coinvolge ciascuno di noi e tutti insieme come sua Chiesa; dal momento che Egli “ci ama e ci ha liberati dai nostri peccati con il suo sangue” siamo invitati ad essere consapevoli che “ha fatto di noi un regno, sacerdoti per il suo Dio e Padre”.

Il brano evangelico di Giovanni, nel contesto della grande martyrìa-testimonianza che il Cristo dà su se stesso, prima davanti ai capi giudei e poi davanti alle autorità romane, ci apre alla comprensione della regalità di Cristo come Egli l’ha vissuta. Nei pochi intensi versetti proposti alla nostra meditazione per l’anno B, l’interrogatorio a Gesù circa la sua identità regale ci viene presentato come un vero dramma, in cui i personaggi si interpellano reciprocamente e dove risulta che Pilato, con la sua incapacità di decidersi per la Verità, volge il dramma in tragedia.

33In quel tempo, Pilato disse a Gesù: «Tu sei il re dei Giudei?». In tutte le narrazioni evangeliche sono queste le prime parole che Pilato rivolge a Gesù. Si tratta di un interrogativo preciso, perché nella sua responsabilità di giudice rappresentante dell’Impero egli deve appurare se l’accusa politica fatta dai Giudei contro Gesù sia autentica. La pretesa di opporsi a Cesare e di costituirsi re, infatti, di per sé dimostrerebbe una presunzione assurda e dovrebbe essere punita con la morte. Quindi, secondo la tradizione del diritto romano, il procuratore deve verificare di persona se l’imputato è colpevole di quanto gli si attribuisce. Il titolo contestato a Gesù non è quello tradizionale di sapore messianico: “Re d’Israele”, che avrebbe avuto una connotazione religiosa; è invece quello di “Re dei Giudei”, che facendo riferimento alla popolazione insediata in quel territorio ha un preciso significato politico.

34Gesù rispose: «Dici questo da te oppure altri te l’hanno detto sul mio conto?». La domanda che Gesù fa a Pilato lo trasforma da imputato in inquirente; infatti l’uomo che è chiamato ad esercitare il giudizio viene richiamato a indagare su se stesso, per vedere se ciò che sta dicendo viene da una convinzione personale o se si affida indiscriminatamente al pensiero degli altri.

35Pilato rispose: «Sono io forse Giudeo? La tua gente e i sommi sacerdoti ti hanno consegnato a me; che cosa hai fatto?». Il giudice elude la domanda e risponde facendone altre; la prima, sprezzante, vuole prendere le distanze tra lui che è dalla parte del potere e Gesù che si trova come reo, per di più figlio di un popolo che è stato capace di tradirlo, consegnandolo al potere nemico. Gesù in effetti si trova solo: la sua gente e i suoi capi religiosi sono contro di lui.

La seconda domanda di Pilato vuole far confessare all’imputato con la sua stessa bocca i fatti per cui è stato presentato come un reo di morte. Ma Gesù non dà risposta a questa provocazione.

36Rispose Gesù: «Il mio regno non è di questo mondo; se il mio regno fosse di questo mondo, i miei servitori avrebbero combattuto perché non fossi consegnato ai Giudei; ma il mio regno non è di quaggiù». Gesù dissipa subito la preoccupazione di Pilato spiegando la natura del suo regno; esso non appartiene all’ordinamento politico di questo mondo, basato sull’ambizione, sul denaro e sul potere; scartando la regalità che si basa sulla forza chiarisce che non ha la pretesa di occupare un trono quaggiù. Il “mondo” infatti, qui come in altri contesti giovannei, è il sistema di ingiustizia che opprime l’uomo asservendolo a un altro uomo. Niente di tutto questo nel regno di Gesù: Egli invece pratica il servizio all’uomo e rifiuta ogni potere concepito come dominio che si appoggia alla forza delle armi. Per questo precisa che se il suo regno fosse secondo l’ordinamento terreno, avrebbe uomini armati che lo difenderebbero. La sua scelta invece è quella della non violenza, della rinuncia all’uso della forza.

La regalità di Gesù non ha origine da nessun riconoscimento di questo mondo; appartiene a “ciò che è alto”; e poiché gli viene dal Padre e dallo Spirito è caratterizzata dall’amore, che comunica vita e non vuole produrre morte per mezzo dell’oppressione. Il suo regno non si impone: viene accettato liberamente da chi lo riconosce. La sua missione regale si realizza nella storia, sebbene rifiuti i criteri mondani; la sua Comunità non deve rifuggire dalla storia, anzi è chiamata a inserire in essa l’afflato dello Spirito di Verità proprio nel contesto storico, sociale, multi-religioso in cui si trova a vivere.

37Allora Pilato gli disse: «Dunque tu sei re?». Rispose Gesù: «Tu lo dici; io sono re. Per questo io sono nato e per questo sono venuto nel mondo: per rendere testimonianza alla verità. Chiunque è dalla verità, ascolta la mia voce». Nell’ulteriore domanda di Pilato si coglie quasi un senso di stupore, dopo le affermazioni di Gesù sulla natura della sua regalità; quel singolare imputato, infatti, non ha parlato di Re, ma di Regno; l’inquisitore deve quindi chiarire, alla luce delle affermazioni precedenti che negano tutti i requisiti consueti dei sovrani di questo mondo, se davvero il Nazareno si considera Re.

Gesù conferma la sua natura regale, e dichiara apertamente che si tratta di una investitura che possiede da sempre; per questo la sua nascita e la sua venuta nel mondo sono la riposta a una missione che appunto gli viene dall’alto: testimoniare la verità.

Gesù comunica la verità su Dio perché ne manifesta l’amore; e la verità sull’uomo in quanto realizza il progetto di Dio su di lui. La missione di Gesù di rendere testimonianza alla verità mostra come Egli eserciti la sua missione liberatrice: chi aderisce a Lui lo ascolta, cioè si fida di Lui e lo segue.

Si può mettere questa affermazione in relazione con Giovanni 10,16.27, in cui Gesù affermava che le sue pecore ascoltano la sua voce. Questo consente di chiarire ulteriormente la natura del regno di Cristo. Egli si presenta come il Re-Pastore, escludendo ogni idea di dominio e di potere; anzi dalla risposta emerge la sua capacità e volontà di dare la vita per coloro che il Padre gli ha affidato.

Questo è il nostro Re!

Appendice

Dialogo tra Pilato e Gesù sulla vera regalità

In questa scena Gesù rivela la regalità di Dio davanti a chi rappresenta l’imperatore romano. Pilato è chiamato ad ascoltare la sua voce, per conoscere la verità che fa liberi (cf. Gv 8, 32), altrimenti resta schiavo della menzogna. La regalità di Dio non si fonda sulla violenza e sull’oppressione, ma sull’amore e sul servizio. Non viene da questo mondo, ma da Dio stesso. Gesù è venuto a portarla in questo mondo, per restituire all’uomo la sua umanità.

Il modo di concepire la regalità determina i rapporti degli uomini tra di loro e con la natura; e varia secondo l’idea che si ha di Dio e dell’uomo, sua immagine. Se Dio è colui che tiene in mano tutti, allora l’uomo realizzato è colui che riesce a mettere le mani su tutti; se Dio è l’Emmanuele, il Dio-con-noi, che si mette nelle mani di tutti, allora l’uomo realizzato è colui che si fa solidale con tutti. È stata lenta, anche nella Bibbia, l’evoluzione dalla prima concezione, dura a sparire, alla seconda.

Per lo più parliamo di potere in senso negativo, perché logora innanzi tutto chi ce l’ha. Per sé il potere è un valore: indica possibilità, capacità. Può essere usato bene o male. La storia però insegna che i capi, e quanti con essi si identificano, lo esercitano non proprio per servire, ma piuttosto per asservire gli altri (cf. Mc10,42-45p). Questo però non vuoi dire che il potere politico sia un male, più o meno necessario. Infatti, quando è volto al bene comune, è la forma più alta di servizio all’uomo. Il cristiano si impegna nella politica: pienamente responsabile di questo mondo, testimonia in esso la verità dell’amore. Così, insieme a tutti gli uomini di buona volontà, gli impedisce di chiudersi nell’autodistruzione e lo apre al suo futuro. Non si illude però sul risultato immediato, né vuole realizzare un regime di cristianità. Vuole semplicemente essere testimone di Gesù e del suo regno, a proprie spese, come lui affidandosi al Padre e ai fratelli.

[…]

Tu sei il re dei giudei?

Pilato interroga Gesù se è vera l’accusa mossagli dai capi, che Giovanni non riferisce (cf. però 19,22), a differenza degli altri Vangeli (cf. Mc 15,2p). La domanda inizia con un «tu» enfatico: proprio tu, che sei un condannato, legato e giudicato, sei il re dei giudei?

Il messianismo di Gesù è emerso frequentemente nel Vangelo (1,41.49; 3,28s; 6,15; 7,26.41s; 9,22; 10,24; 12,13.15.34; cf 18,5.7: «il Nazoreo». Le folle, dopo il dono del pane, volevano farlo re (6,14s); dopo il dono della vita a Lazzaro, lo avevano acclamato re d’Israele (12,l3). Non avevano capito che dà il pane facendosi pane, che dà vita dando la vita.

Il titolo della condanna, scritto sulla croce, sarà: «Re dei giudei» (19,l9; cf. Mc 15,26p). Gesù è accusato di essere uno dei vari messia che fomentavano la ribellione contro i romani, per liberare il popolo. È vero che lui è re. Ma in modo diverso. Per questo i suoi l’hanno rifiutato e i romani crocifisso. Se non avesse deluso i loro desideri, i suoi l’avrebbero accolto; e i romani si sarebbero sottomessi o sarebbero stati crocifissi.

La Bibbia è da sempre critica nei confronti della regalità (cf. Gdc 9,8-15; 1Sam 8,1ss). Presso tutti i popoli il re è l’ideale dell’uomo, l’uomo ideale che ciascuno vorrebbe essere: libero e potente, che domina su tutti. È un dio in terra! Ma Dio vieta che ci facciamo immagini di lui, perché l’unica sua vera immagine è l’uomo libero. E l’uomo libero è colui che ascolta la parola del Padre, per vivere da figlio e da fratello. Questa è la verità, che ci fa uscire dalla schiavitù. Volere un re che ci domina, significa rinunciare a Dio, il re che ci fa liberi (cf. 1Sam 8,7). L’ambivalenza dell’idea di re è la stessa di quella di Dio e di uomo. Dio non è un padrone che schiavizza l’uomo, ma un Padre a servizio della fraternità dei suoi figli; e l’uomo realizzato, simile a lui, è chi fa altrettanto.

Gesù, con la sua regalità, ci rivela la verità di Dio e dell’uomo. Egli è il Messia promesso a Davide (2Sam 7 ,l2). Libera non solo il popolo di Israele, ma il mondo intero, perché rifiuta di dominare e si mette a servire. Ci toglie dall’oppressione non con la potenza di chi opprime di più, ma con la forza di chi ama di più. Gesù, gridato Messia dalle folle (12,l3), è rifiutato perché, invece di carri o cavalli, sceglie l’asino, mite e umile come lui (cf. 12,14). Ma proprio così ci strappa da ogni potere di morte. (Silvano Fausti, Una Comunità legge il Vangelo di Giovanni, pp. 144- 145)

«Voi siete la stirpe eletta, il sacerdozio regale» (1 Pt 2, 9). Questa testimonianza di lode una volta fu data all’antico popolo di Dio per mezzo di Mosè. Ora ben a ragione l’apostolo Pietro la dà ai pagani perché hanno creduto in Cristo, il quale come pietra angolare ha accolto le genti in quella salvezza che Israele aveva avuto per sé. Chiama i cristiani «stirpe eletta» per la fede, per distinguerli da coloro che col rigettare la pietra viva, sono diventati reprobi.

Poi «sacerdozio regale» perché sono uniti al corpo di colui che è re sommo e vero sacerdote, il quale, in quanto re, dona ai suoi il regno e, in quanto pontefice, purifica i loro peccati col sacrificio del suo sangue. Li chiama «sacerdozio regale» perché si ricordino di sperare un regno senza fine e di offrire sempre a Dio i sacrifici di una condotta senza macchia.

Sono chiamati anche «gente santa e popolo, che Dio si è acquistato» secondo quello che dice l’apostolo Paolo, esponendo il detto del profeta: II mio giusto poi vive di fede; se invece indietreggia, non si compiace di lui l’anima mia; ma noi, dice, non siamo di quelli che si sottraggono per loro perdizione, ma gente che sta salda nella fede per salvare l’anima propria (cfr. Eb 10, 38). E negli Atti degli Apostoli: «Lo Spirito Santo vi ha posti come vescovi a pascere la Chiesa di Dio, che egli si è acquistata con il suo sangue» (At 20, 28).

Perciò siamo diventati «popolo che Dio si è acquistato» (1 Pt 2, 9) con il sangue del nostro Redentore. (Dal Commento sulla prima lettera di Pietro di S. Beda il Venerabile, Ufficio delle Letture del lunedì della terza domenica di Pasqua)

In occasione dell’istituzione della solennità di Cristo re, la nostra Fondatrice, M. Maria Oliva Bonaldo del Corpo Mistico, allora giovane professa Figlia della Carità Canossiana, con tempestivo amore filiale si adoperò per porre il suo talento al servizio della diffusione dei grandi contenuti che la Liturgia e il Magistero di Pio XI volevano comunicare e lo fece attraverso la bellezza coinvolgente dell’arte poetica.

Ecco alcune strofe del suo lungo melodramma (cioè poesia “rappresentata”, declamata e alternata a canto e musica), dedicato a “Nostro Signore Gesù Cristo RE” in cui sviluppa i titoli regali contenuti nella Scrittura o nei testi liturgici.

Ancor non s’accendevano le aurore
e Tu ci amavi d’un eterno amore.
Noi eravamo in te, nel tuo pensiero,
prima che il mondo uscisse dal mistero.
Rex noster ante saecula,[1]
                                   laudamus te.

Da Te, o gran Re dei secoli, immortale,
sgorga la vita umana, e a Te risale.
Passa ogni regno con le sue rovine,
ma il tuo gran Regno non avrà mai fine.
Rex saeculorum immortalis,[2]
                                   laudamus Te.

Qual nome più gradito al Cuor ti suona
della tua Sposa ch’è la tua corona?
della tua Chiesa ch’è il tuo Regno ascoso
e ti chiama suo Dio, suo Re, suo Sposo?
Rex mistice sponse Ecclesiae,[3]
                                   adoramus Te.

Oh, il Vino tuo c’inebria e ci disseta,
ma accende in noi un’arsura più segreta.
Oh, il Pane tuo ci sazia e ci ristora;
ma poi di Te sentiam più fame ancora.
Rex desiderate,[4]
                                   adoramus Te.

Nella tua pia, liturgica favella
la Sposa tua «Re altissimo» t’appella.
Non è un osanna a la profonda altezza
della tua sovraeccelsa tenerezza?
Rex altissime,[5]
                                   benedicimus Te.

D’odio è semente ogni terrena guerra;
la tua diffonde amore sulla terra.
Oh, l’armi tue non sono di quaggiù!
Tu, de’ tuoi forti, l’arma e la virtù.
Rex virtus fortium,[6]
                                   benedicimus Te.

Sii benedetto, o dolce Re d’amore
che vieni a noi nel nome del Signore.
T’accolga tutta in fior la terra e in canto;
Sii benedetto, o Santo, Santo, Santo!
Rex benedicte,[7]
                                   glorificamus Te.

Clemenza e pace il tuo diadema ingemma;
un Cuor piagato è tuo regale stemma.
Clemenza e pace chiese la tua voce
dal trono insanguinato della Croce.
Rex clemens,[8]
                                   glorificamus Te.

Lui, Gesù, è il Signore: è Gesù di Nazareth: e questo nostro indistruttibile amore attorno al quale vogliamo legare la vita, al quale non ci vogliamo aggrappare, ma vogliamo abbandonarci. Purtroppo, miei cari amici, devo dirvelo questo: io conosco molti cristiani e fra questi, forse, ci sono anch’io, cristiani di mezzatacca che si aggrappano al Signore, perché hanno paura, ma non si abbandonano a Lui perché Lo amano. Se uno non sa nuotare e sta naufragando e qualcuno gli passa accanto, gli si aggrappa, lo abbraccia, lo afferra. Ma quello non è un allacciamento d’amore, non è un abbraccio di tenerezza, è prodotto dalla paura, invece chi si abbandona, si lascia andare. E noi a Gesù ci dobbiamo abbandonare; a Lui, ‘la fontana antica’, ‘la fontana del villaggio’ che ha un’acqua, l’unica capace di dissetarci. Chi ha sete va e beve; chi è stanco e sudato va a lavarsi e refrigerarsi. Ecco chi è Gesù Cristo: per ognuno ha una parola particolare. Ha per tutti quanti una parola di tenerezza, di incoraggiamento. Noi dovremmo solo riscoprirla” (Tonino Bello).

Cari fratelli e sorelle, buongiorno!

In questa ultima domenica dell’anno liturgico, celebriamo la solennità di Cristo Re. E il Vangelo di oggi ci fa contemplare Gesù mentre si presenta a Pilato come re di un regno che «non è di questo mondo» (Gv 18,36). Questo non significa che Cristo sia re di un altro mondo, ma che è re in un altro modo, eppure è re in questo mondo. Si tratta di una contrapposizione tra due logiche. La logica mondana poggia sull’ambizione, sulla competizione, combatte con le armi della paura, del ricatto e della manipolazione delle coscienze. La logica del Vangelo, cioè la logica di Gesù, invece si esprime nell’umiltà e nella gratuità, si afferma silenziosamente ma efficacemente con la forza della verità. I regni di questo mondo a volte si reggono su prepotenze, rivalità, oppressioni; il regno di Cristo è un «regno di giustizia, di amore e di pace» (Prefazio).

Gesù si è rivelato re quando? Nell’evento della Croce! Chi guarda la Croce di Cristo non può non vedere la sorprendente gratuità dell’amore. Qualcuno di voi può dire: “Ma, Padre, questo è stato un fallimento!”. E’ proprio nel fallimento del peccato – il peccato è un fallimento – nel fallimento delle ambizioni umane, lì c’è il trionfo della Croce, c’è la gratuità dell’amore. Nel fallimento della Croce si vede l’amore, questo amore che è gratuito, che Gesù ci dà. Parlare di potenza e di forza, per il cristiano, significa fare riferimento alla potenza della Croce e alla forza dell’amore di Gesù: un amore che rimane saldo e integro, anche di fronte al rifiuto, e che appare come il compimento di una vita spesa nella totale offerta di sé in favore dell’umanità. Sul Calvario, i passanti e i capi deridono Gesù inchiodato alla croce, e gli lanciano la sfida: «Salva te stesso scendendo dalla croce!» (Mc 15,30). “Salva te stesso!”. Ma paradossalmente la verità di Gesù è proprio quella che in tono di scherno gli scagliano addosso i suoi avversari: «Non può salvare sé stesso!» (v. 31). Se Gesù fosse sceso dalla croce, avrebbe ceduto alla tentazione del principe di questo mondo; invece Lui non può salvare sé stesso proprio per poter salvare gli altri, proprio perché ha dato la sua vita per noi, per ognuno di noi. Dire: “Gesù ha dato la vita per il mondo” è vero, ma è più bello dire: “Gesù ha dato la sua vita per me”. E oggi in piazza, ognuno di noi, dica nel suo cuore: “Ha dato la sua vita per me”, per poter salvare ognuno di noi dai nostri peccati.

E questo chi lo ha capito? Lo ha capito bene uno dei due malfattori che sono crocifissi con Lui, detto il “buon ladrone”, che Lo supplica: «Gesù, ricordati di me quando entrerai nel tuo regno» (Lc 23,42). Ma questo era un malfattore, era un corrotto ed era lì condannato a morte proprio per tutte le brutalità che aveva fatto nella sua vita. Ma ha visto nell’atteggiamento di Gesù, nella mitezza di Gesù l’amore. E questa è la forza del regno di Cristo: è l’amore. Per questo la regalità di Gesù non ci opprime, ma ci libera dalle nostre debolezze e miserie, incoraggiandoci a percorrere le strade del bene, della riconciliazione e del perdono. Guardiamo la Croce di Gesù, guardiamo il buon ladrone e diciamo tutti insieme quello che ha detto il buon ladrone: «Gesù, ricordati di me quando entrerai nel tuo regno». Tutti insieme: «Gesù, ricordati di me quando entrerai nel tuo regno». Chiedere a Gesù, quando noi ci vediamo deboli, peccatori, sconfitti, di guardarci e dire: “Tu sei lì. Non ti dimenticare di me!”.

Di fronte alle tante lacerazioni nel mondo e alle troppe ferite nella carne degli uomini, chiediamo alla Vergine Maria di sostenerci nel nostro impegno di imitare Gesù, nostro re, rendendo presente il suo regno con gesti di tenerezza, di comprensione e di misericordia. (Papa Francesco, Angelus del 22 novembre 2015)

[1] Salmo 72, 12.

[2] S. Paolo, Ia a Timoteo 1, 17.

[3] Allocuzione di S. S. Pio XI, 14 dic.1925.

[4] Antifona maggiore dell’Avvento.

[5] Inno dell’Ascensione a Mattutino.

[6] Inno delle Sante alle Laudi.

[7] Inno della processione delle Palme.

[8] Ivi.

Fonte: Figlie della Chiesa

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LEGGI IL BRANO DEL VANGELO

XXXIV DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO – ANNO B
NOSTRO SIGNORE GESÙ CRISTO RE DELL’UNIVERSO – Solennità

Puoi leggere (o vedere) altri commenti al Vangelo di domenica 25 Novembre 2018 anche qui.

Tu lo dici: io sono re.

Gv 18, 33-37
Dal Vangelo secondo Giovanni

In quel tempo, Pilato disse a Gesù: «Sei tu il re dei Giudei?». Gesù rispose: «Dici questo da te, oppure altri ti hanno parlato di me?». Pilato disse: «Sono forse io Giudeo? La tua gente e i capi dei sacerdoti ti hanno consegnato a me. Che cosa hai fatto?».
Rispose Gesù: «Il mio regno non è di questo mondo; se il mio regno fosse di questo mondo, i miei servitori avrebbero combattuto perché non fossi consegnato ai Giudei; ma il mio regno non è di quaggiù».
Allora Pilato gli disse: «Dunque tu sei re?». Rispose Gesù: «Tu lo dici: io sono re. Per questo io sono nato e per questo sono venuto nel mondo: per dare testimonianza alla verità. Chiunque è dalla verità, ascolta la mia voce».

C: Parola del Signore.
A: Lode a Te o Cristo.

  • 25 Novembre – 01 Dicembre 2018
  • Tempo Ordinario XXXIV
  • Colore Bianco
  • Lezionario: Ciclo B
  • Anno: II
  • Salterio: sett. 2

Fonte: LaSacraBibbia.net

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