Commento al Vangelo del 25 Aprile 2021 (Rito Ambrosiano e Romano) – don Michele Cerutti

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Rito Romano

Questa è la domenica definita del buon e bel Pastore. Ci viene fornita una breve descrizione da parte dell’evangelista Giovanni.

La nostra pace deriva proprio dall’avere una tale guida.

Al buon Pastore si contrappone il mercenario che si può riconoscere nella prima lettura e identificare nel Sinedrio pronto a giudicare Pietro e Giovanni, rei di parlare a nome di quel Gesù che i sommi sacerdoti avevano chiesto che fosse inchiodato sulla croce.

Il rischio a cui ci mette in guardia il Figlio di Dio è di non lasciarsi sedurre dalle seduzioni mercenarie del potere.

Quello che colpisce è la forte intimità che Dio stesso vuole instaurare con il suo gregge. Lui, ci dice Giovanni, conosce le pecore, ma anche le pecore conoscono il pastore.

Ci viene in aiuto von Balthassar:

“L’Agnello di Dio non è venuto come leone né come lupo,  cioè non ha scelto la via della potenza e della violenza. Egli ha percorso la via  stretta  e  ci  ha  donato  la  speranza  di  poter  evitare  ogni  forma  di autoesaltazione di noi stessi per essere con Lui nell’amore”.

Quante espressioni possiamo trarre dalla Scrittura in cui si utilizza l’icona del pastore e di questa intimità con il gregge.

“Il Signore è il mio pastore non manco di nulla” afferma il salmo 23 cantato da Davide.

Questo Re aveva sperimentato bene cosa voleva dire che Dio è il Buon Pastore ne aveva fatto esperienza proprio lui che prima di essere unto sovrano era custode di un gregge.

Quando Saul lo avverte del pericolo di correre contro Golia Davide afferma:

“il tuo servo pascolava il gregge di suo padre quando un leone o un orso veniva a portar via una pecora dal gregge, io lo inseguivo, lo colpivo e la strappavo dalle sue fauci; se poi quello si rivoltava contro di me, io l’afferravo per la criniera, lo colpivo e l’ammazzavo si, il tuo servo ha ucciso il leone e l’orso; e questo incirconciso filisteo sarà come uno di loro, perché ha insultato le schiere del DIO vivente”.” (1Samuele 17:34-36 ).

La bellezza di questo pastore non la possiamo identificare con quella che colleghiamo noi ai nostri stereotipi, ma sta nel fatto che Egli dà la vita per le proprie pecore.

I mercenari a cui Gesù fa riferimento è la classe sacerdotale che impone pesi ad altri senza portarne uno sulle proprie spalle.

Giovanni quando scrive il suo Vangelo ha davanti comunità provate dalle persecuzioni dei pagani da un lato e degli osservanti della legge antica dall’altra.

I mercenari di oggi prendono forme diverse e sono coloro che ormai procedono in forme di spiritualità che identifichiamo come sette.

Si presentano come Agnelli mansueti, con alcuni valori come il rispetto della natura o la ricerca dell’io profondo, ma poi conducono a una visione di fede senza Gesù e immettendo un sincretismo che conduce anche a problemi mentali da parte degli adepti.

La domenica del Buon Pastore ci invita a pregare per le Vocazioni perché ognuna possa mostrare il riferimento a Lui.

Quando si parla dell’aspetto vocazionale si pensa subito a quelle di speciale consacrazione.

La vocazione è invece di tutto il popolo di Dio.

Afferma Yves Congar:

“Nella Chiesa c’è il corpo dei pastori istituiti che hanno l’ordinazione, l’incarico, quindi la grazia del “magistero”, la giurisdizione spirituale…. Ma bisogna evitare di separare-pur nella distinzione- l’azione dei laici e il ministero profetico dell’insegnamento, non solo perché l’azione dei laici viene in una certa misura guidata da questo ministero, ma anche perché essa la provoca, qualche volta lo ispira e gli fa capire i segni dei tempi”.

Questa sia la giornata in cui ognuno cresca nella consapevolezza di come vivere la nostra risposta generosa al Buon Pastore.

Rito Ambrosiano

Giovanni 10,27-30

La domenica del Buon e Bel pastore giunge a metà del cammino pasquale e comprendiamo in questi brevi versetti offerti dall’evangelista Giovanni bene la figura di Gesù che non ci lascia in preda ai lupi, ma vigila attentamente affinché il suo gregge sia custodito e condotto verso i pascoli che ci attendono.

Il linguaggio diretto e semplice utilizzato in quel luogo, ovvero il portico di Salomone, durante la festa della dedicazione del Tempio ci parla della distanza di Gesù stesso rispetto ai dottori della Legge attaccati alla casistica e a discorsi alti.

Il Maestro utilizza il linguaggio della quotidianità e nella cultura della pastorizia di quel tempo utilizza l’immagine del pascolo che rende bene.

Egli si identifica come il pastore che conosce le sue pecore e le sue pecore conoscono Lui.

C’è tutta la dimensione della reciprocità di un Dio che conosce noi e vuole che noi conosciamo Lui perché vuole che la nostra intimità cresca.

Non un Dio padrone, ma un Dio Padre.

Proprio in questa prospettiva possiamo leggere il brano della prima lettura che a primo acchito può sembrare un evento trascurabile, ma che letto alla luce del Vangelo offre spunti importanti per esprimere, Gesù buon pastore, nel nostro operare nei confronti dei fratelli che vivono ai margini.

Il Signore ha benedetto i nostri cuori attraverso la lettura e la meditazione di un brano della Parola di Dio che è tratto da Atti 20. Vi si narra di Eutico, un giovane che viveva ai margini della comunità.

I credenti erano riuniti insieme per offrire il loro culto al Signore e ricordare la morte e la resurrezione di Gesù. Dai toni della narrazione si evince un’atmosfera dolce e solenne nella quale le benedizioni di Dio raggiungevano i cuori di tutti. Paolo nell’entusiasmo si era dilungato del suo viaggio in Macedonia, indirizzato da un angelo in sogno.

Tuttavia, un evento imprevisto interruppe la dolce intensità di quei momenti: un giovane di nome Eutico, seduto sul davanzale della finestra del piano di sopra, per il protrarsi della riunione, fu colto da un sonno profondo, cadde dal terzo piano e morì.

Eutico era insieme ai credenti ma non era, come loro, coinvolto profondamente. Era indifferente a quanto avveniva intorno a lui: viveva ai margini della comunità. Era probabilmente un “figlio di credenti” ma non era ancora un “figlio di Dio”. Fu colto dal sonno a causa della sua indifferenza. Cadde e morì. Tuttavia, la sua situazione prima della caduta era ugualmente grave alla sua situazione dopo la caduta: era morto spiritualmente.

Morì: lo testimonia Luca, il “medico diletto”. Paolo scese, lo abbracciò e pregò per lui. Non rimase distante e distaccato ma gli andò vicino, lo abbracciò partecipandogli tutto il suo affetto. Poi pregò e disse: non vi turbate, è ancora in vita. La fede gli fece esprimere queste parole ancor prima di vederne l’adempimento. Il giovane fu “ricondotto vivo”.

Anche noi desideriamo che i nostri “Eutico” siano “ricondotti vivi”. Per questo motivo, con l’affetto partecipe di Paolo, desideriamo stringerci a loro e presentarli al Signore.

Mi ha commosso la scorsa settimana il programma “A Sua Immagine” parlava un sacerdote salesiano che vive una realtà di servizio all’interno di ragazzi difficili che hanno subito fallimenti sia scolastici e sia nei corsi di formazione.

Il suo gruppo lo ha chiamato “cactus” come le piante che non hanno bisogno di tanta acqua e tanta terra, ma che riescono a fiorire con un piccolo fiore.

Ecco questi ragazzi probabilmente fanno piccoli fiori una volta all’anno, è quello momento giusto per valorizzarli.

Il cristiano chiamato a rendere visibile il buon pastore e il bel pastore sull’esempio di Paolo stringe gli Eutichio di sempre ovvero coloro che vivendo ai margini della società debbono sentirsi coinvolti nell’affetto e non abbandonati per passare dalla morte alla vita e permettere di essere piccoli fiori che sbocciano.

La Giornata Mondiale di preghiera per le Vocazioni ci ricorda proprio come ogni chiamata del Signore è rendere visibile il Bel Pastore ovvero permettere a tutti di guardare a Lui e non escludere nessuno.

Ogni vocazione che sia sacerdotale, religiosa e familiare deve rispondere a questo.

Se manca questo fondamento rischiamo di avere fatto una costruzione che crolla e ogni vocazione rischia di essere solo un progetto personale e non la risposta a una chiamata.

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