Commento al Vangelo del 24 Novembre 2019 – p. Roberto Mela scj

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Quando entrerai nel tuo regno

Cristo Signore re dell’universo

Nell’ultima domenica dell’anno liturgico la Chiesa alza lo sguardo a Cristo Signore re dell’universo. Egli è il centro della sua fede, la fonte della sua speranza, la sede personale dell’esercizio di un dolce dominio di servizio a tutte le persone di ogni tempo, e al mondo intero, perché ciascuno raggiunga la pienezza della propria vita.

La Chiesa professa la sua fede nel fatto che il mondo e gli uomini siano stati creati “per mezzo di/dia” Cristo Gesù e “in vista/eis” di lui (cf. Col 1,16). “In lui tutte le cose sussistono/ta panta en autōi synestēken” (Col 1,18b). Con la sua risurrezione egli ha ottenuto “il primato su tutte le cose/hina genētai en pasin autos prōteuōn”. 1Cor 8,6 afferma da parte sua: «Per noi c’è un solo Dio (Theos), il Padre dal quale (ex hou) tutto proviene e noi siamo per lui (“verso di lui/eis auton”); e un solo Signore (Kyrios), Gesù Cristo, “in virtù del quale esistono tutte le cose e noi esistiamo grazie a lui/di’ hou ta panta kai hēmeis di’ autou”».

La regalità e la primazialità di Gesù fin dalle origini possono essere costatate nella bellezza del creato e nella grande dignità dell’uomo. La regalità universale di Gesù Cristo Signore ha una connotazione d’amore oblativo deducibile da come egli ha vissuto lo scampolo della sua vita terrena, at-testata nella testimonianza dei Vangeli e della vita della Chiesa primitiva.

Nessuna volontà egemone della Chiesa sul mondo e sui popoli della terra. Nessuna esaltazione della potenza dominatrice del proprio Signore a puri fini di una volontà di potenza solo velatamente celata. La solennità odierna è una festa di affidamento fiducioso all’unico Signore che ha dimostrato di voler bene agli uomini più di quanto se ne vogliano loro stessi. È fonte di serenità sapere nelle mani di chi siamo custoditi, dagli occhi di chi siamo guardati, dal cuore di chi siamo amati. Coloro che conoscono il loro Fine di amore vivono nella serenità e nella gioia i loro giorni sotto il sole, nel gareggiare a vicenda nella regalità dell’amore.

1 e 2 Samuele

Secondo lo studioso Massimo Gargiulo, che ha composto un pregevole commentario scientifico a questo complesso letterario, 1-2 Sam può essere così articolato:

1Sam 1,1–7,7 Nascita e gioventù di Samuele; 8,1–15,35 L’istituzione della monarchia: Saul e Samuele; 16,1–31,13 Saul e David; 2Sam 1,1–5,5 Una via di sangue per un re innocente; 5,6–8,18 La capitale e il consolidamento del regno; 9,1–20,26 La successione; 21,1–24,25 Episodi conclusivi della vita di Davide.

2Sam 1,1–5,5 può essere a sua volta articolato in questo modo: 1,1-27 Altra versione della morte di Saul ed elegia di David; 2,1-7 Davide re di giuda; 2,8–4,12 Ish-Boshet re di Israele e guerra tra la casa di Saul e la casa di David; 5,1-5 Davide re su tutto Israele.

La narrazione di 1-2 Sam ha ampi blocchi letterari dominati dal genere della storiografia tragica, secondo la quale molti personaggi importanti sono preda di un destino tragico a causa delle loro infedeltà, anche se c’è un tentativo di riscatto in una fine scelta personalmente come nel suicidio di Saul.

1-2 Sam abbraccia varie sezioni letterarie di tradizioni antiche, soprattutto quelle riguardanti la successione di Davide a Saul.

Per la data di composizione, gli studiosi variano le loro ipotesi da un’epoca immediatamente successiva ai fatti narrati a una del post-esilio nella quale si assemblarono e si sistemarono le varie fonti, come pure forse alla fine dell’ epoca ellenistica quale ultima data di rimaneggiamenti delle fonti.

Le tribù a Hebron

Eliminati tutti i pretendenti al regno su tutto Israele, i rappresentanti di tutte e dieci le tribù del Nord (= Israele) e poi tutti gli anziani si recano a Hebron da Davide, che già regnava da sette anni e mezzo sul regno del sud, il regno di Giuda. Hanno capito che David è l’uomo forte che può unificare tutte le tribù sotto il suo governo, facendone un’unità compatta che meglio possa resistere alle pressioni dell’ambiente circostante. Essi si presentano come legati da una stretta relazione genetica, come quella che Adam riconobbe al momento della “costruzione” di Eva dal suo fianco (cf. Gen 2,23).

I rappresentanti delle tribù ricordano a Davide come già al tempo in cui su di loro era re/melek Saul era di fatto lui a guidare le sortite di Israele («colui che faceva uscire ed entrare Israele», cf. 1Sam 8,20), ottenendo le vittorie più eclatanti ed esercitando in tal modo una delle funzioni tipiche della regalità.

Nel passo che stanno facendo, tutte le tribù riconoscono una continuità di fatto che va assecondata e perfezionata. Nell’agire “regale” vittorioso di David, le tribù riconoscono un’attività conforme alla volontà di YHWH che aveva dato a Davide il ruolo di “pastore” sul popolo: «Tu pascerai il mio popolo Israele/’attāh tir‘eh ’et-‘ammî ’et-Yiśrā’ēl» (cf. 1Sam 17 e 2Sam 24,17).

Gli anziani ungono Davide come re

Dopo «tutte le tribù» (v. 1), anche “tutti gli anziani/kol-ziqnê Yiśrā’ēl” si recano a Hebron, ma di fatto è il re (di Giuda) Davide a “stringere con loro un patto/tagliò con loro il re David un patto/wayyikrōt lāhem hammelek Dāwid berît” alla presenza di YHWH, garante ultimo della persistenza del patto e dell’esistenza stessa del suo popolo.

Dopo che gli uomini di Giuda avevano “unto/wayyimšeḥû” (< māšaḥ) Davide come loro re a Hebron (cf. 2Sam 2,4), ora gli anziani “ungono/wayyimšeḥû” Davide come “re/melek” anche su Israele (= regno del Nord). Davide aveva trent’anni: l’età tipica di un uomo maturo, adatto a prendersi piena responsabilità nella vita sociale, religiosa e politica.

L’autore biblico annota anche la durata del regno, un’altra cifra simbolica, quarant’anni. La durata di una generazione. “Quaranta” era anche il tempo simbolico richiesto per la maturazione piena di un’esperienza di conversione (cf. i 40 anni di cammino di Israele nel deserto), di vittoria sul male nella preghiera e nel digiuno (cf. Mt 4,2) o di acquisizione dello status di discepolo (cf. At 1,3).

Davide regnò su Giuda sette anni e sei mesi a Hebron e trentatré anni e sei mesi a Gerusalemme, su Giuda (ex regno del Sud) e Israele (ex regno del Nord). Vi regnò dopo averla conquistata con astuzia (cf. 2Sam 5,6-12). La scelta di Gerusalemme, città gebusea non appartenente in precedenza a nessuna tribù di Israele, per farne la capitale del nuovo regno, fu dettata anche dalla sua posizione strategica, quasi al centro dei territori delle varie tribù.

Il re messianico

Nell’unzione di David a re di tutto Israele e di Giuda vengono menzionati dei termini che acquisiranno nel tempo una sfumatura messianica.

L’unzione di David a Unto di YHWH annuncia una figura messianica di un re che avrebbe regnato su territori ben più vasti, con una regalità non più segnata della pax militaris ma dalla pace vera, acquisita col dono generoso della propria vita. Un Germoglio giusto, un discendente della casata davidica che avrebbe portato pace e prosperità a tutti i popoli della terra, assicurando l’esercizio effettivo del diritto soprattutto verso i più deboli (cf. Sal 72).

L’espansione messianica della figura regale del re di Israele discendente della casata davidica (cf. 2Sam 7) farà sì che la “verità” della regalità di David sia, alla fine, assunta ed esplicata nella regalità d’amore di Gesù, vissuta nel servizio e nella donazione di sé.

Sal 2; 72; 89,20-21; 110; 127,3; 132,11-12; 2Sam 7; Is 9,6; Ger 23,5; Zc 3,8; 6,12-13; Dn 7,14… formano una “collana – una hazirah direbbero gli ebrei – messianica” che porta fino al centro dell’annuncio dell’Angelo a Maria, contenente la sua vocazione specifica: diventare la madre del figlio dell’Altissimo: «Ed ecco, concepirai un figlio, lo darai alla luce e lo chiamerai Gesù. Sarà grande e verrà chiamato figlio dell’Altissimo; il Signore Dio gli darà il trono di Davide suo padre e regnerà per sempre sulla casa di Giacobbe [= Israele, cf. Gen 32,28-29] e il suo regno non avrà fine» (Lc 1,31-33).

Anche la funzione “regale” di pascere Israele (e non solo) sarà ripresa da Gesù nel Nuovo Testamento: cf. Mt 18,12-14; Lc 15,3-7; Gv 10,1-18. Il discendente davidico Gesù – “YHWH salva” – realizzerà in pienezza il compito regale di Davide, assumendo e ampliando a dismisura in ampiezza, altezza e profondità la promessa antica fatta a al re Davide (cf. 2Sam 7,14; cf. Ef 3,18).

Costui è il re dei giudei

Secondo R. Meynet, la sequenza Lc 23,26-56 “Il re dei giudei, Cristo di Dio, è giustiziato” può essere strutturata in modo retorico-letterario in questo modo:

Gesù è portato via per essere giustiziato         23,26-32

Crocifisso, Gesù prega il Padre                                       33-34

Giudei e romani di fronte a Gesù           35-37

Ciò che è scritto: “Costui è il re dei Giudei”                   38

I due banditi accanto a Gesù                                              39-43

Morente, Gesù prega il Padre                                                         44-46

Gesù è deposto nella tomba                                                             47-56

Folle e popolo a spettacolo

L’evangelista Luca menziona velocemente la crocifissione di Gesù (v. 33b), mentre ricorda tre volte la presenza dei due malfattori (vv. 32.33.39) crocifissi con lui. La scena è approntata, con i suoi tre personaggi principali esposti al pubblico ludibrio.

Nel corso della passione di Gesù, “il popolo/ho laos” (v. 35) assume sempre più, secondo Luca, un atteggiamento meno accusatorio e sempre più contemplativo (“stava in piedi il popolo contemplante/heistēkei ho laos theōrōn”). Non è qui la folla indistinta e becera, massa bruta in balìa del maneggio dei potenti di turno.

È il popolo santo di Israele che inizia un percorso riflessivo di contemplazione e di presa in carico del male che si sta compiendo. Assieme al “popolo” ci sono anche “tutte le moltitudini/pantes… hoi ochloi” convenute “a questo spettacolo/epi tēn theorian tautēn”. “Contemplando a fondo le cose successe/theōrēsantes ta genomena”, battendosi il petto “se ne tornavano (a casa)/si convertivano/hypestrephon”.

Sulla croce, il Crocifisso prega il Padre per gli uomini suoi uccisori, scusandoli perché non sanno quello che stanno facendo: un peccato inavvertito, una shegagah, non fatto “a mano alzata”.

Soldati e capi

I soldati, innominati, per il momento si limitano a dividersi le vesti del condannato, tirandole a sorte. Compiono così la Scrittura contenuta nel Sal 22,18. Si spartiscono la dignità del Signore crocifisso, la sua persona, così che la sua regalità umano-divino appartenga a un’umanità sempre più vasta…

I capi scherniscono esplicitamente il Crocifisso. Ammettono che Gesù ha salvato altri (allous esōsen; cf. Lc 7,50 la donna peccatrice; 8,36 l’indemoniato geraseno; 8,48 l’emorroissa; 8,50 la figlia di Giairo; 17,19 il lebbroso samaritano tornato a rendere gloria a Dio; 18,42 il cieco di Gerico; 19,10 Zaccheo: Gesù è venuto a salvare ciò che era perduto). Con lui è nato a Betlemme un salvatore che sarà di grande gioia per tutto il popolo (cf. Lc 2,11).

Salvi se stesso!

«Salvi se stesso, se è – come lui dice di essere – il Cristo/l’Unto di Dio, l’Eletto».

Ironia verbale drammatica. A livello inconsapevole, in bocca agli avversari di Gesù l’evangelista Luca mette una grande verità circa la persona di Gesù che essi non vogliono ammettere a livello consapevole. Gesù è veramente il Cristo, l’Unto di Dio. È stato proclamato tale già al momento del battesimo al Giordano: «Venne una voce dal cielo che diceva: “Tu sei il Figlio mio, l’Amato/(= l’Unigenito), in cui ho posto la mia compiacenza”» (cf. Lc 3,22). Ma i capi non si erano degnati di farsi battezzare con i poveri peccatori al Giordano.

«Ha salvato altri, salvi se stesso se…»

Sì, Gesù potrebbe salvarsi, ma non è venuto per questo sulla terra. «Chi vuole salvare (sōsai) la propria vita, la perderà, ma chi perderà la propria vita per causa mia, la salverà (sōsei)» (Lc 9,24) aveva ricordato Gesù fra le esigenze richieste ai discepoli dopo aver rivelato per la prima volta la sua fine di morte e risurrezione.

Salvare se stesso sarebbe per Gesù equivalente a perdere se stesso: equivarrebbe ad annullare e a rinnegare lo stile unico di proesistenza che aveva sposato fin dall’inizio della sua vita. Lui salva altri perdendo se stesso, non scendendo dalla croce, non bypassando la morte crudele, non rifuggendo al male Assoluto che lo circonda: In questo modo lo redime tutto, dall’interno, mediante un’assunzione generosa, innocente, altruista. «Ciò che non viene assunto non viene redento» affermava Atanasio (Quod non est assumptum, non est sanatum)…

Re dei giudei/Re di Israele

Ora anche i soldati iniziano a irridere Gesù crocifisso. Gli si accostano portandogli del vino acidulo che possa placargli in parte la sete. Al tempo stesso, per difetto professionale militaresco, colpiscono al cuore la sua regalità. «Se tu sei il re dei giudei, salva te stesso». La loro perfida irrisione diventa confessione di un aspetto fondamentale dell’identità di Gesù: la sua regalità. Nell’espressione dei soldati si fa riferimento alla regalità politica: re dei giudei è, infatti, la variante politica della confessione religiosa dei giudei nel loro re: “re di Israele”.

Gesù porta al luogo del supplizio il palo orizzontale del patibulum. Luca ricorda il titulus (gr. epigraphē), il cartiglio che, dopo esser stato appeso al collo del condannato nel cammino verso il luogo dell’esecuzione, era fissato normalmente in cima allo stipes, il palo verticale che si trovava già infisso nel terreno dove avveniva la crocifissione.

Il titulus ricordava esplicitamente e pubblicamente il motivo giudiziario (gr. aitia, cf. Mt 27,37) della condanna capitale che il condannato stava subendo. In casi molto particolari il cartiglio veniva scritto nelle tre lingue conosciute del posto: greco, latino, aramaico.

Luca dice che il cartiglio/gr. epigraphē/lat. titulus era “su di lui/ep’autōi”, e non sullo stipes. In questo modo il contenuto dell’epigrafe viene a combaciare strettamente con l’identità del Crocifisso.

L’epigrafe diceva: «Il re dei giudei (è) questi». La motivazione giuridica della pena capitale comminata è di tipo politico. Insurrezione, laesa maiestas, attentato alla sicurezza dello Stato erano cause più che sufficienti perché uno schiavo o un ribelle venisse crocifisso (pena che non poteva essere inflitta a un cittadino romano).

Continua l’ironia verbale drammatica di Luca. C’è una verità profonda espressa inconsapevolmente (e qui sotto erronee spoglie) nelle parole degli avversari di Gesù. Gesù è re, ma non il re politico-militare dei giudei. Egli è il re religioso di Israele, e non solo. E la sua regalità non può essere sconfitta, annientata. L’amore sovrano, umano-divino, di Gesù, re innocente che muore a favore degli altri, sconfigge ogni opposizione di forze umane per instaurare un regno che dura in eterno (cf. Lc 1,33).

I malfattori: “il cattivo” e “il buono”

Uno dei due malfattori (kakourgos) insulta Gesù alla stessa maniera dei capi e dei soldati (v. 39), sfidando Gesù a mostrare la sua identità di Cristo/Messia/Unto come avevano fatto in precedenza i capi (v. 35). La sua domanda di sfida è espressa con una particella interrogativa che nella lingua greca attende necessariamente una risposta positiva. Tu sei il Cristo, sembra confessare il malfattore, seppur in modo dubitativo. Anche lui chiede che Gesù salvi se stesso, ma aggiunge alla fine: “e anche noi”.

È l’umanità sfinita dal male che grida il suo desiderio di essere salvata in profondità, e non solo da una fine orribile sulla croce. Chiede la fine di tutte le croci, di tutte le oppressioni, di tutte le schiavizzazioni degli uomini da parte di altri uomini.

Il malfattore “insulta” Gesù perché fraintende malamente la sua missione (“salva te stesso”), ma esprime con angoscia una giusta richiesta per chi si trova nella palude del male (“salva… e anche noi”).

La breve pericope riguardante l’altro malfattore (chiamato dalla tradizione “il buon ladrone”) è riportata solo dall’evangelista Luca. Un Sondergut lucano, come dicono gli studiosi.

In prima battuta, egli rimprovera il suo compagno di pena. Lo invita ad aver timore di Dio, dal momento che si trova a patire la stessa pena di Gesù, che lo porterà da lì a poco a confrontarsi col giudizio di Dio.

I due malfattori non erano certo ladri di galline… Nell’opera dello storico ebreo Flavio Giuseppe i ribelli contro il potere romano, che agivano spesso con tecniche di guerriglia e di insurrezione armata, erano chiamati istai, termine che si trova nel passo parallelo di Mt 27,38.44; Mc 15,27.

Niente di “senza luogo”

Il secondo malfattore invita il primo a “temere Dio”, ad avere cioè rispetto ossequioso vero una realtà divina infinitamente più grande dell’uomo, e implicitamente alludendo alla sua presenza nella figura di Gesù. Tutti e tre condannati alla stessa pena. Noi però giustamente (dikaios), ammette con onestà il secondo malfattore. Riceviamo infatti – continua – cose degne/paragonabili/correlative (axia) alle cose compiute. “Questi invece/Houtos de”, afferma con decisione circa Gesù – forse in base a “informazioni carcerarie” a noi sconosciute – “non ha fatto alcunché di fuori/senza posto/ouden atopon epraxen”.

Splendida teologia apofatica che fa da pendant alla teologia positiva su Gesù che sgorga spontanea dalla bocca delle persone che hanno visto la guarigione di un uomo cieco e balbuziente (kōphon kai mogilalon) in pieno territorio della Decapoli, regione molto ellenizzata ed esposta al “male” che la rendeva cieca e capace di lodare YHWH nel tempio: «“Ha fatto bene ogni cosa! /kalōs panta pepoiēken”, ha fatto udire i sordi e parlare i “senza parole/muti/alalous». Gesù ha fatto bene ogni cosa, trasformando tutto il male in bene.

Il secondo malfattore riconosce che Gesù non ha fatto alcunché di fuori posto, anzi ha fatto bene ogni cosa, trasformando il male fisico, morale e spirituale che lo circondava in bene a lode e gloria di Dio Padre.

Ricordati di me

Ora egli si rivolge con piena confidenza al compagno di pena “impeccabile”, chiamandolo fiduciosamente col solo nome (come è spontaneo fare fra carcerati…): «Gesù, ricordati di me – lo supplica – quando entrerai nel tuo regno». Nella lunga notte che avevano passato (insieme?) in prigione – impossibile dormire – forse aveva sentito (da Gesù stesso?) che il centro del suo annuncio, la passione del suo cuore era il regno di Dio, il suo Regno.

Il malfattore chiede una buona parola, una “raccomandazione”, un “ricordo” quando Gesù sarà reintegrato nella sua piena dignità, come lo fu Giuseppe incarcerato ingiustamente dal faraone. Egli si era fatto amico del capo dei coppieri di cui aveva interpretato positivamente il sogno (cf. Gen 40,8-15). Riabilitato, questi si dimenticò completamente della richiesta di Giuseppe di ricordarsi di lui che sarebbe rimasto in prigione. Raccontò infatti al faraone il suo sogno e il fatto che un giovane ebreo lo avesse interpretato in senso positivo, ma si dimenticò completamente di dirgli anche una sola parola di intercessione a favore di Giuseppe rimasto in prigione… (cf. Gen 41,9-13).

Paradiso

Gesù conforta con decisione il malfattore, pronunciando una frase nella quale impegna tutta la sua Verità, la sua persona: «In verità, ti dico, oggi/sēmeron con me sarai in paradiso». Ti confermo e ti prometto solennemente (“Amen” all’inizio della frase) – dice Gesù – che oggi stesso, quando la mia morte sarà trasfigurata in risurrezione, per il fatto stesso che tu sarai con me, sarai nel paradiso, nel magnifico giardino pensile non del re mortale persiano di turno, ma del Padre mio celeste.

Con me sarai nel paradiso, nel mio paradiso, nel Regno mio (cf. v. 42) e del Padre mio. Il regno dei cieli, la mia passione, lo scopo della mia missione, della mia discesa fra gli uomini per salvarli.

Il malfattore sarà nel paradiso (di Gesù)/nel Regno (di Gesù) nell’oggi della salvezza, come lo fu – solo incoativamente – per il ricco pubblicano Zaccheo (cf. Lc 9,1-10).

Secondo l’evangelista Luca, l’“oggi” della salvezza è sempre stato lo scopo della missione di Gesù fin dal primo discorso inaugurale tenuto nella sinagoga di Nazaret (cf. Lc 4,21).

Quando incontri me incontri l’oggi della pienezza della tua vita. Ho fatto bene ogni cosa, ho trasformato il male in bene. Così sarà anche per te, malfattore che ti sei aperto a me con fiducia. Hai fatto un piccolo grande passo. Hai innestato un processo, ti sei messo in cammino.

Incontrando me, Regno fatto persona, autobasileia, il tuo male è stato assunto e trasformato.

Sei il primo frutto della redenzione che sono venuto a portare sulla terra.

A ligno

Gesù è Re perché è potente, ha in mano ogni cosa.

È il Re di Israele, non il Re dei giudei.

È Re del suo popolo, gloria del popolo di Israele (cf. il vecchio Simeone in Lc 2,32), che si batte il petto “nel ritorno” dallo spettacolo teatrale (gr. theoria).

È il Re di tutti i popoli, il suo regno non ha confini.

Nel suo nome saranno benedetti, salvati tutti i suoi “sudditi” per amore dei quali il Re ha affrontato la morte, vincendola.

Il Re deve essere potente, e non imbelle.

Potenza universale e inarrestabile.

Potenza dalla croce.

Potenza dal cuore del Re crocifisso e risorto.

Regnat Christus a ligno crucis.

PS: Ai lettori che mi hanno seguito nei tre anni di commenti alla letture liturgiche vadano il mio saluto e l’augurio di ogni bene.

Se padre Roberto Mela, dehoniano, ringrazia coloro che hanno voluto usufruire dei suoi commenti ai testi biblici domenicali e festivi, anche noi ci sentiamo in dovere di ringraziarlo per la sua triennale fatica. Non ci ha offerto delle omelie “pronto uso”, ma ci ha fornito un materiale dal quale trarre spunti e insegnamenti. Ricordiamo, in particolare, la valorizzazione dei testi dell’AT. Di molti di essi ci ha fornito il quadro storico e il messaggio teologico. Puntuale, preciso, competente, padre Roberto ci ha introdotto con le sue parole nella ricchezza inesauribile della Parola.

Commento a cura di padre Roberto Mela scj

Fonte del commento: Settimana News

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