Commento al Vangelo del 24 Marzo 2019 – Figlie della Chiesa

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Siamo già alla terza domenica di Quaresima! Tempo in cui ci è dato tutto lo spazio per celebrare, approfondire, vivere la Misericordia di Dio nella nostra vita. La bontà del Signore si manifesta in noi e per ciascuno di noi in tanti modi; ecco perché quando ci si accosta alla Parola è necessario allargare lo sguardo a tutta la divina liturgia, compresa l’eucologia.

Per entrare nel vivo di questa esperienza “spirituale”, è importante avere una visione panoramica dei testi biblici, con i formulari liturgici, le antifone “alla Comunione”. A grandi linee risultano evidenziati i contenuti utili alla crescita spirituale di ognuno di noi. A dare unità a tutta l’eucologia quaresimale è la Colletta della I° Domenica di Quaresima:

O Dio, nostro Padre, con la celebrazione di questa Quaresima, segno sacramentale della nostra conversione, concedi a noi tuoi fedeli di crescere nella conoscenza del mistero di Cristo e di testimoniarlo con una degna condotta di vita.

Ogni volta che iniziamo la nostra Lectio Divina, chiediamo l’aiuto dello Spirito Santo perché ci aiuti ad ascoltare, a capire, a pregare a mettere in pratica.

Antifona d’ingresso

“Quando manifesterò in voi la mia santità,

vi raccoglierò da tutta la terra;

vi aspergerò con acqua pura

e sarete purificati da tutte le vostre sozzure

e io vi darò uno spirito nuovo”, dice il Signore. (Ez 36,23-26)

Vi darò uno spirito nuovo”, dice il Signore

L’accento del messaggio di Ezechiele verte soprattutto su un altro aspetto ben più sorprendente. L’umanità, infatti, è destinata a nascere ad una nuova esistenza. Il primo simbolo è quello del «cuore» che, nel linguaggio biblico, rimanda all’interiorità, alla coscienza personale. Dal nostro petto verrà strappato il «cuore di pietra», gelido e insensibile, segno dell’ostinazione nel male. Dio vi immetterà un «cuore di carne», cioè una sorgente di vita e di amore (cf v. 26). Allo spirito vitale, che nella creazione ci aveva reso creature viventi (cf Gn 2,7), subentrerà, nella nuova economia di grazia, lo Spirito Santo che ci sorregge, ci muove, ci guida verso la luce della verità e versa «l’amore di Dio nei nostri cuori» (Rm 5,5)”. (Giovanni Paolo II)

Lo Spirito che Dio nuovamente infonde in noi equivale ad una ri-creazione; il Signore ci rende nuovi se abbandoniamo ciò che ci distanzia dal Vangelo, se riusciamo a fare Silenzio e ci consegniamo all’Ascolto.

Scrive il poeta:

Depongo la parola

che vorrei pronunciare

nel cuore stesso del silenzio:

il silenzio conserva

tutto ciò che diciamo

con sentimento, con fervore, con fede.

E il silenzio

porta le nostre preghiere ovunque vogliamo,

o le eleva a Dio. (Khalil Gibran)

Un altro po’ di spazio lo riserviamo alla Colletta, il cui significato sta per “raccogliere”. Il sacerdote invita a pregare e, dopo un momento di silenzio, raccoglie le preghiere dell’assemblea in una unica preghiera. Caratteristica della colletta è di richiamare il mistero della festa che si celebra o il tempo liturgico o il santo di cui si fa memoria. Al termine della colletta tutti ratificano con l’Amen le parole del sacerdote.

Dire “Amen” significa acconsentire a ciò che è stato detto o fatto: è atto di consenso, di adesione del popolo all’opera di Dio.

Nella Colletta si sottolinea ancora una volta lo stile di Dio: La misericordia! In tutta la Sacra Scrittura si trovano più di quattrocento passi che lodano direttamente la Misericordia, nel libro dei Salmi centotrenta, e altri brani molto più numerosi lodano la Misericordia indirettamente. In greco, lingua del Nuovo Testamento, misericordia si dice éléos. Questa parola ci è familiare nella preghiera Kyrie eleison, che è una invocazione alla misericordia del Signore. Éléos è la traduzione abituale, nella versione greca dell’Antico Testamento, della parola ebraica hésèd. È una delle parole bibliche più belle. Spesso, la si traduce molto semplicemente con amore. Il più delle volte rende rehamim, ma anche altri vocaboli che significano mostrare grazia e favore. Infine, in uso ancora più ridotto, va ricordato splànchna,che letteralmente equivale a rehamìm, proprio in senso di “viscere” (Pro 12,10), in conseguenza della concezione antica secondo cui dalle viscere si sprigionano i sentimenti; esprime accondiscendenza, amore, tenerezza, simpatia e benignità, nonché misericordia e compassione. Come si vede, è di tutta questa ricchezza e varietà di vocabolario che si deve tener conto per approfondire e riscoprire pienamente il concetto di misericordia, nella Bibbia e nella vita.

Colletta

Dio misericordioso, fonte di ogni bene,

tu ci hai proposto a rimedio del peccato

il digiuno, la preghiera e le opere di carità fraterna;

guarda a noi che riconosciamo la nostra miseria

e, poiché ci opprime il peso delle nostre colpe,

ci sollevi la tua misericordia

Dopo aver pregato possiamo fare un ulteriore passo ed entrare nel cuore della Liturgia della Parola data dal Vangelo secondo Luca (Lc 13,1-9)

La Pazienza di Dio! Si potrebbe parlare a lungo sul modo che Dio ha di relazionarsi con me, con te … La Scrittura attesta che la «pazienza» è anzitutto una prerogativa divina; secondo Esodo 34,6 Dio è akrothymos, «longanime», «magnanimo», «paziente» (in ebraico l’espressione equivalente suona letteralmente: «lento all’ira»). Nella Bibbia vi sono molti esempi di persone che hanno avuto pazienza nel loro cammino con Dio. Giacomo ci indica i profeti, come un esempio di pazienza di fronte alle sofferenze (Giacomo 5,11). Abramo aspettò pazientemente e ricevette ciò che gli era stato promesso (Ebrei 6:15). Gesù ci mostra fiducia e pazienza: “Fissando lo sguardo su Gesù, colui che crea la fede e la rende perfetta. Per la gioia che gli era posta dinanzi egli sopportò la croce, disprezzando l’infamia, e si è seduto alla destra del trono di Dio” (Ebrei 12,2).

La pazienza di Abramo Infatti, quando Dio fece la promessa ad Abramo, siccome non poteva giurare per qualcuno maggiore di lui, giurò per sé stesso, dicendo: «Certo, ti benedirò e ti moltiplicherò grandemente».

La pazienza di Giobbe e dei profeti “Prendete, fratelli. Ecco, noi definiamo felici quelli che hanno sofferto pazientemente. Avete udito parlare della costanza di Giobbe, e conoscete la sorte finale che gli riserbò il Signore, perché il Signore è pieno di compassione e misericordioso.” (Giacomo 5,10-11)

Tutta la storia della salvezza esprime dunque la pazienza di Dio, che si mette accanto al suo popolo, e progressivamente lo guida verso la pienezza della gioia. Né le lentezze dell’uomo, né le sue infedeltà tolgono la speranza di Dio di vedere ritornare il suo popolo. Per noi cristiani la strada del ritorno si chiama Gesù, in Lui e per Lui tutto trova compimento.

Venne a cercarvi frutti, ma non ne trovò. La pianta di fico è una delle piante più comuni e generose della Palestina. Generalmente è piantata in mezzo alle viti – il simbolo più eloquente di Israele – e producono frutti per dieci mesi ininterrottamente. Il fico pure rappresenta il popolo eletto e in questa parabola è molto evidente. Ma non è solo il popolo di Dio, bensì tutti coloro che ascoltano la Parola. Dio ha piantato l’albero del fico e cerca frutti. Gesù è l’agricoltore. I tre anni possono essere il periodo della predicazione, dopo di quali si aspetterebbe abbondanza di frutti. Non trovando frutti, il padrone emette una sentenza severa. La parabola del fico sterile ha lo scopo di sottolineare l’urgenza della conversione non in termini di tempo ma di amore, di portare frutto per vivere da figli.

Padrone, lascialo ancora quest’annoDio non si rassegna facilmente ad ammettere la quasi inutilità del fico, non c’è nulla da fare ma sa aspettare. Vedremo se porterà frutti per l’avvenire …. Il fico sterile è il popolo di Dio, è il singolo cristiano, siamo io e te. Non è una immagine nuova nella Bibbia. L’aveva già usata Geremia: “Non c’è più uva nella vigna né frutti sul fico, il fogliame si è avvizzito”. I giudei del tempo di Gesù leggevano il passo applicandolo al popolo del passato. Ma la parabola è raccontata per noi, oggi!

Lascialo ancora quest’anno”. Importante è il dialogo tra il padrone della vigna e il contadino. Tra il Padre e il Figlio si insatura una comunicazione di intercessione per l’umanità divenuta terra arida, vuota, spenta. Gesù è l’Eterno intercessore che ostinatamente crede e spera nella possibilità che l’albero dia frutti anche attraverso il suo aiuto. Cristo non vuole che il suo lavoro di “tre anni” si riduca ad un grumo di niente per questo osa domandare, si espone, ci rimette di suo, rischia, dà la vita! La Sua morte e risurrezione crea un percorso unico e irrepetibile di Riconciliazione per tutti gli uomini.

Preghiera sulle offerte

Per questo sacrificio di riconciliazione

perdona, o Padre, i nostri debiti

e donaci la forza di perdonare ai nostri fratelli.

«L’Anno della Fede – scrive Benedetto XVI in “La Porta della Fede”, – è un invito ad un’autentica e rinnovata conversione al Signore, unico Salvatore del mondo. Nel mistero della sua morte e risurrezione Dio ha rivelato in pienezza l’Amore che salva e chiama gli uomini alla conversione di vita mediante la remissione dei peccati (At 5,31). Per l’Apostolo Paolo questo Amore introduce l’uomo ad una nuova vita: per mezzo del Battesimo siamo stati sepolti insieme a lui nella morte, perché come Cristo fu risuscitato dai morti per mezzo della gloria del Padre, così anche noi possiamo camminare in una nuova vita” (Rm 6,4). “Grazie alla fede questa vita nuova plasma tutta l’esistenza umana sulla radicale novità della risurrezione. Nella misura della sua libera disponibilità, i pensieri e gli affetti, la mentalità e il comportamento dell’uomo vengono lentamente purificati e trasformati, in un cammino mai compiutamente terminato in questa vita. La fede che si rende operosa per mezzo della carità (Gal 5,6) diventa un nuovo criterio di intelligenza e di azione che cambia tutta la vita dell’uomo. (cfr. Rm 12,2; Col 3,9-10; Ef 4,20-29; 2Cor 5,17).»

Appendice

La Pazienza di Dio

La virtù dell’anima che chiamiamo pazienza è un dono di Dio così grande che noi parliamo di pazienza anche riferendoci a colui che a noi la dona; e vi intendiamo la tolleranza con cui egli aspetta che i cattivi si ravvedano. È vero infatti che il nome “pazienza” deriva da patire, ma pur essendo vero che Dio non può in alcun modo patire, tuttavia noi per fede crediamo, e confessiamo per ottenere la salvezza, che Dio è paziente. Ma questa pazienza di Dio, come essa sia e quanto sia grande, chi potrà descriverlo a parole? Noi possiamo affermare che egli non può patire nulla, eppure non lo diciamo impaziente ma pazientissimo. La sua pazienza è dunque ineffabile, come è ineffabile la sua gelosia, la sua ira e gli altri moti somiglianti, che se noi pensassimo essere uguali ai nostri, dovremmo escluderli tutti. Noi infatti non ne proviamo alcuno che non sia congiunto a turbamento, mentre è assurdo pensare che la natura divina, che è impassibile, provi turbamento. Dio infatti è geloso senza invidia, si adira senza alterarsi, ha compassione senza addolorarsi, si pente senza doversi ravvedere d’un qualsiasi errore. Così è paziente senza patire. Ora dunque, per quanto il Signore me lo concederà e per quanto lo permette la brevità del presente discorso, parlerò sulla natura della pazienza umana, che noi possiamo acquisire e dobbiamo avere.

La vera pazienza

È risaputo che la pazienza retta, degna di lode e del nome di virtù, è quella per la quale con animo equo tolleriamo i mali, per non abbandonare con animo iniquo quei beni, per mezzo dei quali possiamo raggiungere beni migliori. Pertanto chi non ha la pazienza, mentre si rifiuta di sopportare i mali, non ottiene d’essere esentato dal male ma finisce col soffrire mali maggiori. I pazienti preferiscono sopportare il male per non commetterlo piuttosto che commetterlo per non sopportarlo; così facendo rendono più leggeri i mali che soffrono con pazienza ed evitano mali peggiori in cui cadrebbero con l’impazienza. Ma soprattutto non perdono i beni eterni e grandi, quando non cedono ai mali temporanei e di breve durata poiché, come dice l’Apostolo, i patimenti del tempo presente non meritano d’essere paragonati con la gloria futura che si rivelerà in noi. Egli dice ancora: La nostra sofferenza, temporanea e leggera, produce per noi in maniera inimmaginabile una ricchezza eterna di gloria.

Criterio per distinguere la vera dalla falsa pazienza.

Quando vedi qualcuno che soffre qualche male, non metterti subito a lodarne la pazienza, che è messa in luce solo dalla motivazione della pazienza. Se la motivazione è buona, la pazienza è vera. Se la motivazione non è resa impura dalla cupidigia, allora la pazienza si distingue da quella falsa. Quando la motivazione mira a un crimine, si fa un grande errore a chiamarla pazienza. Infatti non tutti coloro che sanno qualcosa posseggono la scienza; così non tutti coloro che patiscono qualcosa posseggono la pazienza. Solo chi della passione si serve per il bene merita l’elogio della vera pazienza e riceve la corona per la virtù della pazienza.

Sopportare i mali della vita per la beatitudine eterna.

Gli uomini dunque sopportano con mirabile fortezza molte pene atroci per soddisfare le passioni, per commettere delitti o, quanto meno, per godere vita e salute nel tempo presente. Ciò è per noi un richiamo a sopportare disagi anche gravi per condurre una vita buona, in modo che alla fine conseguiamo la vita eterna: quella che ci assicura una felicità vera, senza scadenza di tempo, senza diminuzione di ciò che è positivo e vantaggioso. Il Signore disse: Con la vostra pazienza possederete le vostre anime. Non disse: “Le vostre ville”, “i vostri onori”, “i vostri piaceri”, ma le vostre anime. Se dunque un’anima sopporta tanti disagi per possedere cose che la portano alla rovina, quanti non ne dovrà sopportare per possedere ciò che la sottrae alla rovina? E ora dirò una cosa dove non vi è questione di colpa: se uno soffre tanto per la propria salute fisica quando capita in mano ai medici che lo tagliano o bruciano, quanto non dovrà soffrire per la sua salute [eterna] attaccata da nemici furiosi, qualunque essi siano? I medici infatti facendo soffrire il corpo tentano di sottrarre il corpo alla morte; i nemici minacciando pene e morte al corpo sospingono l’anima e il corpo ad essere uccisi nella geenna. (Sant’Agostino)

Moderazione nel condannare

Non è la stessa cosa strappare uno sterpo o un fiore e uccidere un uomo. Sei immagine di Dio e parli a un`immagine di Dio. Tu che giudichi sarai a tua volta giudicato (Mt 7,1); e giudichi il servo di un altro (Rm 14,4), che è governato da un altro. Esamina bene tuo fratello, come se tu dovessi essere misurato con la stessa misura. Attento a non tagliare e gettar via temerariamente un membro, nell`incertezza, perché le membra sane non abbiano ad averne un detrimento. Riprendi, rimprovera, scongiura. Hai la regola della medicina. Sei discepolo di Cristo mite e benigno, che portò le nostre infermità (Is 53,4). Se incontri una prima resistenza, aspetta con pazienza; alla seconda, non perdere la speranza, c`è ancora tempo per una cura; al terzo scontro cerca d`imitare quel benevolo agricoltore e chiedi al Signore che non sradichi il fico infruttuoso (Lc 13,8), che lo curi, che lo concimi, attraverso la confessione. Forse si cambierà e porterà frutto e accoglierà Gesù che torna da Betania. (Gregorio di Nazianzo, Sermo 32, 30)

La pianta, che non rende e non fa rendere, occupa inutilmente il terreno

Con gran timore si deve ascoltare ciò che vien detto dell`albero che non fa frutto: “Taglialo; perché dovrebbe continuare ad occupare il terreno?” (Lc 13,7).

Ognuno, a suo modo, se non fa opere buone, dal momento che occupa dello spazio nella vita presente, è un albero che occupa inutilmente il terreno, perché, nel posto ove sta lui, impedisce che ci si metta a lavorare un altro. Ma c`è di peggio, Ed è che i potenti di questo mondo, se non producono nessun bene, non lo fanno fare neanche a coloro che dipendono da loro, perché il loro esempio agisce sui dipendenti come un`ombra stimolatrice di perversità. Al di sopra c`è un albero infruttuoso e sotto la terra rimane sterile. Al di sopra s`infittisce l`ombra dell`albero infruttuoso e i raggi del sole non riescono a raggiungere la terra, perché quando i dipendenti di un padrone perverso vedono i suoi cattivi esempi, anch`essi, rimanendo privi della luce della verità, restano infruttuosi; soffocati dall`ombra non ricevono il calore del sole e restano freddi, senza il calore di Dio. Ma il pensiero di questo qualsivoglia potente non è piú oggetto diretto delle cure di Dio. Dopo, infatti, ch`egli ha perduto se stesso, la domanda è soltanto perché debba far pressione anche sugli altri. Perciò il contadino si domanda: «Perché dovrebbe continuare ad occupare il terreno?». Occupa il terreno, chi crea diffiicoltà alle menti altrui, occupa il terreno, chi non produce buone opere nell`ufficio che tiene. (Gregorio Magno, Hom., 31, 4)

Nel brano del Vangelo odierno, Gesù viene interpellato circa alcuni fatti luttuosi: l’uccisione, all’interno del tempio, di alcuni Galilei per ordine di Ponzio Pilato e il crollo di una torre su alcuni passanti (cfr Lc 13,1-5). Di fronte alla facile conclusione di considerare il male come effetto della punizione divina, Gesù restituisce la vera immagine di Dio, che è buono e non può volere il male, e mettendo in guardia dal pensare che le sventure siano l’effetto immediato delle colpe personali di chi le subisce, afferma: “Credete che quei Galilei fossero più peccatori di tutti i Galilei, per aver subito tale sorte? No, ma se non vi convertite, perirete tutti allo stesso modo” (Lc 13,2-3). Gesù invita a fare una lettura diversa di quei fatti, collocandoli nella prospettiva della conversione: le sventure, gli eventi luttuosi, non devono suscitare in noi curiosità o ricerca di presunti colpevoli, ma devono rappresentare occasioni per riflettere, per vincere l’illusione di poter vivere senza Dio, e per rafforzare, con l’aiuto del Signore, l’impegno di cambiare la vita. Di fronte al peccato, Dio si rivela pieno di misericordia e non manca di richiamare i peccatori ad evitare il male, a crescere nel suo amore e ad aiutare concretamente il prossimo in necessità, per vivere la gioia della grazia e non andare incontro alla morte eterna. Ma la possibilità di conversione esige che impariamo a leggere i fatti della vita nella prospettiva della fede, animati cioè dal santo timore di Dio. In presenza di sofferenze e lutti, vera saggezza è lasciarsi interpellare dalla precarietà dell’esistenza e leggere la storia umana con gli occhi di Dio, il quale, volendo sempre e solo il bene dei suoi figli, per un disegno imperscrutabile del suo amore, talora permette che siano provati dal dolore per condurli a un bene più grande. (Benedetto XVI, Angelus 7 marzo 2010)

Fonte: Figlie della Chiesa