Commento al Vangelo del 24 Marzo 2019 – don Tonino Lasconi

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La conversione non è smettere di fare il male o limitarsi a non compierlo, ma produrre frutti di bene.

Due scene possono riassumere e rendere efficace il messaggio della Parola di questa domenica: il roveto che arde senza consumarsi e un albero di fico tutto foglie e niente frutti. Il roveto che arde e non si consuma è Dio: l’unico fuoco che non ha bisogno di essere riattizzato, mentre tutti gli altri vanno irrimediabilmente verso la cenere. Il grido che esce dal Roveto: «Mosè, Mosè! Non avvicinarti oltre! Togliti i sandali dai piedi, perché il luogo sul quale tu stai è suolo santo!» è l’avvertimento a Mosè, e a tutti gli uomini e le donne con lui, di non di dimenticare che Dio è “santo”, è “altro”, è l'”unico”. Per questo può essere l'”io sono” che accompagna Abramo, Isacco, Giacobbe, Mosè… e le generazioni che passano, giù giù fino a noi.

Che rapporto ha Dio, il “roveto ardente”, il “santo” con le generazioni che passano? Non sta “lassù” indifferente o minaccioso, ma osserva la miseria del suo popolo, conosce le sue sofferenze, ne ascolta il grido”, scende a liberarlo, chiedendo la collaborazione di coloro che non confidano nella loro forza, ma alla sua si affidano. Come Mosè. Aveva creduto di poter essere il liberatore con la sua energia, ma è dovuto scappare precipitosamente dalla reggia del Faraone. Adesso è un fuggitivo, un rifugiato sui monti, un pastore di un gregge non suo. Ma, rendendosi disponibile, a fatica, a collaborare con Dio, arriverà a parlare con il “roveto ardente”, con “io sono”, faccia a faccia, «come un uomo parla con un altro» (Es 33,11).

A questa scena potente, misteriosa, suggestiva – non per nulla ha conquistato la fantasia di tanti artisti e cineasti, – il vangelo, con una brevissima parabola, ce ne propone un’altra, piccola, umile, quasi un flash di vita contadina: un albero di fichi piantato in una vigna che da tre anni produce soltanto foglie. «Cosa sta a fare? Taglialo! Perché deve sfruttare il terreno?», comanda il padrone del terreno al vignaiolo. Questi che, avendolo curato, deve esserglisi affezionato, intercede per l’albero: «Padrone, lascialo ancora quest’anno, finché gli avrò zappato attorno e avrò messo il concime. Vedremo se porterà frutti per l’avvenire; se no, lo taglierai».

Cosa sarà accaduto all’albero? Sarà finito nel fuoco, oppure avrà finalmente portato i suoi frutti? La parabola non lo dice, perché la risposta che interessa a Gesù non è la sorte dell’albero, ma il messaggio che ne scaturisce: i frutti necessari per non sfruttare inutilmente il terreno e per non finire nel fuoco sono frutti di conversione.

Ma cosa è questa conversione della quale parliamo sempre e che anche questa quaresima ci viene continuamente ricordata come impegno da rinnovare e rinforzare? Quella alla quale chiama Gesù non è semplicemente smettere di fare il male, o trattenersi dal compierlo, perché il risultato di essa sarebbe (ed è troppo spesso!) una fede a scartamento ridotto, che lascia le cose come stanno; una conversione che “di quaresime ne abbiamo fatte e non è cambiato niente”. La conversione alla quale chiama Gesù è produrre frutti di bene. Non è togliere, ma dare.

La “conversione” che Dio chiede a Mosè è unirsi a lui nell’osservare “la miseria del suo popolo”, nel “conoscere le sue sofferenze, nell’ascoltare il grido degli oppressi”, nello “scendere a liberarlo”; di uscire da una vita centrata sul proprio gregge, ormai tranquilla e senza rischi, per dedicarsi rischiosamente al bene del suo popolo. Mosè si converte, accettando di lasciare la sua vita tranquilla per andare a liberare il suo popolo.

La conversione che chiede Gesù è di passare dalle foglie ai frutti. E i frutti che chiede non sono “fioretti e preghierine” ma, pur proporzionati alla nostra piccolezza, gli stessi chiesti a Mosè: osservare la miseria del suo popolo, conoscere le sue sofferenze, ascoltarne il grido, scendere a liberarlo. Che spettacolo sarebbe se tutti fossimo credenti così!

Fonte: Paoline

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