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Commento al Vangelo del 24 Febbraio 2019 – p. Fernando Armellini

Padre Fernando Armellini, biblista Dehoniano, commenta il Vangelo di domenica 24 febbraio 2019

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Ernesto dichiara, di fronte ai colleghi della scuola: “Io rispetto tutti, ma se a me rapissero un figlio ammazzerei certamente il responsabile”.

Giuseppe è un impiegato; un giorno torna a casa sconvolto dall’ira per il torto subito e confida alla moglie: “A Luigi devo farla pagare! Quando avrà bisogno di un favore, me lo dovrà chiedere in ginocchio e lo farò aspettare fino a quando vorrò”.

Il gioielliere Giorgio è stato derubato per tre volte dai ladri ed è stato anche minacciato di morte; ora tiene sempre una pistola a portata di mano per difendersi.

Proviamo a valutare questi tre atteggiamenti.

Tutti siamo d’accordo nel ritenere che Ernesto, Giuseppe e Giorgio non sono dei malvagi: non aggrediscono chi fa del bene, si limitano a reagire contro chi fa del male. La violenza, la ritorsione, la vendetta hanno una loro logica e possono trovare una giustificazione.

Forse non condividiamo il modo con cui intendono ristabilire la giustizia, ma l’obiettivo che i tre si prefiggono non è cattivo: vogliono semplicemente punire e scoraggiare chi commette azioni riprovevoli. Potremmo dire che sono delle persone giuste: al bene rispondono con il bene ed al male con il male. Ma basta essere giusti per ritenersi cristiani?

Chi è stato interiormente trasformato dall’amore e dallo Spirito di Cristo va oltre tutte le logiche degli uomini e pone nel mondo un segno nuovo: l’amore nei confronti di chi non lo merita.

Per interiorizzare il messaggio, ripeteremo:
“Amate i vostri nemici, per essere figli del Padre vostro che sta nei cieli”.

Prima Lettura (1 Sam 26,2.7-9.12-13.22-23)

2 Saul si mosse e scese al deserto di Zif conducendo con sé tremila uomini scelti di Israele, per ricercare Davide nel deserto di Zif.
7 Davide e Abisài scesero tra quella gente di notte ed ecco Saul giaceva nel sonno tra i carriaggi e la sua lancia era infissa a terra a capo del suo giaciglio mentre Abner con la truppa dormiva all’intorno. 8 Abisài disse a Davide: “Oggi Dio ti ha messo nelle mani il tuo nemico. Lascia dunque che io l’inchiodi a terra con la lancia in un sol colpo e non aggiungerò il secondo”. 9 Ma Davide disse ad Abisài: “Non ucciderlo! Chi mai ha messo la mano sul consacrato del Signore ed è rimasto impunito?”.
12 Così Davide portò via la lancia e la brocca dell’acqua che era dalla parte del capo di Saul e tutti e due se ne andarono; nessuno vide, nessuno se ne accorse, nessuno si svegliò: tutti dormivano, perché era venuto su di loro un torpore mandato dal Signore.
13 Davide passò dall’altro lato e si fermò lontano sulla cima del monte; vi era grande spazio tra di loro.
22 Rispose Davide: “Ecco la lancia del re, passi qui uno degli uomini e la prenda! 23 Il Signore renderà a ciascuno secondo la sua giustizia e la sua fedeltà, dal momento che oggi il Signore ti aveva messo nelle mie mani e non ho voluto stendere la mano sul consacrato del Signore”.

Davide non era uno che si lasciava intenerire di fronte ai nemici o che dimenticava il male che gli era stato fatto (1 Re 2,1-9); commise molti crimini, si sporcò le mani versando tanto sangue (1 Cr 22,8), tuttavia l’episodio narrato nella lettura di oggi mostra come anche in lui ci fossero sentimenti nobili e generosi.

Ecco il fatto: Saul lo sta inseguendo e, durante la notte, si accampa nel deserto di Zif. Davide lo vede e decide di incontrarlo. L’impresa è rischiosa, ma Abisai, suo nipote, un prode guerriero, si offre ad accompagnarlo. I due giungono da Saul e lo trovano addormentato in mezzo ai soldati. Abisai propone subito la sua soluzione, giusta, sacrosanta secondo il modo di ragionare degli uomini: “Lascia che io lo inchiodi a terra con la lancia in un sol colpo e non aggiungerò il secondo” (v.8).

Davide non lo ascolta, sceglie il perdono: “Non ucciderlo – dice al nipote – perché egli è l’unto del Signore”.

Qui siamo di fronte a due modi opposti di pensare. Il primo – quello di Abisai – è dettato dalla logica umana che propone di aggredire, di annientare chi ha fatto il male e può continuare ad essere un pericolo per la società. Il secondo – quello di Davide – è il perdono incondizionato.

Gesù – come vedremo nel Vangelo di oggi – farà un altro passo in avanti: inviterà ad andare al di là dello stesso perdono; esigerà dai suoi discepoli non soltanto che non facciano del male al nemico, ma che prendano l’iniziativa di andargli incontro per aiutarlo ad uscire dalla sua condizione. La scelta del perdono fatta da Davide è comunque già un passo significativo verso l’amore al nemico che sarà predicato dal Maestro.

Per quale ragione Saul viene risparmiato? Perché – dice Davide – malgrado sia colpevole, rimane pur sempre l’unto del Signore. Per la stessa ragione, anche il peggiore dei criminali non può venire sottoposto a trattamenti degradanti o disumani o addirittura essere ucciso. Va amato e aiutato a ricuperare perché è e rimarrà sempre un unto del Signore, uno sul quale è impressa in modo indelebile, anche se deturpata, l’immagine di Dio.

Seconda Lettura (1 Cor 15,45-49)

45 Il primo uomo, Adamo, divenne un essere vivente, ma l’ultimo Adamo divenne spirito datore di vita. 46 Non vi fu prima il corpo spirituale, ma quello animale, e poi lo spirituale.
47 Il primo uomo tratto dalla terra è di terra, il secondo uomo viene dal cielo. 48 Quale è l’uomo fatto di terra, così sono quelli di terra; ma quale il celeste, così anche i celesti.
49 E come abbiamo portato l’immagine dell’uomo di terra, così porteremo l’immagine dell’uomo celeste.

Cosa resterà di noi dopo la morte: solo la nostra parte spirituale (saremo dei fantasmi evanescenti, una specie di zombi) o avremo anche un corpo? E, se lo avremo, sarà lo stesso che abbiamo oggi? Ecco un problema molto dibattuto al tempo di Gesù.

Paolo inizialmente condivideva le opinioni dei suoi maestri farisei e sosteneva che, alla fine del mondo, ognuno avrebbe recuperato il corpo che aveva in questo mondo (Cf. 1 Ts 4,14-17).

Questa concezione giudaica della risurrezione presenta notevoli difficoltà: non si capisce come possa Dio far morire e poi far risorgere lo stesso corpo. Che senso avrebbe? Sarebbe prendersi gioco dell’uomo. Poi, com’è possibile riprendersi un corpo già dissolto nella polvere da tanto tempo? E quale nostro corpo verrà ripreso: quello giovane o quello vecchio, brutto, ammalato che in genere si ha al momento della morte?

Alla luce della risurrezione di Gesù, Paolo capisce meglio il significato della visione cristiana della vita eterna. Scrivendo ai corinti afferma che non è questo corpo materiale che risuscita. Ogni persona riceverà da Dio un corpo spirituale. Non risorge solo una parte di noi, è tutta la nostra persona che entra nella gloria del cielo, ma con un corpo completamente diverso da quello che abbiamo in questo mondo. Un corpo non fatto di atomi e molecole.

Per spiegarsi meglio, Paolo fa un paragone: il seme – dice – viene posto nella terra e scompare; è come se fosse morto, eppure, dopo un certo tempo, riappare in una forma di vita nuova (1 Cor 15,35-44). Guardando l’albero, chi riconoscerebbe il seme da cui ha avuto origine? Così avviene per l’uomo: il suo corpo materiale (… che a volte è proprio malridotto come il nocciolo rinsecchito di un frutto) viene abbandonato nella terra. Egli invece “risuscita” nel mondo di Dio per una vita diversa. Non si trascina dietro il corpo che aveva, rinasce con un corpo incorruttibile, un corpo cioè che non ha bisogno né di mangiare né di riposare; un corpo che non soffre, non si ammala, non può più fare alcuna esperienza di morte.

Nella lettura di oggi l’apostolo afferma che questa trasformazione non è frutto di una forza naturale dell’uomo, simile a quella che il seme ha dentro di sé. E’ opera dello Spirito che è donato nel battesimo, Spirito che, come ha fatto risorgere Gesù dalla morte, farà risorgere anche noi. Così, come abbiamo portato in noi l’immagine di Adamo, l’uomo terreno e mortale, riceveremo la somiglianza con Cristo, il capostipite della nuova umanità.

La lettura invita a riflettere sul maggiore degli enigmi dell’uomo: la morte. Se essa è il momento in cui si passa da questo mondo a quello di Dio, se segna la nascita alla nuova forma di vita, allora non va considerata una sventura, ma il bel completamento della nostra esistenza in questo mondo.

Vangelo (Lc 6,27-38)

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: 27 “A voi che ascoltate, io dico: Amate i vostri nemici, fate del bene a coloro che vi odiano, 28 benedite coloro che vi maledicono, pregate per coloro che vi maltrattano. 29 A chi ti percuote sulla guancia, porgi anche l’altra; a chi ti leva il mantello, non rifiutare la tunica. 30 Dá a chiunque ti chiede; e a chi prende del tuo, non richiederlo. 31 Ciò che volete gli uomini facciano a voi, anche voi fatelo a loro.
32 Se amate quelli che vi amano, che merito ne avrete? Anche i peccatori fanno lo stesso. 33 E se fate del bene a coloro che vi fanno del bene, che merito ne avrete? Anche i peccatori fanno lo stesso. 34 E se prestate a coloro da cui sperate ricevere, che merito ne avrete? Anche i peccatori concedono prestiti ai peccatori per riceverne altrettanto.
35 Amate invece i vostri nemici, fate del bene e prestate senza sperarne nulla, e il vostro premio sarà grande e sarete figli dell’Altissimo; perché egli è benevolo verso gl’ingrati e i malvagi.
36 Siate misericordiosi, come è misericordioso il Padre vostro. 37 Non giudicate e non sarete giudicati; non condannate e non sarete condannati; perdonate e vi sarà perdonato; 38 date e vi sarà dato; una buona misura, pigiata, scossa e traboccante vi sarà versata nel grembo, perché con la misura con cui misurate, sarà misurato a voi in cambio”.

Dopo aver proclamato beati i discepoli perché sono poveri, hanno fame, piangono, sono perseguitati, Gesù si rivolge alle folle che lo ascoltano ed enuncia un principio sconvolgente: “Amate i vostri nemici, fate del bene a coloro che vi odiano, benedite coloro che vi maledicono, pregate per coloro che vi maltrattano” (vv.27-28). Quattro imperativi – amate, fate del bene, benedite, pregate! – che non lasciano alcun dubbio su come il cristiano debba comportarsi di fronte al male. Sono la prova inequivocabile che Gesù rifiuta, nel modo più assoluto, il ricorso alla violenza.

Contro il colpevole noi reagiamo, istintivamente, con l’aggressività. Siamo convinti che, “facendola pagare”, si ristabilisca la giustizia e a tutti venga data una lezione di vita. Gesù non è d’accordo con simili soluzioni sbrigative. Egli ripudia l’uso della violenza perché questa non migliora mai le situazioni, le complica ulteriormente; non aiuta il malvagio a diventare migliore, lo schiaccia, ne scatena gli odi, risveglia in lui la volontà di rivalsa e di vendetta; la violenza può riuscire a eliminarlo, ma non a salvarlo. L’unico atteggiamento che crea il nuovo è l’amore.

Ci sono cristiani che riconoscono, molto onestamente, che, anche sforzandosi, non riusciranno mai ad amare chi ha arrecato loro danni irreparabili: chi li ha calunniati, chi ha rovinato la loro carriera, chi ha distrutto la serenità e la pace nella loro famiglia, chi – succede anche questo – ha ucciso un loro familiare.

Gesù non esige che diventiamo amici di chi ci fa del male. Nemmeno lui ha provato simpatia per Anna e Caifa, per i farisei, per Erode che egli soprannominò “volpe” (Lc 13,32), per Erodiade che aveva fatto uccidere il Battista (Mc 6,14-29). La simpatia non dipende da noi, non può essere comandata, sorge spontanea fra persone che si stimano, che sono in sintonia per il carattere.

Il Maestro chiede di amare, cioè di non guardare ai propri diritti, ma ai bisogni dell’altro.

Non basta non rispondere al male con il male, all’ingiuria con l’ingiuria, bisogna mantenersi nella disposizione di accogliere l’altro; è necessario fare sempre il primo passo per andare incontro a chi ha sbagliato, per aiutarlo ad uscire dalla sua drammatica condizione.

Non è facile. Ecco la ragione per cui viene raccomandata la preghiera. Solo essa spegne l’aggressività, disarma il cuore, comunica i sentimenti del Padre che sta nei cieli, dà la forza che nasce dall’amore di Dio. La preghiera per il nemico è il punto più alto dell’amore perché presuppone un cuore disposto a lasciarsi purificare da ogni forma di odio. Quando ci si pone davanti a Dio non si può mentire, a lui si può chiedere soltanto che ricolmi di beni chi ci sta facendo del male, e quando si riesce a pregare così, il cuore è in sintonia con quello del Padre che sta nei cieli “che fa sorgere il suo sole sopra i malvagi e sopra i buoni e fa piovere sopra i giusti e sopra gli ingiusti” (Mt 5,45).

Nella seconda parte del brano, Gesù spiega la sua richiesta con quattro esempi concreti: “A chi ti percuote sulla guancia, porgi anche l’altra; a chi ti leva il mantello, non rifiutare la tunica. Dà a chiunque ti chiede e a chi prende del tuo, non richiederlo” (vv.29-30).

Non si proibisce ai discepoli di esigere la giustizia, di difendere i propri diritti, di proteggere i propri beni, il proprio onore, la propria vita. Essi non sono dei vigliacchi che tollerano l’oppressione, i soprusi, le angherie nei confronti dei deboli.

Amare non significa sopportare in silenzio, senza reagire.

Il cristiano si impegna, molto attivamente, a porre fine all’ingiustizia, alle prevaricazioni, ai furti, tuttavia, per ristabilire la giustizia, egli rifiuta i metodi condannati dal Vangelo. Non ricorre alle armi, alla violenza, alla menzogna, all’odio, alla vendetta. Non paga il male con il male… Se il suo nemico ha fame, gli dà da mangiare, se ha sete gli dà da bere… Non si lascia vincere dal male, ma vince il male con il bene (Rm 12,17-21). Quando non si riesce a ristabilire la giustizia con mezzi evangelici, al cristiano non rimane che la pazienza. Questa virtù indica la capacità di sopportare, di resistere sotto un grande peso. Quando l’unica via che rimane aperta è quella di fare del male a un fratello, si mostra discepolo di Cristo colui che riesce a sopportare il peso dell’ingiustizia.

Il brano continua con la cosiddetta regola d’oro: “Ciò che volete che gli uomini facciano a voi, anche voi fatelo a loro” (v.31). Non vuol dire che dobbiamo prendere come misura del bene da compiere il nostro egoismo. Gesù si limita a dare un consiglio saggio per sapere cosa fare per aiutare chi si trova in difficoltà. Suggerisce di porsi questa domanda: se fossimo noi nella sua condizione, cosa desidereremmo che gli altri facessero per noi? Come vorremmo essere aiutati? Saremmo contenti se ci aggredissero, ci umiliassero, ci usassero violenza? Siamo sinceri: quando noi esigiamo giustizia per un torto subito, spesso non cerchiamo affatto il bene dell’altro, pensiamo solo a vendicarci. Osserviamo per esempio come, di fronte ad un reo, sia diverso il comportamento di un giudice da quello della madre. Il primo pronuncia la sentenza in base ad un codice e vuole ristabilire la legalità; la seconda passa sopra a tutti i codici, si lascia guidare dal suo amore e pensa solo a recuperare il figlio.

Nei versetti seguenti (vv.32-34) Gesù considera tre casi di uomini “giusti”: quelli che amano chi li ama, quelli che fanno del bene a coloro dai quali ricevono il bene e quelli che fanno prestiti per poi ricevere il contraccambio. Si tratta di gente che compie azioni buone, indubbiamente, tuttavia il loro comportamento può essere ancora dettato dal calcolo, dalla ricerca di un vantaggio.

L’espressione “quale merito ne avrete?”, ripetuta tre volte in questi versetti traduce, purtroppo, in modo scorretto l’originale greco. E’ il testo parallelo di Matteo che parla di “merito” (Mt 5,46). Luca sceglie invece, e con molta finezza, un altro termine; dice: dove sta la vostra gratuità?, cioè, cosa fate di gratuito?. E’ la gratuità che caratterizza l’agire del cristiano e che permette di identificare, in modo inequivocabile, i figli di Dio.

Poi continua: “Amate i vostri nemici ” (v.35). Eccola indicata la situazione privilegiata in cui è possibile manifestare l’amore gratuito.

Qui viene toccato l’apice dell’etica cristiana.

La proposta di Gesù è stata preparata da alcuni testi dell’AT: “Se incontri il bue del tuo nemico o il suo asino dispersi, glieli dovrai ricondurre. E se vedrai l’asino del tuo nemico accasciarsi sotto il carico, non abbandonarlo a se stesso: mettiti con lui ad aiutarlo” (Es 23,4-5; cfr. Lv 19,17-18.33-34).

Anche i saggi pagani hanno dato consigli simili. Ricordiamo quelli famosi di Epitteto: “Bisogna che sia percosso al pari di un asino e che, mentre viene percosso, ami chi lo percuote come padre di tutti, come fratello” e di Seneca: “Se vuoi imitare gli dèi, fa del bene anche agli ingrati, poiché il sole si alza anche sui malvagi”.

Apparentemente le affermazioni dei succitati filosofi stoici sembrano identiche a quelle del Vangelo; in realtà esse sono dettate da una prospettiva radicalmente diversa.

“Fate del bene e prestate senza sperare nulla”, suggerisce Gesù (v.35). E questa raccomandazione esclude ogni ricerca del proprio tornaconto, anche spirituale.

A differenza degli stoici che non agivano in vista del bene del prossimo, ma mirando al raggiungimento della propria pace interiore, dell’imperturbabilità, della completa padronanza di sé, il discepolo non si lascia sfiorare da alcun pensiero egoistico, da alcun autocompiacimento, da alcuna ricerca di gratificazioni personali. Non pensa neppure ad accumulare meriti per il paradiso. Ama e si dona in pura perdita.

Quale ricompensa riceveranno coloro che si lasciano guidare da questo amore disinteressato?

“Sarà grande!” – risponde Gesù. Avranno un posto migliore in paradiso? No, molto di più: “Saranno figli dell’Altissimo; perché egli è benevolo verso gli ingrati ed i malvagi” (v.35). Questo sarà il premio: la somiglianza con il Padre, la sua stessa felicità, lo sperimentare, già su questa terra, la gioia ineffabile che Egli prova amando senza attendersi nulla in cambio.

Il brano si conclude con l’esortazione ai membri della comunità cristiana a rendere visibile agli occhi degli uomini il volto del Padre celeste (vv.36-38).

Nell’AT Dio si auto-presenta con queste parole: “Io sono il Signore, Dio misericordioso e pietoso, lento all’ira e ricco di grazia e di fedeltà” (Es 34,6).

La misericordia – la prima delle sue caratteristiche – non va identificata con la compassione, la longanimità, il perdono delle offese. Misericordioso significa – nel linguaggio biblico – sensibile al dolore, alle disgrazie, ai bisogni dei poveri e degli infelici. Dio non si limita a provare questa commozione, ma interviene compiendo opere di amore e di salvezza.

Gesù invita i suoi discepoli a coltivare i sentimenti e ad imitare le azioni del Padre che sta nei cieli. Con due divieti (non giudicate, non condannate) e due ingiunzioni positive (perdonate, date), spiega anche il modo di imitarne la condotta.

Chi è in sintonia con i pensieri, i sentimenti, il comportamento di Dio non pronuncia sentenze di condanna contro il fratello. Il Padre – che conosce l’intimo dei cuori – non lo fa e non lo farà neppure alla fine dei tempi. Chi ha uno sguardo penetrante come il suo, chi vede l’uomo come lui lo vede non condanna mai nessuno, si commuove soltanto di fronte a chi sbaglia (Os 11,8) e si impegna in ogni modo per recuperarlo alla vita.

Potremmo così riassumere il messaggio del Vangelo dicendo che esistono tre categorie di persone: sul gradino più basso ci sono i malvagi (coloro che, pur ricevendo il bene, fanno il male); più su ci sono i giusti (coloro che rispondono al bene con il bene e al male con il male); infine ci sono coloro che al male rispondono con il bene. Solo costoro sono i figli di Dio e riproducono in se stessi il comportamento del Padre.

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