Commento al Vangelo del 24 Febbraio 2019 – Don Luciano Condina

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Lo straordinario della vita

Nel Vangelo di questa domenica sono presenti due centri attorno ai quali ruota tutto il messaggio di Gesù secondo l’evangelista Luca.
Il primo pilastro è la cosiddetta regola d’oro, presente in diverse religioni e già nota ai rabbini del tempo di Gesù, il quale però la esprime in forma positiva: «Ciò che volete che gli uomini facciano a voi, anche voi fatelo a loro». L’espressione attesta che la regola riguarda la perfezione dell’umano; l’uomo ha senso nella pluralità e non da solo: è un’etica universale, cattolica appunto. La formulazione negativa precedente a Gesù («non fare agli altri…») di per sé comporterebbe già l’astenersi da ogni azione non buona, ma Gesù pone l’accento sul «fare», affermando che non basta non compiere il male, ma occorre fare il bene.

Papa Francesco ha ripreso chiaramente il concetto all’incontro nazionale dei giovani dell’agosto 2018. Nella frase si fronteggiano un “noi” e un “voi”: l’azione segue la regola del capovolgimento. Il mio desiderio è di ricevere il bene invece del male, e dunque gli esempi capovolgono un’azione negativa in positiva: da odiare a fare del bene; da maledire a benedire; da maltrattare a pregare, ecc. Questo ribaltamento raggiunge il punto massimo, l’estensione verso l’infinito, nella frase pronunciata all’inizio da Gesù, con l’evidente scopo di sbalordire i discepoli: «Amate i vostri nemici». Freud lo riteneva impossibile, invece è attuabile.Ma solo grazie alla presenza di Dio nella vita del cristano («ciò che è impossibile agli uomini…»).

Il Signore spezza inoltre la logica del contraccambio: «Se amate quelli che vi amano…». L’amore per costoro non è vero, perfetto, ma uno scambio alla pari. In quell’amore imperfetto non è ancora avvenuta la trasformazione dell’uomo, perché resta una sottile forma di “commercio”.

Il secondo pilastro completa il transito dal “puramente umano” al divino e si sintetizza nella frase: «Siate misericordiosi come è misericordioso il Padre vostro». L’azione, qui, diventa uno specchio dell’agire di Dio: si passa dal desiderio degli uomini al desiderio di (e verso) Dio. L’azione che noi compiamo è quella che Dio compirà verso di noi, semplicemente perché ormai siamo nella sua dinamica: giudicare/essere giudicato; perdonare/essere perdonato. Se nella prima regola si tratta di un fare inteso come contrasto al male attraverso il bene, qui si tratta di essere («siate misericordiosi…»); dunque viene interpellata la sostanza profonda di chi si è, più che il semplice livello dell’agire.

Segue l’invito a vivere lo straordinario. La vita non è vita senza lo straordinario, noi siamo chiamati allo straordinario. Non possiamo accettare di vivere in modo regolare, semplice, banale. Come si può annunciare il Vangelo ai giovani, e al mondo intero, se non annunciando qualcosa di straordinario? Come si può risvegliare l’amore nel cuore delle persone se non parlando loro della nobiltà, della grandezza, dello straordinario, della vita che non è il frutto già atteso, prevedibile, ma è la sorpresa? Come si fa ad accettare di vivere in maniera meno che sorprendente?
Questa non è una parola che si fa, si compie, si mette in pratica perché si è buoni: essa si concretizza perché risponde alla bontà di un altro. Si guarda il buono, non si è buoni; si guarda chi ci ha trattati proprio così perché Cristo si autodescrive in questo passo; contempliamolo e manteniamoci in relazione con Lui. Da questo scaturiranno mitezza e capacità di compiere atti straordinari d’amore.

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