Commento al Vangelo del 22 novembre 2015 – Paolo Curtaz – Ridicoli

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Il commento al Vangelo di domenica 22 novembre 2015 a cura di Paolo Curtaz.

Ridicoli

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Nostro Signore Gesù Cristo, Re dell’Universo

Gv 18, 33-37
Dal Vangelo secondo Giovanni

In quel tempo, Pilato disse a Gesù: «Sei tu il re dei Giudei?». Gesù rispose: «Dici questo da te, oppure altri ti hanno parlato di me?». Pilato disse: «Sono forse io Giudeo? La tua gente e i capi dei sacerdoti ti hanno consegnato a me. Che cosa hai fatto?».
Rispose Gesù: «Il mio regno non è di questo mondo; se il mio regno fosse di questo mondo, i miei servitori avrebbero combattuto perché non fossi consegnato ai Giudei; ma il mio regno non è di quaggiù».
Allora Pilato gli disse: «Dunque tu sei re?». Rispose Gesù: «Tu lo dici: io sono re. Per questo io sono nato e per questo sono venuto nel mondo: per dare testimonianza alla verità. Chiunque è dalla verità, ascolta la mia voce».

C: Parola del Signore.
A: Lode a Te o Cristo.

  • 22 – 28 Novembre 2015
  • Tempo Ordinario XXXIV, Colore bianco
  • Lezionario: Ciclo B | Anno I, Salterio: sett. 2

Fonte: LaSacraBibbia.net

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Ridicoli

Siamo sinceri: qui sfioriamo il ridicolo.

E il bello è che lo rifacciamo tutti gli anni, non contenti delle batoste che continuamente prendiamo.

Capite: nell’arco di un decennio la memoria dolente dei nostri defunti e la speranza nella resurrezione è stata soverchiata dall’allegra festa dei fantasmi (non sono un fanatico e non vedo in un bambino vestito da strega l’opera del demonio, solo la superficialità del nostro tempo) e noi siamo qui a parlare di “re” quando gli unici re che conosciamo sono sulle pagine dei rotocalchi di gossip?

Peggio: parliamo di regalità e di vittoria quando lo spettro del terrorismo tiene svegli i nostri bambini di notte e lo sconcerto aleggia nei nostri cuori?

Sia. Bisogna capirla bene, molto bene, allora, questa pomposa festa che chiude l’anno liturgico in cui Marco ci ha tenuto compagnia.

Capirne la sfumatura teologica, la ricchezza spirituale, la novità sconcertante.

Insomma, presa sul serio, questa festa mette i brividi, altroché.

Perché ci obbliga alla conversione.

Tu sei re?

Ha perfettamente ragione Ponzio Pilato, procuratore romano che Roma ha messo sul trono di uno dei figli del re vassallo Erode, commissariando la Giudea. Lui odia cordialmente quella riottosa provincia, non ne capisce gli usi e i costumi, né la loro religione ottusa che rifiuta addirittura di piazzare la propria divinità nel democratico Pantheon di Roma.

Non la capisce e si capisce che non la capisca: quella gente gli costerà la neonata carriera che lo avrebbe portato al Senato.

E non capisce quella faccenda del Sinedrio che gli porta dinanzi un contadino dimesso che si prende per re. Ma, sia sa, l’accusa di regicidio è di competenza di Roma, così come la pena di morte, lo ius gladii.

Si aspettava chissà chi, invece eccolo qui il re dei giudei: uno che non sa nemmeno da che parte è girato. Non sa se ridere o arrabbiarsi, Pilato, per quell’inutile perdita di tempo.

No, non è un re, non scherziamo. Nessun piglio guerresco, né sguardo fiero, nessun esercito alle sue spalle. Solo un poveraccio.

Molta serena fierezza in lui, sì, e anche capacità di dibattito, ma niente che possa spaventare Roma.

[ads2] Poteri

Tu sei re?

Leggo la stessa imbarazzata domanda negli occhi di chi vede i discepoli di quel folle, oggi, parlare di pace, di solidarietà, di mondo sostenibile, di perdono, di amore che dura.

Occhi di chi pensa di dominare il mondo, di possederlo attraverso i mercati, o le opinioni, o le armi.

E guardano dall’alto del loro potere questa escrescenza storica che è il cristianesimo, comunque destinato a fallire.

Tu sei re?

Pensa chi amministra le città davanti alla parrocchia di periferia che si sbatte da mattina a sera, utili idioti che nascondono le magagne di chi dovrebbe fare e non fa.

Tu sei re?

Hanno pensato i sicari che sparavano in testa ad un prete palermitano rompiscatole, don Pino Puglisi, il giorno del suo compleanno.

Tu sei re?

Mi sento ripetere mille volte al giorno quando tento di proporre la visione del Vangelo alla gente disincantata che incontro.

Vero, hanno ragione, scusate, l’apparenza inganna. È che questo non-re ha salvato il mondo. E siamo qui a parlare dell’oscuro Pilato solo perché lo ha condannato a morte.

Mostri

Nella visionaria descrizione della prima lettura, Daniele vede il mondo sconquassato da quattro bestie, segno delle dominazioni su Israele che si sono succedute nei secoli: il leone indica il sanguinario regno di Babilonia, l’orso i Medi, il leopardo i persiani e l’ultima bestia, la più spaventosa, rappresenta il regno di Alessandro Magno e dei suoi successori, fra cui Antioco IV, persecutore dei devoti al tempo in cui scrive Daniele.

Nel brano che abbiamo meditato il profeta vede la venuta di un figlio dell’uomo, semitismo che indica, semplicemente, l’uomo. Non più delle bestie deterranno il potere in Israele, ma un uomo, finalmente.

Quanta poca umanità, ancora oggi, troviamo in coloro che detengono il potere!

Quanta poca umanità nel potere religioso del sinedrio e in quello politico dell’aquila romana!

I sadducei e i sacerdoti del tempio devono chiedere permesso all’odiato Pilato per sbarazzarsi dell’ingombrante Nazareno.

Il sinedrio vuole uccidere Gesù ma non può.

Pilato vuole salvare Gesù per umiliare il sinedrio, ma non può.

Entrambi faranno ciò che non vogliono. Il compromesso, la paura, il calcolo li fanno diventare burattini delle proprie ambizioni

Pilato, durante tutto il colloquio, pone solo domande. Non si interroga: interroga.

E non ascolta le risposte.

La verità

Gesù cerca di spiegare a Pilato in che senso è re. Illuso, non ci riuscirà mai, figuriamoci.

Ma dice a noi una cosa essenziale: egli è venuto per rendere testimonianza alla verità. Non a convincerci della verità, o ad aprire una scuola per insegnarla, ma a testimoniarla.

E la verità, nel mondo ebraico, non è l’oggettività scientifica ma l’interpretazione degli eventi e della storia.

Ecco: io credo nel modo di vedere l’uomo e Dio, la storia e la vita che ha avuto Gesù, nonostante tutti dicano il contrario, nonostante tutti mi guardino con un po’ di commiserazione.

Questo diciamo oggi.

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