Commento al Vangelo del 21 Novembre 2021 – Piccole Suore della Sacra Famiglia

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Commento al Vangelo del 20 Giugno 2021 - Piccole Suore della Sacra Famiglia

IO SONO RE

In quel tempo 33. Pilato allora rientrò nel pretorio, fece chiamare Gesù e gli disse: “Sei tu il re dei Giudei?”.

La trentaquattresima domenica del tempo ordinario è posta alla fine dell’anno liturgico ed è dedicata a Nostro Signore Gesù Cristo Re dell’Universo. Questa solennità ci ricorda che tutto ciò che esiste procede verso una meta finale: la manifestazione definitiva di Cristo, Signore della storia e di tutto il creato. Siamo in cammino verso il suo regno eterno, verso la sua vittoria definitiva.

L’episodio che la Liturgia offre alla nostra meditazione è tratto dalla Passione secondo il Vangelo di Giovanni. Invece di presentarci un Cristo trionfatore, il Vangelo ci presenta il Signore dell’Universo umiliato: accusato, arrestato nel Getsemani, condotto dal governatore, processato sommariamente, legato, insultato, condannato, crocifisso, sepolto. L’Innocente sembra aver perduto tutto, sembra inutile quanto ha fatto, predicato, amato. Eppure non è l’ultima parola: Dio lo risuscita.

“Pilato”: è stato governatore romano della Palestina dal 26 al 36 d.C. Gli storici parlano di lui come di un uomo autoritario e crudele, deposto poi da Vitellio. In apparenza è forte e duro contro i Giudei, tuttavia è incapace di resistere ai loro ricatti e in questo sta la sua debolezza. Ha paura di essere denunciato all’imperatore come nemico di Roma e di perdere il posto di governatore.

“Sei tu il re dei Giudei?”: Pilato, autorità civile romana, entra nel pretorio, pensa di trovarsi davanti a uno zelota, a un capo rivoluzionario, a una persona con l’intenzione di soppiantare le autorità locali ammesse dai Romani. I capi dei Giudei hanno condannato a morte Gesù, ma la legge non consente loro di eseguire la sentenza. Lo portano dal governatore romano perché sia lui a sentenziare e a procedere all’esecuzione. Rimangono fuori dal pretorio, luogo pagano, proibito ai Giudei, per non contaminarsi in vista della festa di pasqua. Gesù è solo davanti al governatore, senza testimoni.

Gesù non si è mai fatto chiamare “re” per evitare equivoci politici, perché il suo è un regno ben diverso. La sua regalità si attua nei cuori e si manifesta attraverso l’amore, l’offerta di sé, il perdono, l’accettazione della croce.

  1. Gesù rispose: “Dici questo da te, oppure altri ti hanno parlato di me?”.

Gesù risponde con una contro-domanda, chiedendo a Pilato di formulare la sua opinione personale. Di fronte a Gesù dobbiamo esprimerci esplicitamente, senza addurre discorsi altrui. Il suo sguardo su di noi ci interpella per aiutarci a prendere coscienza personalmente: chi è Lui per noi?

  1. Pilato disse: “Sono forse io Giudeo? La tua gente e i capi dei sacerdoti ti hanno consegnato a Che cosa hai fatto?”.

Pilato risponde a una domanda con un’altra domanda. Si dimostra indifferente nei confronti di una questione che ritiene interna al mondo ebraico. Afferma che sono le autorità giudaiche le sole responsabili delle accuse contro Gesù e della sua condanna a morte.

“Che cosa hai fatto?”: nel Vangelo c’è la risposta a questa domanda. Gesù rivela in ogni momento della vita i segni del suo amore: dona il vino per la festa, perdona i peccati, risuscita i morti, guarisce i paralitici, cammina sulle acque, ridona la vista ai ciechi, l’udito ai sordi, la salute ai lebbrosi, ama i nemici, perdona i crocifissori, riabilita chi lo rinnega, dona misericordia, salva chi si affida a Lui. È molto chiaro il suo stile di vita: dare gratuitamente, senza ricompensa, diversamente dai re di questo mondo che bramano ricchezze e onori. Ha predicato ciò che prima ha vissuto.

  1. Rispose Gesù: “Il mio regno non è di questo mondo; se il mio regno fosse di questo mondo, i miei servitori avrebbero combattuto perché non fossi consegnato ai Giudei; ma il mio regno non è di quaggiù”.

“Il mio regno non è di questo mondo”: nel dialogo, Gesù afferma che la sua regalità è spirituale, non terrena; infatti, nessuno è venuto a difenderlo, come avrebbero fatto per un re del mondo. Il suo potere viene dal Cielo e si esercita sulla terra, ma agendo nel cuore degli uomini. In Gesù non c’è alcuna ambizione, nessuna sete di potere. Ha sete, sì, ma della nostra salvezza eterna. Vuole attirare a sé l’umanità intera, del passato, del presente, del futuro, perché tutti siano una cosa sola con Lui, nell’eternità beata.

“I miei servitori avrebbero combattuto”: Gesù contrappone alla logica del mondo, alla violenza e alla sopraffazione, la mitezza, l’umiltà, il perdono a tutta prova. Il regno di Gesù non si realizza con le armi né con la guerra. Tutto è perduto con la forza; tutto è guadagnato con l’amore.

  1. Allora Pilato gli disse: “Dunque tu sei re?”. Rispose Gesù: “Tu lo dici: io sono re. Per questo io sono nato e per questo sono venuto nel mondo: per dare testimonianza alla verità. Chiunque è dalla verità, ascolta la mia voce”.

Pilato riporta il discorso sulla materialità della domanda, e chiede nuovamente se Egli sia re.

“Per dare testimonianza alla verità”: per Giovanni la regalità di Gesù è come quella di Jahwè che, nell’Antico Testamento, ha dato la Legge. La Legge che Gesù dà è l’Amore. La Verità è l’Amore. Amore che si consuma, che si dona, che non chiede nulla in cambio, che è coerente e fedele fino all’effusione del sangue. È venuto a dare testimonianza al Padre e alla verità, a portare a tutti gli uomini il dono della comunione con Dio, a estendere a tutto l’universo il comandamento dell’amore.

“Tu lo dici”: rimane l’ambiguità della risposta. Gesù si dichiara re, ma in modo diverso da quello che intende Pilato e da come si intende comunemente secondo la logica mondana. L’umanità cerca il riferimento in persone importanti, prende come modello chi ha successo. Viceversa, Gesù si fa servo, affronta il martirio crudele e cruento, fidandosi del Padre.

“Io sono re”: è la dichiarazione della regalità universale di Cristo, come portatore della verità di Dio. È un re al contrario: senza potere mondano, senza gloria terrena, senza esercito, senza territori, senza forzieri, senza trionfo.

Se accettiamo la signoria di Gesù, accogliamo che Egli ci indichi la via della verità e dell’amore. La nostra sudditanza consisterà nel volere quello che Egli vuole. Egli è la nostra pace e la nostra salvezza. Nello stesso tempo, contiamo non su di noi, ma sul fatto che Egli ci dà la forza di vivere secondo il suo esempio.

Egli è passato attraverso la croce, non è scappato, non ha fatto valere le sue prerogative divine, non ha fatto proclami altisonanti, è rimasto in silenzio, inchiodato e immolato. La sua gloria consiste nell’amare fino alla fine, nel dare la vita, nel rimanere nell’amore, nella fedeltà al Padre in modo dichiarato e vissuto.

Ha regnato sul dolore e sulla morte ed ha trionfato con la risurrezione. In questo modo ha dimostrato la sua regalità e noi siamo fieri di appartenere al nostro Re. Scaturisce, pertanto, in ogni cristiano, l’impegno ad annunciare Cristo, perché tutti possano conoscerLo e aderire a Lui.

Gesù ci faccia comprendere che servire è regnare, che donare è gioia, che morire è risorgere con Lui, Nostro Signore e Re dell’Universo.

Suor Emanuela Biasiolo delle Piccole Suore della Sacra Famiglia


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