Commento al Vangelo del 20 maggio 2018 – Figlie della Chiesa

Pubblicità

Il vangelo di Giovanni nei capitoli 14 e 16 offre una lettura dell’ultima cena di Gesù con i suoi discepoli. In questo testo troviamo molte indicazioni sul dono dello Spirito Santo e sull’opera che egli compie. Per la domenica di Pentecoste del ciclo B ci vengono proposti testi sullo Spirito che riprendono il tema della testimonianza e della verità.

Il testo evangelico va letto in parallelo con le altre letture proposte: quella dal libro degli Atti degli Apostoli (2,1-11) e l’epistola di san Paolo (Gal 5,16-25); per comprendere l’indicazione dello Spirito come Legge nuova del cristiano, il contesto liturgico, la festa della Pentecoste ebraica e il riferimento al dono della legge sono importanti.

Lectio

v.15,26 Quando verrà il Paràclito, che io vi manderò dal Padre, lo Spirito della verità che procede dal Padre, egli darà testimonianza di me;

Il termine parāklētos è in Giovanni un nome tipico dello Spirito Santo (cfr. 14,26) anche se il suo significato proprio non è certo. Differentemente da Marco, che uso spesso il termine pneumatos, Giovanni vuole presentarci lo Spirito come il Ruha della Genesi che aleggia sulle acque. Anche il titolo Spirito di verità è una dizione propria del quarto vangelo e tale qualificazione è stata scelta per sottolineare l’attività specifica dello Spirito Santo nel mondo e presso i credenti.

In questo versetto si annuncia l’invio dello Spirito, ma a differenza di 14,16.26, è Gesù stesso a mandarlo, seppur dal Padre, che indica ad un tempo la provenienza dello Spirito e il luogo da dove Gesù lo invia.

In questi versetti troviamo il verbo testimoniare (martyrein), molto frequente in Giovanni. Sebbene anche nei sinottici appaia l’opera dello Spirito nei testi che annunciano la persecuzione dei credenti (ricordiamo che Gv 15, 18-25 ha appena parlato dell’odio del mondo per chi crede in Cristo; cfr. Mt 10,20s; Lc 12,12; At 6,10) qui non sembra si tratti della stessa cosa. Infatti Giovanni non parla di processi o azioni specifiche. La testimonianza dello Spirito è rivolta direttamente al mondo, in favore di Gesù, come pure ai credenti, per sostenere il loro annuncio.

v.15,27 e anche voi date testimonianza, perché siete con me fin dal principio.

Questa testimonianza è insieme dello Spirito e dei discepoli, come precedentemente Giovanni aveva affermato che il Padre rende testimonianza a Gesù (cfr. 5,32.37; 8,18-18). I discepoli sono con Gesù dal principio, inteso come condizione stabile di chi crede, di chi è stato scelto, quindi ogni cristiano. E’ perché il credente è con Gesù che può, fortificato dallo Spirito, testimoniare la verità.

Ma la testimonianza dei discepoli e dello Spirito non sono indipendenti, i primi danno voce allo Spirito. Come diceva sant’Agostino: “Lo Spirito parla al cuore, voi in parole; egli attraverso l’ispirazione, voi mediante dei suoni”.

v.16,12 Molte cose ho ancora da dirvi, ma per il momento non siete capaci di portarne il peso.

La pericope mette insieme ai due versetti precedenti del cap. 15 l’ultimo testo sullo Spirito, nel cap. 16; si capisce in primo luogo che ci sono due tempi. Quello di Gesù e quello dello Spirito. Ora i discepoli non possono ancora comprendere le molte altre cose che Gesù deve dire loro, poiché Gesù non ha ancora vissuto la sua pasqua (cfr. 16,7). Il tutto della rivelazione, annunciato in 15,15, non può ancora essere compreso appieno, in profondità; questa sarà l’opera dello Spirito.

v.16,13 Quando verrà lui, lo Spirito della verità, vi guiderà a tutta la verità, perché non parlerà da se stesso, ma dirà tutto ciò che avrà udito e vi annuncerà le cose future.

Sarà lo Spirito a guidarci (cfr. Es 15,13; Is 49,10; Sal 24,5; Sap 18,3 per il tema di Dio che guida il suo popolo) alla verità tutta intera. Cosa significa? Non solo che lo Spirito ci farà comprendere il passato di Gesù, ma anche la sua condizione presente, di Figlio glorificato, ossia la pienezza del mistero di Gesù Cristo (la verità, al singolare).

L’azione di Gesù e dello Spirito indicata come disgiunta, ora viene riunificata; come Gesù non parlava da sé, ma la sua autorità veniva dal Padre come Gesù stesso ascolta il Padre (8,26; cfr. 5,19; 8,28), così lo Spirito ascolta Gesù.

Il verbo annunciare (anaggéllein) che è ripetuto per tre volte in questi ultimi tre versetti, significa rivelare una cosa sconosciuta, ma il prefisso ana indica che si tratta di un ripetere. Chi parla annuncia qualcosa che ha a sua volta ricevuto. Di nuovo dunque lo Spirito non parla da sé, ma ripete ciò che ha detto Gesù.

Le cose future, annunciate dallo Spirito non sono predizioni, piuttosto la capacità di comprendere ed affrontare che avvenimenti futuri della storia della comunità dei credenti. Potremmo meglio tradurre vi comunicherà, che si adatta meglio anche ai due versetti successivi, dove il verbo è riproposto.

v.16,14 Egli mi glorificherà, perché prenderà da quel che è mio e ve lo annuncerà.

Lo Spirito infatti comunicherà ai credenti ciò che è di Gesù, il suo patrimonio potremmo dire: ossia una conoscenza di Lui, ma anche la partecipazione alla sua stessa vita.

Facendo questo glorificherà il Figlio la cui missione aveva come scopo la partecipazione dei credenti alla vita eterna del Padre e del Figlio (cfr. 3,16; 10,28); l’idea sarà chiarita al capitolo seguente: “Ho dato loro la gloria che tu mi hai dato …, l’amore con cui mi hai amato, sia in loro, ed io in loro”. (cfr. 17,22.26)

v.16,15 Tutto quello che il Padre possiede è mio; per questo ho detto che prenderà da quel che è mio e ve lo annuncerà.

La precisazione dell’unione tra Padre e Figlio ci riporta nell’unità di essenza e di azione della Trinità (cfr. 5,26; 17,5.10.24); la rivelazione del Padre attraverso Gesù continua, essa è unica ma trasmessa in due modi diversi. Prima dal Figlio e poi dallo Spirito e dalla Chiesa che lo accoglie. In che cosa lo Spirito è diverso da Gesù? E’ “altro” nella durata, che è definitiva, e nel suo modo di agire: non più attraverso parole, ma attraverso evidenze che danno senso alle parole di Gesù e ne manifestano la portata attuale.

Appendice

I tre tipi di azione dello Spirito Santo in noi

Celebriamo oggi, carissimi, la solennità dello Spirito Santo, solennità che merita di essere celebrata in pienezza di gioia e con ogni devozione. Poiché lo Spirito Santo è la suprema dolcezza di Dio, è la benevolenza di Dio, è Dio stesso. Perciò, se celebriamo le feste dei Santi quanto più dovremo celebrare colui dal quale ebbero il dono di essere santi tutti coloro che tali sono stati? Se veneriamo coloro che sono stati santificati, quanto più dovremo onorare il santificatore? Oggi è la celebrazione dello Spirito Santo, o di quella discesa per cui l`invisibile apparve visibile; come il Figlio, che, pur essendo invisibile in se stesso, si degnò di mostrarsi visibile nella carne umana. Oggi lo Spirito Santo ci rivela qualche cosa di se stesso, come prima conoscevamo qualche cosa del Padre e del Figlio: la perfetta conoscenza della Trinità è la vita eterna. Ora conosciamo solo in parte; ciò che non riusciamo a comprendere, lo accettiamo per fede…

Prima lo Spirito invisibile manifestava il suo arrivo con segni visibili: quanto più poi i segni sono spirituali, tanto più sono convenienti allo Spirito Santo. Discese allora sopra i discepoli in lingue di fuoco, perché dicessero parole di fuoco nelle lingue di tutte le genti e predicassero una legge di fuoco con lingua di fuoco. Nessuno si lamenti che tale manifestazione dello Spirito non venga fatta a noi: la manifestazione dello Spirito è fatta a ciascuno a seconda dell`utilità (1Cor 12,7). Ma veramente questa manifestazione è stata fatta più a noi che agli apostoli. A che servirono infatti a loro le lingue, se non per la conversione delle genti? Ci fu in loro una ben altra manifestazione più propriamente loro: e questa ancor oggi si rivela a noi. E` evidente, infatti, che dovettero essere rivestiti di potenza dall’alto quei tali che, da una così grande pusillanimità di spirito, pervennero poi a così meravigliosa costanza. Non fuggono più, non si nascondono più per paura dei Giudei; è più forte il loro coraggio nel predicare, che non sia stata la loro paura nel nascondersi. E che quel mutamento sia dovuto alla destra dell’Altissimo lo dice chiaramente la paura del principe degli Apostoli, che trema alle parole d’una serva, ma poi diventa forte sotto i flagelli del sinedrio: “Se ne andavano via dal sinedrio pieni di gioia, perché erano stati ritenuti degni di subir ignominia per il nome di Gesù” (At 5,11). Eppure, mentre Gesù era condotto innanzi al sinedrio, eran tutti fuggiti e l’avevan lasciato solo. Chi può mettere in dubbio la discesa dello Spirito veemente, che fortificò le loro menti con invisibile potenza? Così anche oggi le cose che lo Spirito opera in noi danno testimonianza della sua presenza. (Bernardo di Chiarav., Sermo I, in Sp. Sanct., 1 s.)

La Chiesa e il dono delle lingue

Vediamo ora perché fosse segno della presenza dello Spirito Santo il fatto che coloro che l`avevano ricevuto parlassero tutte le lingue. Anche oggi, infatti, si riceve in dono lo Spirito Santo, tuttavia coloro che lo ricevono non parlano tutte le lingue. Bisogna rendersi conto, fratelli carissimi, che è lo Spirito Santo, per il quale la carità si diffonde nei nostri cuori. E poiché la carità avrebbe dovuto raccogliere insieme la Chiesa da tutte le parti del mondo, ciò che, allora, un solo uomo, ricevendo lo Spirito Santo, poteva dire in tutte le lingue, ora, la stessa unità della Chiesa, radunata dallo Spirito Santo, lo può dire in tutte le lingue. Perciò, se uno dicesse a qualcuno dei nostri: «Hai ricevuto lo Spirito Santo, perché non parli in tutte le lingue?» gli si potrebbe rispondere: «Ma parlo in tutte le lingue, perché faccio parte di quel corpo di Cristo, cioè di quella Chiesa, che parla in tutte le lingue». Che altro, infatti, Dio volle significate con la presenza dello Spirito Santo, se non la sua Chiesa che avrebbe parlato in tutte le lingue?

Si è compiuto, dunque, ciò che Dio aveva promesso: “Nessuno mette il vino nuovo in otri vecchi, ma si mette il vino nuovo in otri nuovi, così si mantengono il vino e gli otri” (Mt 9,17). Giustamente, allora, quando si sentirono gli Apostoli parlare in tutte le lingue, alcuni dissero: “Ma costoro son pieni di vino” (At 2,12). Difatti, erano diventati otri nuovi, rinnovati dalla grazia della santità, in modo che ripieni di vino nuovo, cioè di Spirito Santo, ribollissero parlando in tutte le lingue e con un miracolo evidentissimo preannunziassero la Chiesa cattolica, che si sarebbe diffusa per tutte le lingue…

Celebrate allora questo giorno come membra dell`unità del corpo di Cristo. Non sarà inutile la celebrazione, se è questo ciò che celebrate, stringendovi a quella Chiesa, che il Signore riempie di Spirito Santo e, mentre cresce in tutto il mondo, egli la riconosce come sua e lui è riconosciuto da lei. Lo sposo non perde la sua sposa e nessuno gliene sostituisce un`altra. A voi tutti raccolti insieme come Chiesa di Cristo, come membra di Cristo, a voi corpo di Cristo, sposa di Cristo, l`Apostolo dice: “Sopportandovi l`un l`altro nella carità, sforzandovi a vicenda di conservare l`unità dello Spirito nel vincolo della pace ” (Ef 4,2-3). Notate che dove ordinò di sopportarci scambievolmente, ivi ha posto la carità; dove ha fatto cenno dell`unità, ivi ha mostrato il vincolo della pace. Questa è la casa di Dio fatta di pietre vive, nella quale piace di abitare a un tal padre di famiglia, i cui occhi non devono essere offesi dalle rovine della divisione. (Fulgenzio di Ruspe, Sermo, 8, 2)

Discorso sulla consacrazione episcopale

La Chiesa universale di Dio è ordinata in gradi distinti gli uni dagli altri, affinché il suo santo corpo custodisca la propria integrità per l’apporto delle diverse membra; tutti, peraltro – come dice l’Apostolo – “siamo uno in Cristo” (Gal 3,28).

Nell’unità della fede e del battesimo (cf. Ef 4,5), la società che tra noi formiamo, carissimi, non presenta screzi ed è identica la dignità di tutti, secondo la buona novella annunciata dal beatissimo apostolo Pietro, con parole sacrosante: “E voi stessi, come pietre vive siete impiegati per la costruzione di un edificio spirituale, per un sacerdozio santo, per offrire sacrifici spirituali graditi a Dio, per mezzo di Gesù Cristo; e poco dopo: “Voi siete la stirpe eletta, il sacerdozio regale, la nazione santa, il popolo che Dio si è acquistato” (1Pt 2,5.9). In effetti, il segno della croce ha fatto di tutti i rigenerati in Cristo altrettanti re; l’unzione dello Spirito Santo li consacra come sacerdoti, affinché al di là dello specifico servizio del nostro ministero, tutti i cristiani spirituali e in coerenza con la propria ragione sappiano di essere di stirpe regale e di essere associati alla funzione sacerdotale. Cosa c`è infatti di più regale per un’anima del governare il proprio corpo in sottomissione a Dio? E cosa c`è di più sacerdotale del votare al Signore una coscienza pura e di offrirgli sull`altare del proprio cuore le vittime senza macchia della pietà? (cf.1Pt 2,5).

Essendo ciò divenuto comune a tutti per grazia di Dio è atto religioso e meritevole di elogio da parte vostra che vi rallegriate nel giorno della nostra elezione, come si trattasse di un vostro onore personale; cosicché, è in tutto il corpo della Chiesa che si celebra l’unico sacramento di Pontefice, diffuso più abbondantemente, per effetto dell’unguento della benedizione, nelle membra superiori, ma che non ridiscende in minor misura nelle inferiori. (Leone Magno, Sermo 95, De natali ipsius, 4,1)

Credo che lo Spirito Santo faccia da mediatore fra l’anima e Dio. Egli infatti muove l’anima con ardenti desideri, e fa che si accenda di quel fuoco sovrano a cui è tanto vicina.

Quali misericordie usate qui con l’anima, o Signore! Siate per sempre lodato e benedetto per il grande amore che ci portate! Dio mio e Creatore mio, è mai possibile che vi sia alcuno che non vi ami? Oh, me infelice che per tanto tempo non vi ho amato! – Perché non ho meritato di conoscervi? (Santa Teresa di Gesù, Pensieri sull’Amore di Dio, 5,5)

S come Spirito che è Signore e dà la vita

La voce dello Spirito è voce grande, da declinare con fedeltà e delicatezza. È voce tenera e luminosa, addirittura “santa”: difatti l’abbinamento più alto si crea, nella fede cristiana, quando a “Spirito” attribuiamo l’aggettivo “Santo”. Ma quando parliamo di “spirito”, quando diciamo che “Dio è spirito”, che cosa vogliamo dire? Parliamo greco o ebraico? Se parliamo greco, diciamo che Dio è immateriale: anche gli stoici, quando facevano uso del termine spirito, lo intendevano come una sorta di fluido sottilissimo. Se invece parliamo ebraico, diciamo che Dio è un uragano, una tempesta, una potenza irresistibile, quindi un massimo di vitalità: nella Bibbia spirito non si oppone a materia, ma a “carne”, che indica qualcosa dell’esistenza fragile e precaria. Da ciò tutte le ambiguità quando si parla di spiritualità. La spiritualità consiste nel diventare immateriali o nell’essere animati dallo Spirito Santo?

Nella rivelazione ebraico-cristiana lo Spirito non è il sole pallido, diffuso, senza tempo della ragione illuminata, insomma qualcosa di impalpabile, di astratto ed evanescente. La ruah biblica è “come un torrente che straripa” (Is 30,28), è forza traboccante che procede da Dio, è energia potente e irresistibile. Affermava Gregorio Nisseno: “Se a Dio togliamo lo Spirito Santo, quello che ci resta non è più Dio, ma il suo cadavere”.

Ma è possibile parlare dello Spirito di Dio? K:Barth rispondeva che di lui è impossibile parlare e impossibile tacere. Impossibile parlare: cosa dire della sua stupefacente bellezza, della sua insondabile profondità, del suo travolgente dinamismo? Impossibile tacere: è ineffabile, ma non inconoscibile. Lo afferma Gesù: “Voi lo conoscete, perché egli dimora presso di voi” (Gv 14,17).

La rivelazione fa intervenire lo Spirito ogni volta che Dio opera fuori di sé. Allo sguardo trasognato del salmista tutto il cosmo appare sospeso al suo soffio vivificante: “mandi il tuo spirito, sono creati e rinnovi la faccia della terra” (Sal 104). Ma più che il creato è la storia il suo campo privilegiato: egli la promuove dal di dentro facendola lievitare verso l’avvenire di Gesù, fino a far passare tutta la linfa del mondo rinnovato nella vita beatificante della Trinità.

Lo Spirito Santo è il continuo aprirsi di Dio al di fuori di sé, ma questo avviene perché in Dio stesso lo Spirito è l’aprirsi estatico del Padre e del Figlio nello dono reciproco dell’amore in un massimo di gratuità. Il Padre e il Figlio, amandosi, si distaccano completamente da se stessi e il loro dono d’amore “diventa” una persona distinta da essi: è la Persona-dono, la Persona-amore. Scriveva Giovanni Paolo II nell’enciclica dedicata alla terza Persona: “Si può dire che nello Spirito Santo la vita intima del Dio uno e trino si fa tutta dono, scambio di reciproco amore. Lo Spirito Santo è l’espressione personale di questo essere-amore”.

Si capisce allora che cos’è una vita “spirituale”? Non è un’esistenza immateriale e impassibile, che si ritaglia qua e là lo spazio per qualche preghiera e una buona azione, ma un lasciarsi guidare dallo Spirito del Risorto per farsi possedere dall’amore.

Comincia così il canto della vita. (Francesco Lambiasi, ABC della fede, EDB Bologna, pag. 68-70)

Cari fratelli e sorelle!

Ogni volta che celebriamo l’Eucaristia, viviamo nella fede il mistero che si compie sull’altare, partecipiamo cioè al supremo atto di amore che Cristo ha realizzato con la sua morte e risurrezione. L’unico e medesimo centro della liturgia e della vita cristiana – il mistero pasquale – assume poi, nelle diverse solennità e feste, “forme” specifiche, con ulteriori significati e con particolari doni di grazia. Tra tutte le solennità, la Pentecoste si distingue per importanza, perché in essa si attua quello che Gesù stesso aveva annunciato essere lo scopo di tutta la sua missione sulla terra. Mentre infatti saliva a Gerusalemme, aveva dichiarato ai discepoli: “Sono venuto a gettare fuoco sulla terra, e quanto vorrei che fosse già acceso!” (Lc 12,49). Queste parole trovano la loro più evidente realizzazione cinquanta giorni dopo la risurrezione, nella Pentecoste, antica festa ebraica che nella Chiesa è diventata la festa per eccellenza dello Spirito Santo: “Apparvero loro lingue come di fuoco… e tutti furono colmati di Spirito Santo” (At 2,3-4). Il vero fuoco, lo Spirito Santo, è stato portato sulla terra da Cristo. Egli non lo ha strappato agli dèi, come fece Prometeo, secondo il mito greco, ma si è fatto mediatore del “dono di Dio” ottenendolo per noi con il più grande atto d’amore della storia: la sua morte in croce.

Dio vuole continuare a donare questo “fuoco” ad ogni generazione umana, e naturalmente è libero di farlo come e quando vuole. Egli è spirito, e lo spirito “soffia dove vuole” (cfr Gv 3,8). C’è però una “via normale” che Dio stesso ha scelto per “gettare il fuoco sulla terra”: questa via è Gesù, il suo Figlio Unigenito incarnato, morto e risorto. A sua volta, Gesù Cristo ha costituito la Chiesa quale suo Corpo mistico, perché ne prolunghi la missione nella storia. “Ricevete lo Spirito Santo” – disse il Signore agli Apostoli la sera della risurrezione, accompagnando quelle parole con un gesto espressivo: “soffiò” su di loro (cfr Gv 20,22). Manifestò così che trasmetteva ad essi il suo Spirito, lo Spirito del Padre e del Figlio. Ora, cari fratelli e sorelle, nell’odierna solennità la Scrittura ci dice ancora una volta come dev’essere la comunità, come dobbiamo essere noi per ricevere il dono dello Spirito Santo. Nel racconto, che descrive l’evento di Pentecoste, l’Autore sacro ricorda che i discepoli “si trovavano tutti insieme nello stesso luogo”. Questo “luogo” è il Cenacolo, la “stanza al piano superiore” dove Gesù aveva fatto con i suoi Apostoli l’Ultima Cena, dove era apparso loro risorto; quella stanza che era diventata per così dire la “sede” della Chiesa nascente (cfr At 1,13). Gli Atti degli Apostoli tuttavia, più che insistere sul luogo fisico, intendono rimarcare l’atteggiamento interiore dei discepoli: “Tutti questi erano perseveranti e concordi nella preghiera” (At 1,14). Dunque, la concordia dei discepoli è la condizione perché venga lo Spirito Santo; e presupposto della concordia è la preghiera.

Questo, cari fratelli e sorelle, vale anche per la Chiesa di oggi, vale per noi, che siamo qui riuniti. Se vogliamo che la Pentecoste non si riduca ad un semplice rito o ad una pur suggestiva commemorazione, ma sia evento attuale di salvezza, dobbiamo predisporci in religiosa attesa del dono di Dio mediante l’umile e silenzioso ascolto della sua Parola. Perché la Pentecoste si rinnovi nel nostro tempo, bisogna forse – senza nulla togliere alla libertà di Dio – che la Chiesa sia meno “affannata” per le attività e più dedita alla preghiera. Ce lo insegna la Madre della Chiesa, Maria Santissima, Sposa dello Spirito Santo. Quest’anno la Pentecoste ricorre proprio nell’ultimo giorno di maggio, in cui si celebra solitamente la festa della Visitazione. Anche quella fu una sorta di piccola “pentecoste”, che fece sgorgare la gioia e la lode dai cuori di Elisabetta e di Maria, una sterile e l’altra vergine, divenute entrambe madri per straordinario intervento divino (cfr Lc 1,41-45). La musica e il canto, che accompagnano questa nostra liturgia, ci aiutano anch’essi ad essere concordi nella preghiera, e per questo esprimo viva riconoscenza al Coro del Duomo e alla Kammerorchester di Colonia. Per questa liturgia, nel bicentenario della morte di Joseph Haydn, è stata infatti scelta molto opportunamente la sua Harmoniemesse, l’ultima delle “Messe” composte dal grande musicista, una sublime sinfonia per la gloria di Dio. A voi tutti convenuti per questa circostanza rivolgo il mio più cordiale saluto.

Per indicare lo Spirito Santo, nel racconto della Pentecoste gli Atti degli Apostoli utilizzano due grandi immagini: l’immagine della tempesta e quella del fuoco. Chiaramente san Luca ha in mente la teofania del Sinai, raccontata nei libri dell’Esodo (19,16-19) e del Deuteronomio (4,10-12.36). Nel mondo antico la tempesta era vista come segno della potenza divina, al cui cospetto l’uomo si sentiva soggiogato e atterrito. Ma vorrei sottolineare anche un altro aspetto: la tempesta è descritta come “vento impetuoso”, e questo fa pensare all’aria, che distingue il nostro pianeta dagli altri astri e ci permette di vivere su di esso. Quello che l’aria è per la vita biologica, lo è lo Spirito Santo per la vita spirituale; e come esiste un inquinamento atmosferico, che avvelena l’ambiente e gli esseri viventi, così esiste un inquinamento del cuore e dello spirito, che mortifica ed avvelena l’esistenza spirituale. Allo stesso modo in cui non bisogna assuefarsi ai veleni dell’aria – e per questo l’impegno ecologico rappresenta oggi una priorità –, altrettanto si dovrebbe fare per ciò che corrompe lo spirito. Sembra invece che a tanti prodotti inquinanti la mente e il cuore che circolano nelle nostre società – ad esempio immagini che spettacolarizzano il piacere, la violenza o il disprezzo per l’uomo e la donna – a questo sembra che ci si abitui senza difficoltà. Anche questo è libertà, si dice, senza riconoscere che tutto ciò inquina, intossica l’animo soprattutto delle nuove generazioni, e finisce poi per condizionarne la stessa libertà. La metafora del vento impetuoso di Pentecoste fa pensare a quanto invece sia prezioso respirare aria pulita, sia con i polmoni, quella fisica, sia con il cuore, quella spirituale, l’aria salubre dello spirito che è l’amore!

L’altra immagine dello Spirito Santo che troviamo negli Atti degli Apostoli è il fuoco. Accennavo all’inizio al confronto tra Gesù e la figura mitologica di Prometeo, che richiama un aspetto caratteristico dell’uomo moderno. Impossessatosi delle energie del cosmo – il “fuoco” – l’essere umano sembra oggi affermare se stesso come dio e voler trasformare il mondo escludendo, mettendo da parte o addirittura rifiutando il Creatore dell’universo. L’uomo non vuole più essere immagine di Dio, ma di se stesso; si dichiara autonomo, libero, adulto. Evidentemente tale atteggiamento rivela un rapporto non autentico con Dio, conseguenza di una falsa immagine che di Lui si è costruita, come il figlio prodigo della parabola evangelica che crede di realizzare se stesso allontanandosi dalla casa del padre. Nelle mani di un uomo così, il “fuoco” e le sue enormi potenzialità diventano pericolosi: possono ritorcersi contro la vita e l’umanità stessa, come dimostra purtroppo la storia. A perenne monito rimangono le tragedie di Hiroshima e Nagasaki, dove l’energia atomica, utilizzata per scopi bellici, ha finito per seminare morte in proporzioni inaudite.

Si potrebbero in verità trovare molti esempi, meno gravi eppure altrettanto sintomatici, nella realtà di ogni giorno. La Sacra Scrittura ci rivela che l’energia capace di muovere il mondo non è una forza anonima e cieca, ma è l’azione dello “spirito di Dio che aleggiava sulle acque” (Gn 1,2) all’inizio della creazione. E Gesù Cristo ha “portato sulla terra” non la forza vitale, che già vi abitava, ma lo Spirito Santo, cioè l’amore di Dio che “rinnova la faccia della terra” purificandola dal male e liberandola dal dominio della morte (cfr Sal 103/104,29-30). Questo “fuoco” puro, essenziale e personale, il fuoco dell’amore, è disceso sugli Apostoli, riuniti in preghiera con Maria nel Cenacolo, per fare della Chiesa il prolungamento dell’opera rinnovatrice di Cristo.

Infine, un ultimo pensiero si ricava ancora dal racconto degli Atti degli Apostoli: lo Spirito Santo vince la paura. Sappiamo come i discepoli si erano rifugiati nel Cenacolo dopo l’arresto del loro Maestro e vi erano rimasti segregati per timore di subire la sua stessa sorte. Dopo la risurrezione di Gesù questa loro paura non scomparve all’improvviso. Ma ecco che a Pentecoste, quando lo Spirito Santo si posò su di loro, quegli uomini uscirono fuori senza timore e incominciarono ad annunciare a tutti la buona notizia di Cristo crocifisso e risorto. Non avevano alcun timore, perché si sentivano nelle mani del più forte. Sì, cari fratelli e sorelle, lo Spirito di Dio, dove entra, scaccia la paura; ci fa conoscere e sentire che siamo nelle mani di una Onnipotenza d’amore: qualunque cosa accada, il suo amore infinito non ci abbandona. Lo dimostra la testimonianza dei martiri, il coraggio dei confessori della fede, l’intrepido slancio dei missionari, la franchezza dei predicatori, l’esempio di tutti i santi, alcuni persino adolescenti e bambini. Lo dimostra l’esistenza stessa della Chiesa che, malgrado i limiti e le colpe degli uomini, continua ad attraversare l’oceano della storia, sospinta dal soffio di Dio e animata dal suo fuoco purificatore. Con questa fede e questa gioiosa speranza ripetiamo oggi, per intercessione di Maria: “Manda il tuo Spirito, Signore, a rinnovare la terra!”. (Papa Benedetto XVI, Omelia del 31 maggio 2009)

Dolcissimo Spirito,
rivelaci col tuo dono di Pietà
questa tenera Madre,
in cui Gesù ci ama
e vuole essere
teneramente amato.
Appassionaci per le sue fibre
inferme e morte;
per quelle che sono
solo ansie dell’anima sua.
Fa’ che siano sanate,
vivificate, inserite anche’esse
nel suo Corpo,
affinché in breve si faccia
un solo Corpo Mistico
con un solo Cuore in cui noi,
come la Piccola Teresa,
vogliamo essere l’amore.

(Madre Maria Oliva, “Olga …” pag 15)

Fonte: Figlie della Chiesa

LEGGI IL BRANO DEL VANGELO

DOMENICA di PENTECOSTE (Messa del giorno)

Puoi leggere (o vedere) altri commenti al Vangelo di domenica 20 Maggio 2018 anche qui.

Gv 15,26-27; 16,12-15
Dal Vangelo secondo Giovanni

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli:

«Quando verrà il Paràclito, che io vi manderò dal Padre, lo Spirito della verità che procede dal Padre, egli darà testimonianza di me; e anche voi date testimonianza, perché siete con me fin dal principio.

Molte cose ho ancora da dirvi, ma per il momento non siete capaci di portarne il peso. Quando verrà lui, lo Spirito della verità, vi guiderà a tutta la verità, perché non parlerà da se stesso, ma dirà tutto ciò che avrà udito e vi annuncerà le cose future. Egli mi glorificherà, perché prenderà da quel che è mio e ve lo annuncerà. Tutto quello che il Padre possiede è mio; per questo ho detto che prenderà da quel che è mio e ve lo annuncerà».

C: Parola del Signore.
A: Lode a Te o Cristo.

  • 20 – 26 Maggio 2018
  • Tempo Pasquale Pentecoste
  • Colore Rosso
  • Lezionario: Ciclo B
  • Anno: II
  • Salterio: sett. 4

Fonte: LaSacraBibbia.net

LEGGI ALTRI COMMENTI AL VANGELO

Potrebbe piacerti anche