Commento al Vangelo del 2 Maggio 2021 – Padre Giulio Michelini

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Il più bel frutto della vigna

Lo storico ebreo Giuseppe Flavio, nel libro quindicesimo delle Antichità giudaiche, racconta che entrando nel Tempio di Gerusalemme, quello restaurato da Erode il Grande a sue spese tra il 23 e il 19 a.C., appena passate le porte d’ingresso al santuario, si poteva assistere ad uno spettacolo mozzafiato: “In cima a tutto, sotto i fregi, si estendeva una vite d’oro con grappoli pendenti, una meraviglia, per dimensioni e lavorazione, a vedere con quanto prezioso materiale l’opera era stata effettuata” (trad. M. Simonetti). Non dice la ragione di quell’installazione, posta proprio lì, all’ingresso del santuario, ma possiamo facilmente immaginarci che la vite evocasse una simbolica ben comprensibile per i pellegrini che arrivavano alla città santa.

Israele infatti è frequentemente rappresentata, nel Primo Testamento, come una vite (o una vigna): Osea scrive che Israele è una “rigogliosa vite che dà frutto abbondante” (10,1-2); il profeta Isaia parla del popolo di Dio come una vigna piantata su fertili colli (5,1-7); anche Geremia dice di una vigna scelta, “tutta di vitigni genuini” (2,21); ed espressioni analoghe troviamo anche in Ezechiele. Un salmo, in particolare, il salmo 80, dice che il Signore “ha divelto una vite dall’Egitto, per trapiantarla ha espulso i popoli. Le ha preparato il terreno, ha affondato le sue radici e ha riempito la terra”, esprimendo la cura con cui Dio si è occupato del suo popolo, la stessa cura che un contadino ha per ciò che gli fornisce di che vivere – come i campi o gli animali.

È strano però che ogni volta che Israele nell’Antico Testamento viene raffigurato, nelle sue vicissitudini storiche, come una vigna o una vite, quel popolo è posto sotto il giudizio di Dio per la sua corruzione, e spesso perché – nonostante le attese di chi lo “coltiva” – non porta frutti buoni. Ecco perché “è possibile che la descrizione di Gesù come la vera vite sia pensata per contrastare il fallimento della vigna-Israele quando non ha adempiuto alla chiamata di Dio a portare frutti” (G.R. Beasley-Murray). Da questa affermazione possiamo trarre alcuni principi.

Gesù, per noi cristiani, è il più bel frutto della vite che è Israele. E qui bisogna essere, credo, precisi: quando Gesù dice di essere la vera vite, di per sé non nega che Israele sia la vite del Padre. Dice che la vite è vera quando porta frutto, e questo Gesù l’ha senza dubbio fatto. Ma la vite che è Gesù non nasce dal nulla, ha origine e si sviluppa in quel vigneto che è il popolo dell’alleanza. Fermiamoci un poco su questo punto.

Con la cosiddetta terza ricerca sul Gesù storico si è in particolare sottolineato l’indissolubile legame che collega Gesù col suo popolo. In un documento vaticano del 1985 (Sussidi per una corretta presentazione degli ebrei e dell’ebraismo nella predicazione e nella catechesi della Chiesa Cattolica) si afferma che “Gesù è ebreo e lo è per sempre; il suo ministero si è volontariamente limitato alle pecore perdute della casa d’Israele (Mt 15,24). Gesù è pienamente un uomo del suo tempo e del suo ambiente ebraico palestinese del I secolo, di cui ha condiviso gioie e speranze. Ciò sottolinea, come è stato rivelato nella Bibbia, sia la realtà dell’incarnazione che il significato stesso della storia della salvezza”. Nell’Osservatore Romano del 29 dicembre 2000 l’allora Card. J. Ratzinger, in un articolo intitolato “L’eredità di Abramo dono di Natale” ebbe a scrivere che Gesù di Nazareth è il “dono supremo” che gli ebrei hanno fatto ai cristiani. Gesù, proprio per questa sua unità col popolo che lo ha generato, ne è un rappresentante a pieno titolo, e anche la comunità che da lui viene, la Chiesa, può essere annoverata tra i diversi giudaismi presenti nel I secolo d.C., come uno dei modi, cioè – che per noi può essere sintetizzato nell’espressione “nuovo Israele”, che si trova a fianco di quello “antico” – di vivere la fede di Abramo.

In Gesù si è sicuri di portare frutto. Come egli porta frutto perché legato al Padre (il vignaiolo), così, anche per i cristiani, tanto quanto si è uniti a Gesù, si può combattere contro il fallimento, quello che spesso caratterizza l’esperienza umana, e si può contrastare la triste possibilità di buttare via la vita, ed anzi, di essere “buttati via” nel fuoco. Il nostro testo presenta davvero la realtà per quella che è, senza sconti o illusioni: si può perdere la vita in senso positivo, donandola agli altri attraverso Gesù, ma si può anche perderla in senso tragico, buttandola cioè “via”, sprecandola e facendola magari sprecare anche ad altri. Così è detto in Mc 8,34-35: “Se qualcuno vuol venire dietro di me rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua. Perché chi vorrà salvare la propria vita, la perderà; ma chi perderà la propria vita per causa mia e del vangelo, la salverà”.

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