Commento al Vangelo del 2 luglio 2017 – p. Raniero Cantalamessa

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Chi non prende la propria croce…

“In quel tempo, disse Gesù ai suoi discepoli:
chi non prende la sua croce e non mi segue,
non è degno di me”.

Sono alcune delle parole che leggiamo nel Vangelo di questa Domenica. La croce è un evento diventato simbolo. Da quando Gesù l’ha presa sulle sue spalle e vi è morto sopra, la croce è divenuta, nel linguaggio cristiano, il simbolo di ogni sofferenza e dolore umano. “Portare la croce” è sinonimo di patire. In questo senso la croce è ciò che ci accomuna tutti. Ricordo alcuni versi semplici ascoltati da ragazzo e mai più dimenticati:

“Quando nacqui mi disse una voce:
tu sei nato a portar la tua croce.
Io, piangendo, la croce abbracciai
che dal cielo assegnata mi fu.
Poi guardai, guardai, guardai:
tutti portan la croce quaggiù”.

Sì, tutti portiamo la croce. Se a volte ci sembra che solo a noi le cose vadano storte, mentre tutti gli altri se la godono, è solo perché conosciamo la nostra croce, non quella degli altri. Siamo come quel malato descritto da Manzoni che si volta e rivolta nel suo letto trovandolo scomodo, e vede intorno a sé altri letti, ben rifatti e spianati al di fuori, e si immagina che ci si debba stare benone. Ma se gli riesce di cambiare, comincia a sentire anche in essi qui una buca, lì una lisca che lo punge, o un bernoccolo che lo preme.
Non è stato Gesù a portare la croce sulla terra. Egli piuttosto ha portato il modo… di portarla. Ha dato un senso e una speranza alla croce; ha rivelato dove essa conduce se portata con lui: alla risurrezione e alla gioia.

Ma come far comprendere la parola croce a una società, come la nostra, che alla croce oppone, a tutti i livelli, il piacere; che crede di aver finalmente riscattato il piacere, di averlo sottratto all’ingiusto sospetto e alla condanna che gravavano su di esso; che eleva inni al piacere, come in passato si elevavano inni alla croce? Una cultura che, dal piacere (edonè in greco), ha ricevuto addirittura l’appellativo di edonistica e della quale purtroppo, chi più chi meno, tutti facciamo parte, almeno di fatto, anche se a parole la condanniamo?
Molte incomprensioni tra la Chiesa e la cosiddetta cultura laica odierna si radicano qui. Noi possiamo almeno tentare di individuare dove risiede il vero nodo del problema e scoprire che forse c’è un punto da cui partire per un sereno dialogo, tra fede e cultura, su questo tema. Il punto comune è la constatazione che in questa vita piacere e dolore si seguono l’un l’altro con la stessa regolarità con cui al sollevarsi di un’onda nel mare segue una depressione e un vuoto che risucchia indietro il naufrago che tenta di raggiungere la riva. Piacere e dolore sono contenuti l’uno nell’altro, inestricabilmente.

L’uomo cerca disperatamente di staccare questi due fratelli siamesi, di isolare il piacere dal dolore. A volte si illude di esserci riuscito e nell’ebbrezza del godimento dimentica tutto e celebra la sua vittoria. Ma per poco tempo. Il dolore è lì, come una bevanda inebriante che, con il passare del tempo, si trasforma in veleno. Non un dolore diverso, indipendente, o dipendente da altra causa, ma proprio quel dolore che deriva dal piacere.

È lo stesso piacere disordinato che si ritorce contro di noi e si trasforma in sofferenza. E questo, o improvvisamente e tragicamente, o un po’ alla volta, in quanto non dura a lungo e genera sazietà e noia. È una lezione che ci viene dalla cronaca quotidiana, se la sappiamo leggere, e che l’uomo ha rappresentato in mille modi nella sua arte e nella sua letteratura. “Un non so che d’amaro sorge dall’intimo stesso di ogni piacere e ci angoscia anche in mezzo alle delizie” , ha scritto il poeta pagano Lucrezio.
Il piacere fine a se stesso è ingannevole perché promette quello che non può dare. Prima di essere gustato, sembra offrirti l’infinito e l’eternità; ma, una volta passato, ti ritrovi con niente in mano. Come un fiore bellissimo da vedere sulla pianta, che appena colto appassisce.

La Chiesa dice di avere una risposta da dare a questo che è il vero dramma dell’esistenza umana. La spiegazione è questa. C’è stata, fin dall’inizio, una scelta dell’uomo, resa possibile dalla sua libertà, che lo ha portato a orientare esclusivamente verso le cose visibili la capacità di gioia, di cui era stato dotato perché aspirasse a godere del Bene infinito che è Dio.
Al piacere, scelto contro la legge di Dio e simboleggiato da Adamo ed Eva che gustano del frutto proibito, Dio ha permesso che seguissero il dolore e la morte, più come rimedio che come punizione. Perché non avvenisse, cioè, che, seguendo a briglie sciolte il suo egoismo e il suo istinto, l’uomo si distruggesse del tutto e distruggesse ognuno il suo prossimo. (Oggi, con la droga e le conseguenze di certi disordini sessuali, vediamo più chiaramente che in passato come sia possibile distruggere la propria vita per il piacere di un istante!). Così al piacere vediamo ormai aderire, come la sua ombra, la sofferenza.

[ads2]Cristo ha finalmente spezzato questa catena. Egli, “in cambio della gioia che gli era posta innanzi, si sottopose alla croce” (Ebrei 12, 2). Fece, insomma, il contrario di ciò che fece Adamo e che fa ogni uomo. Risorgendo da morte, egli ha inaugurato un nuovo genere di piacere: quello che non precede il dolore, come sua causa, ma lo segue come suo frutto; quello che trova nella croce la sua sorgente e la speranza di non finire neppure con la morte.
E non solo il piacere puramente spirituale, ma ogni piacere onesto, anche quello che l’uomo e la donna sperimentano nel dono reciproco, nel generare la vita e nel vedere crescere i propri figli o i propri nipoti, il piacere dell’arte e della creatività, della bellezza, dell’amicizia, del lavoro felicemente portato a termine. Ogni gioia.
Tra il piacere che segue il sacrificio e il compimento del dovere e quello che lo precede o lo scansa, c’è la stessa differenza che tra una bella vacanza goduta dopo la fatica e dopo averne in anticipo pagato il prezzo e una vacanza vissuta prima di essersela meritata, con la sensazione che il conto è ancora tutto da pagare.

Che fare dunque? Non si tratta normalmente di andare in cerca della sofferenza, ma di accogliere con animo nuovo quella che c’è già nella nostra vita. Noi possiamo comportarci con la croce come la vela con il vento. Se essa lo accoglie per il verso giusto, il vento la gonfia e fa avanzare leggera la barca sulle onde; se invece la vela si pone di traverso, contro vento, il vento spezza l’albero e rovescia tutto in mare. Presa bene, la croce ci porta; presa male, ci schiaccia.
Non dobbiamo sciupare la nostra sofferenza. La sofferenza è sciupata se ne parliamo a destra e a sinistra, senza necessità o utilità alcuna, lamentandoci perennemente dei nostri mali con la prima persona che ci capita a tiro. Questo non è portare la croce, ma metterla sulle spalle degli altri. Dovremmo piuttosto custodire gelosamente qualche piccola pena, come un segreto tra noi e Dio, perché essa non perda per lui il suo profumo.

Saper soffrire qualcosa in silenzio è una delle cose che più contribuiscono a mantenere la pace e l’armonia in una famiglia, in una coppia, o in una comunità religiosa. Diceva un antico padre del deserto: “Per quanto grandi siano le tue pene, la tua vittoria su di esse sta nel silenzio”.
Ma dobbiamo tirare anche una seconda conclusione da quello che abbiamo detto. Ed è questa: come cristiani non dobbiamo aver nessuna paura del piacere, quando esso è accompagnato dal compimento del proprio dovere. Ci sono persone che hanno paura del piacere. Sembra loro di far peccato ad abbandonarsi ad esso con gioia. Questo è frutto, in certi casi, di una educazione religiosa distorta, a cui talvolta anche noi sacerdoti, in passato, abbiamo contribuito con la nostra morale e la nostra predicazione.
Nella Scrittura leggiamo queste parole che non sono state mai revocate, anche se scritte nell’Antico Testamento:

“Va’, mangia con gioia il tuo pane,
bevi il tuo vino con cuore lieto,
godi la vita con la sposa che ami” (Qoelet 9,7-9).

Anche il piacere è da Dio e Dio non è geloso di quello che lui stesso ha creato, “se lo si prende con rendimento di grazie” (1 Timoteo 4,4). Impariamo dunque ad accogliere anche le gioie che ci sono nella nostra vita e a ringraziare Dio per esse, senza stare a lamentarci tutto il tempo per le croci. Spesso saper gioire e godere delle cose buone è il miglior modo di dar soddisfazione e gioia agli altri: al marito o alla moglie, ai figli, a chi ci vive accanto.

padre Raniero Cantalamessa

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