Commento al Vangelo del 2 Febbraio 2020 – p. Fernando Armellini

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Padre Fernando Armellini, biblista Dehoniano, commenta il Vangelo di domenica 2 febbraio 2020.
Se sei interessato a tutti i sui commenti al Vangelo, puoi leggerli qui.

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Sono passati quaranta giorni dal Natale e – forse con un po’ di nostalgia – ricordiamo le emozioni suscitate in noi da quella festa e, ancor più, il lieto messaggio che ci ha portato il Bambino, astro venuto dal Cielo per rischiarare le nostre notti, “Sole che sorge, per illuminare quelli che stanno nelle tenebre e nell’ombra della morte” (Lc 1,78-79).

Come mai oggi la chiesa ci fa contemplare di nuovo quel Bambino?

La festa della Presentazione del Signore ha origini molto antiche. In Oriente era celebrata già nel IV secolo con il nome di Festa dell’incontro: rievocava l’incontro di Gesù nel tempio con il Padre suo e con Simeone e Anna – rappresentanti del resto d’Israele rimasto fedele a Dio di Abramo.

Quando, nel VII secolo, fu introdotta a Roma, ricevette il titolo di Festa della purificazione di Maria e, siccome era caratterizzata da una processione notturna con le candele, fu detta anche Candelora.

Il rito della luce la collegava con il Natale – festa di Cristo luce.

A Betlemme la gloria del Signore ha avvolto di luce i pastori; nei lontani paesi d’Oriente la stella è brillata per i magi; nel tempio di Gerusalemme è apparsa la “Luce per illuminare le genti”.

Sono passati quaranta giorni dal Natale e può darsi che la Stella di Betlemme che “abbiamo visto nel suo sorgere” si sia un po’ offuscata, che non ci affascini più come allora o non sia più l’unica ad attirare la nostra attenzione. Forse ci siamo già lasciati ammaliare da altre stelle più appariscenti e concrete, da altre star che rispecchiano meglio i nostri sogni e le nostre attese

Ecco perché la chiesa ci fa incontrare di nuovo quel Bambino: ci invita ad accoglierlo fra le braccia, come hanno fatto Simeone ed Anna, i poveri d’Israele, le persone attente alla voce dello Spirito.

Per interiorizzare il messaggio, oggi ripeteremo:
Sono effimere le luci di questo mondo. È Gesù la “luce delle genti”.

Prima lettura (Ml 3,1-4)

1 Ecco, io manderò un mio messaggero a preparare la via davanti a me e subito entrerà nel suo tempio il Signore, che voi cercate; l’angelo dell’alleanza, che voi sospirate, ecco viene, dice il Signore degli eserciti.
2 Chi sopporterà il giorno della sua venuta? Chi resisterà al suo apparire? Egli è come il fuoco del fonditore e come la lisciva dei lavandai. 3 Siederà per fondere e purificare; purificherà i figli di Levi, li affinerà come oro e argento, perché possano offrire al Signore un’oblazione secondo giustizia.
4 Allora l’offerta di Giuda e di Gerusalemme sarà gradita al Signore come nei giorni antichi, come negli anni lontani.

Un uomo pio, già avanti negli anni, dopo aver fatto un bilancio della sua vita, conclude: “Sono stato fanciullo e ora sono vecchio, non ho mai visto il giusto abbandonato né i suoi figli mendicare il pane” (Sl 37,25). Questa sua affermazione può essere ritenuta la sintesi della teologia tradizionale d’Israele: il Signore invia sventure ai malvagi e riserva le sue benedizioni ai giusti.

Eppure, tutti possono verificare che questa fede ingenua è messa a dura prova dalla vita. Non solo gli empi hanno fortuna – e già questo è oltremodo imbarazzante – ma addirittura i giusti sono colpiti da continue sventure – e questo è decisamente scandaloso. Sorge allora l’interrogativo inquietante: Dio da che parte sta?

È questa la domanda che, in un tempo di grave decadenza religiosa e morale – siamo verso il 450 a.C. – il popolo rivolge a Malachia.

Gli oracoli di questo profeta riflettono la situazione drammatica della società in cui vive: gli uomini agiati introducono nella loro casa avvenenti donne straniere e ripudiano la sposa della loro giovinezza, costringendola a coprire “di lacrime, di pianti e di sospiri l’altare del Signore” (Ml 2,13); i sacerdoti sono corrotti e tanto indegni che Dio muta in maledizioni le benedizioni che pronunciano (Ml 2,2); i poveri sono soggetti a continui soprusi e malversazioni; i ricchi, altezzosi e insolenti, prosperano… e il Signore non interviene.

Scoraggiata e delusa, la gente semplice conclude: “È inutile servire Dio: che vantaggio abbiamo ricevuto dall’aver osservato i suoi comandamenti? Dobbiamo invece proclamare beati i prepotenti che, pur facendo il male, hanno una numerosa posterità e, pur provocando Dio, restano impuniti” (Ml 3,14-15). I più scettici esclamano: “Dov’è il Dio della giustizia?” (Ml 2,17).

L’oracolo ripreso dalla nostra lettura contiene la risposta di Dio a questa obiezione avanzata dal popolo.

 “Ecco – promette il Signore, per bocca del profeta – io manderò un mio messaggero a preparare la via davanti a me”. Dopo questo messaggero comparirà un secondo, misterioso personaggio chiamato “il Signore”, “l’Angelo dell’alleanza”, “il Signore dell’universo” (v. 1). Costui “entrerà nel tempio del Signore” e, come il fuoco, come la lisciva, purificherà i figli di Levi (v. 3), ministri del culto nel tempio di Gerusalemme.

C’era un urgente bisogno di questo intervento perché i leviti si comportavano da funzionari del sacro. Freddi esecutori di riti senza valore, si disinteressavano della sincera adesione del cuore al Signore.

L’oracolo di Malachia si è compiuto con la venuta di Gesù. Egli è entrato nel tempio che avrebbe dovuto essere la “casa di preghiera per tutte le genti” e che i sacerdoti avevano ridotto a “una spelonca di ladri” (Mc 11,17). Lo ha purificato, ha introdotto la religione gradita a Dio, quella del cuore, quella dell’amore all’uomo (Gv 4,21-24).

Ogni pratica religiosa – anche quella dei cristiani di oggi – ha sempre bisogno di essere purificata col fuoco e con la lisciva del Signore. Il pane eucaristico, spezzato e condiviso nelle nostre comunità, non sempre è segno di una vita posta a disposizione del fratello. Si riduce a volte a rito staccato dalla vita: non incide sulle scelte, non intacca gli egoismi, non brucia le infedeltà.

I profeti dell’Antico Testamento, quando annunciavano la venuta del Signore, parlavano di giorno terribile, difficile da sopportare, di fuoco che raffina i metalli preziosi, ma la cui vampa scotta e “abbronza la pelle del fabbro” (Sir 38,28); parlavano di lisciva che rende bianchi gli abiti macchiati, ma che intacca anche i tessuti più resistenti.

“Angelo dell’alleanza”, “Signore dell’universo”, Gesù vuole sempre operare una purificazione della religione con il suo “fuoco”, con la sua “lisciva” – la sua parola, il suo Spirito – ma forse, anche oggi, la comunità cristiana è restia ad accogliere la sua venuta.

La festa di oggi è un invito a spalancare le porte del nostro tempio al Signore che viene per purificare, per disporci a offrire a Dio “un’oblazione secondo giustizia” (v. 3).

Seconda lettura (Ebr 2,14-18)

14 Poiché dunque i figli hanno in comune il sangue e la carne, anch’egli ne è divenuto partecipe, per ridurre all’impotenza mediante la morte colui che della morte ha il potere, cioè il diavolo, 15 e liberare così quelli che per timore della morte erano soggetti a schiavitù per tutta la vita.
16 Egli infatti non si prende cura degli angeli, ma della stirpe di Abramo si prende cura.
17 Perciò doveva rendersi in tutto simile ai fratelli, per diventare un sommo sacerdote misericordioso e fedele nelle cose che riguardano Dio, allo scopo di espiare i peccati del popolo. 18 Infatti proprio per essere stato messo alla prova ed avere sofferto personalmente, è in grado di venire in aiuto a quelli che subiscono la prova.

Le persone cui riveliamo segreti, chiediamo consigli, manifestiamo i nostri crucci, sono sempre scelte con cura. Preferiamo confidarci con chi ha dovuto affrontare e risolvere gli stessi problemi, ci fidiamo di chi ha attraversato e superato momenti difficili simili ai nostri.

Sono da tempo in funzione robot computerizzati in grado di eseguire la visita meticolosa di un malato, fare immediatamente le analisi necessarie, diagnosticare i malanni da cui è afflitto e prescrivere la cura.

Come mai allora la gente – assicurano le statistiche – continua a preferire il medico in carne e ossa?

La risposta è semplice: perché il medico è uno di noi. È soggetto alle nostre stesse malattie, sperimenta i nostri turbamenti e apprensioni; se deve sottoporsi a un esame istologico, trema, come tutti, quando gli è consegnato il referto; è sensibile, comprende le nostre paure e non si accosta al nostro dolore con la freddezza del robot.

La lettura ci indica il Medico cui possiamo ricorrere in ogni momento e con piena fiducia. È un fratello che ha in comune con noi “il sangue e la carne”, cioè la debolezza e la fragilità che sono parte della nostra condizione umana (v. 14).

È Gesù che si è fatto in tutto simile a noi (v. 17). Ha vissuto i nostri drammi, si è posto gli stessi inquietanti interrogativi, è stato assillato da dubbi, ha superato le nostre stesse tentazioni. Anche per lui, come per noi, è stato difficile mantenersi fedele alla volontà del Padre.

Questa affermazione è commentata dall’autore della Lettera agli ebrei con una riflessione tanto semplice, quanto efficace: Cristo non è stato inviato a soccorrere angeli, ma a prendersi cura di noi, figli di Adamo (v. 16). Per questo si è immerso pienamente nella nostra realtà di uomini soggetti alla morte.

Ha affrontato la morte e ci ha mostrato che essa non segna l’ingresso nel buio di una tomba, ma l’uscita dalle tenebre che avvolgono di mistero questo mondo. È il momento dell’entrata nella luce, negli spazi infiniti della vita beata di Dio.

Così ci ha liberato dalla paura della morte (vv. 14-15), paura diabolica perché offusca le menti, impedisce di prendere coscienza della transitorietà dei beni di questo mondo e di donare generosamente la vita per amore.

La conclusione del brano (vv. 17-18) riprende il tema della fiducia che dobbiamo avere in Cristo. Egli è uno di noi, è stato messo alla prova, ha sperimentato i nostri stessi dolori; per questo è in grado di capire le nostre debolezze, di tenderci la mano e accompagnarci quando siamo in difficoltà.

Vangelo (Lc 2,22-40)

22 Quando venne il tempo della loro purificazione secondo la Legge di Mosè, portarono il bambino a Gerusalemme per offrirlo al Signore, 23 come è scritto nella Legge del Signore: ogni maschio primogenito sarà sacro al Signore; 24 e per offrire in sacrificio una coppia di tortore o di giovani colombi, come prescrive la Legge del Signore.
25 Ora a Gerusalemme c’era un uomo di nome Simeone, uomo giusto e timorato di Dio, che aspettava il conforto d’Israele; 26 lo Spirito Santo che era sopra di lui, gli aveva preannunziato che non avrebbe visto la morte senza prima aver veduto il Messia del Signore. 27 Mosso dunque dallo Spirito, si recò al tempio; e mentre i genitori vi portavano il bambino Gesù per adempiere la Legge, 28 lo prese tra le braccia e benedisse Dio:
29 “Ora lascia, o Signore, che il tuo servo
vada in pace secondo la tua parola;
30 perché i miei occhi han visto la tua salvezza,
31 preparata da te davanti a tutti i popoli,
32 luce per illuminare le genti
e gloria del tuo popolo Israele”.
33 Il padre e la madre di Gesù si stupivano delle cose che si dicevano di lui. 34 Simeone li benedisse e parlò a Maria, sua madre: “Egli è qui per la rovina e la risurrezione di molti in Israele, segno di contraddizione 35 perché siano svelati i pensieri di molti cuori. E anche a te una spada trafiggerà l’anima”.
36 C’era anche una profetessa, Anna, figlia di Fanuèle, della tribù di Aser. Era molto avanzata in età, aveva vissuto col marito sette anni dal tempo in cui era ragazza, 37 era poi rimasta vedova e ora aveva ottantaquattro anni. Non si allontanava mai dal tempio, servendo Dio notte e giorno con digiuni e preghiere. 38 Sopraggiunta in quel momento, si mise anche lei a lodare Dio e parlava del bambino a quanti aspettavano la redenzione di Gerusalemme.
39 Quando ebbero tutto compiuto secondo la legge del Signore, fecero ritorno in Galilea, alla loro città di Nazaret. 40 Il bambino cresceva e si fortificava, pieno di sapienza, e la grazia di Dio era sopra di lui.

Israele ha gelosamente custodito e meditato la profezia di Malachia che abbiamo trovato nella prima lettura. Per secoli ne ha invocato l’adempimento e ha coltivato la certezza che un giorno Dio avrebbe dato una manifestazione della sua forza contro chi non osservava la sua legge.

Nel vangelo di oggi, Luca racconta la sorprendente risposta del Signore a questa attesa.

Ci si aspettava un suo ingresso trionfale nel santuario, fra schiere di angeli, giudice severo pronto a condannare. Eccolo invece entrare nel tempio nel modo più inatteso: è un neonato debole e indifeso, avvolto in fasce, sorretto dalle braccia di una ragazza poco più che adolescente, accompagnata dal giovane marito.

Difficile riconoscere in quel bambino, in tutto uguale agli altri, “il fuoco e la lisciva” inviati dal Cielo per purificare Israele. Solo persone spiritualmente molto sensibili potevano scorgere in lui la “luce che illumina tutte le genti”.

Nella prima parte del brano (vv. 22-24) è narrato l’episodio della presentazione di Gesù al tempio.

La legge giudaica prescriveva che tutti i primogeniti, sia di uomini che di animali, fossero consacrati al Signore (Es 13,1-16). Siccome i bambini non potevano essere sacrificati, erano riscattati con l’offerta di un animale puro che veniva immolato al loro posto. I genitori ricchi consegnavano ai sacerdoti un agnello, quelli poveri un paio di colombe o di tortore.

Maria e Giuseppe hanno adempiuto questa prescrizione della Toráh e Luca non perde l’occasione di rilevare che la famiglia di Nazaret apparteneva alla categoria dei poveri: non era in grado di offrire un agnello.

L’amore di Dio per gli ultimi, i peccatori, le persone impure è un tema caro all’evangelista. Con una sfumatura di linguaggio quasi impercettibile egli, fin dall’inizio del suo vangelo, colloca la famiglia di Gesù non solo fra i poveri, ma anche fra gli impuri.

Secondo la legge d’Israele (Lv 12) solo la puerpera doveva sottomettersi ai riti della purificazione. Luca parla invece della “loro purificazione” (v. 22), come se, solidale con l’umanità peccatrice, tutta la sacra famiglia si fosse recata al tempio in cerca della purità.

 Un secondo tema interessa all’evangelista: l’osservanza scrupolosa, da parte della sacra famiglia, delle prescrizioni della legge del Signore. Essa viene ribadita con un’insistenza quasi pedante: “Secondo la legge di Mosè” (v. 22); “come è scritto nella legge del Signore” (v. 23); “come prescrive la legge del Signore” (v. 24); “per adempiere la legge” (v. 27); “secondo la legge del Signore” (v. 39).

Alle sue comunità, Luca vuole indicare in Gesù il modello di adesione alla volontà del Padre fin dai primi momenti della sua vita. Questa sintonia con i disegni di Dio è possibile solo a coloro che, come i membri della sacra famiglia, hanno scelto come guida dei loro passi la parola della sacra Scrittura.

Maria e Giuseppe sanno che il figlio che portano fra le braccia non è loro: è stato affidato da Dio alle loro cure, ma rimane di Dio. Lo custodiranno con premura fino al giorno in cui darà inizio alla missione straordinaria cui è destinato, missione che a loro non è stata rivelata e che rimane completamente avvolta nel mistero.

Lo portano nel tempio e lo consacrano al Signore: riconoscono che è suo. Non lo tratterranno mai per sé, lo prepareranno per consegnarlo in dono – nel momento stabilito da Dio – al mondo.

Sono un modello per tutti i genitori ai quali Dio affida i suoi figli. Questi non sono creature su cui ripiegarsi con amore possessivo: sono doni del Cielo da donare al mondo. I genitori sono chiamati a consacrarli al Signore: a scoprire la missione cui il Padre celeste li ha destinati e a metterli nella condizione di portarla a compimento.

La seconda parte del brano (vv. 25-35) costituisce il centro del vangelo di oggi.

La scena si svolge nel tempio.

L’immensa spianata che Erode il grande ha appena finito di costruire brulica di pellegrini che si recano nel luogo santo per pregare, per ricevere istruzioni dai rabbini seduti sotto il portico di Salomone, per offrire olocausti. Sono persone religiose e devote, paiono dunque nella condizione di spirito ideale per poter riconoscere e accogliere l’atteso inviato del Signore.

Eppure, quando, confusi fra la folla, Giuseppe e Maria entrano nel luogo santo con in braccio il figlio, nessuno si rende conto dell’evento straordinario che è in atto, nessuno intuisce che quel neonato è la luce del mondo.

Solo Simeone, quando li scorge, è colto da un fremito improvviso, da un’incontenibile emozione. Si fa largo fra la gente, si dirige verso di loro e, quando raggiunge il bimbo, lo prende dalle braccia dei genitori, lo solleva al cielo commosso ed esclama: “Ora lascia, o Signore, che il tuo servo vada in pace secondo la tua parola; perché i miei occhi han visto la tua salvezza” (vv. 29-30).

Simeone, l’uomo pio che ha trascorso tanti giorni della sua vita nel tempio del Signore meditando le Scritture, come ha potuto riconoscere in quel neonato la “luce delle genti”? Cosa c’era in lui di diverso rispetto agli altri israeliti presenti nel tempio?

Non era un vecchio – come si è soliti dipingerlo – Luca lo caratterizza così: “era giusto e pio e aspettava la consolazione di Israele” (v. 25) e più avanti: era un uomo “mosso dallo Spirito” (v. 27).

Sono queste le disposizioni interiori che caratterizzano i contemplativi, coloro che sanno scorgere le realtà vere, quelle che si trovano al di là delle apparenze di questo mondo.

Non basta essere persone devote e religiose per vedere gli uomini e il mondo con gli occhi di Dio.

Simeone è un uomo esemplare. Durante tutta la sua vita si è scelto come confidente lo Spirito del Signore, ha mantenuto viva la certezza che Dio è fedele alle sue promesse ed è vissuto alla luce delle sacre Scritture. Per questo è sereno e felice. Il suo sguardo spazia oltre gli angusti orizzonti del tempo presente, contempla il suo destino lontano e chiede al Signore di accoglierlo nella sua pace.

Ci sono persone che man mano che avanzano negli anni si intristiscono, a volte divengono anche intrattabili. La loro insoddisfazione dipende spesso dalla malattia, dal declino delle forze, ma altre volte nasce dal non aver speso la vita per ideali elevati e dalla paura della morte. In un ultimo tentativo di rimanere aggrappati a questo mondo, si ripiegano ancor più su se stessi, si lamentano se non sono al centro delle attenzioni, se non tutti sono subito pronti a soddisfare le loro richieste.

Non così Simeone. Egli non pensa a se stesso ma agli altri, all’umanità intera, alla gioia che gli uomini proveranno quando il regno di Dio si instaurerà.

Non rimpiange il passato e, anche se si rende conto che il male che esiste nel mondo è enorme, non coltiva una visione pessimistica del presente e del futuro. Dialoga con Dio e guarda in avanti. Sa che, a breve termine, nulla cambierà, ma è contento lo stesso perché ha avuto la fortuna di contemplare l’aurora della salvezza; gioisce come il contadino che, al termine della giornata di semina, sogna già le grandi piogge e poi l’abbondante raccolto.

È il simbolo del resto fedele d’Israele che per tanti secoli ha atteso il Messia. Non si limita ad accogliere Gesù tra le braccia, lo prende per donarlo al mondo, per presentarlo a tutti come “la luce”. Ha capito che il Messia non appartiene soltanto al suo popolo, ma è stato inviato per por­tare la salvezza a tutte le genti, per essere luce di tutte le nazioni (vv. 30-32).

Simeone fa una seconda profezia, questa volta diretta a Maria: Gesù diverrà un segno di contraddizione (vv. 34-35).

L’immagine della spada che trafiggerà l’anima è stata a volte interpretata come l’annuncio del dolore di Maria ai piedi della croce. Non è così. La madre di Gesù è intesa qui come simbolo di tutto il popolo. Nella Bibbia Israele è immaginato come donna‑madre che donerà al mondo il Salvatore.

Chi, meglio di Maria, poteva raffigurare questa madre‑Israele?

È a Israele che Simeone – intuendo il dramma che lo attende – si rivolge. Annuncia la comparsa al suo interno di una profonda, inevitabile lacerazione. Di fronte al Messia inviato dal Cielo, qualche israelita aprirà la mente e il cuore alla salvezza, molti altri invece si chiuderanno nel rifiuto e decreteranno così la loro rovina.

Nella terza parte (vv. 36-38) Luca introduce Anna, l’anziana profetessa che, nel bambino considerato da tutti un comune neonato, sa riconoscere il Signore.

Chi le ha dato questa sensibilità spirituale? Da che cosa le è derivato uno sguardo così penetrante?

Anna – spiega l’evangelista – era una donna intimamente unita al Signore. Per tutta la vita non aveva pensato che a lui: “Non si allontanava mai dal tempio, servendo Dio notte e giorno con digiuni e preghiere” (v. 37).

Aveva ottantaquattro anni e questo numero – che equivale a 7×12 – ha un significato simbolico: 7 indica la perfezione, 12 il popolo d’Israele. Anna rappresenta il popolo santo che, giunto alla piena maturità, consegna al mondo l’atteso Salvatore.

Apparteneva alla tribù di Aser, la più piccola e insignificante delle tribù d’Israele.

Luca rileva questo dettaglio decisamente marginale perché è l’evangelista dei poveri, degli ultimi e vuole che i cristiani delle sue comunità si convincano che sono costoro i meglio disposti a riconoscere in Gesù il salvatore.

Anna era rimasta fedele al marito al punto di non risposarsi più.

La sua scelta ha per l’evangelista un significato teologico.

Come Simeone, Anna rappresenta l’Israele fedele.

Nella sua vita la sposa‑Israele ha avuto un solo amore, poi è vissuta nel lutto della vedovanza fino al giorno in cui, in Gesù, ha riconosciuto il suo sposo, il Signore. Allora ha di nuovo gioito, come la sposa che ritrova il suo unico amore.

Anna non si allontanava dal tempio, perché era la casa del “suo sposo”.

Non hanno bisogno di altri dèi, non ricercano amanti coloro che vivono nell’intimità con il Signore e, come Anna e come tutti gli innamorati, non parlano che della persona amata.

Il brano si conclude (vv. 39-40) con il ritorno della sacra famiglia a Nazaret e con l’annotazione riguardante la crescita di Gesù. In nulla egli si differenziava dai bambini del suo villaggio se non per il fatto che “era pieno di sapienza e la grazia di Dio era sopra di lui”.

Fonte – Settimana News