Commento al Vangelo del 19 Maggio 2019 – Figlie della Chiesa

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Per capire il brano odierno bisogna innanzitutto ricordare il contesto in cui ci troviamo: Gesù ha lavato i piedi ai suoi discepoli e con questo gesto ha annunciato la sua passione e l’ha interpretata; ha spiegato ai suoi discepoli che quello che stava per succedere, cioè il cammino del calvario e della croce, era una sua scelta di servizio. Con quel gesto Gesù sceglieva di farsi servo dei suoi servi, dei suoi discepoli.

Poi, dopo la lavanda dei piedi, Gesù siede a tavola e annuncia il tradimento di Giuda, il quale esce dal cenacolo e il Vangelo di Giovanni dice: “Ed era notte” (Gv 13,30). Uscito Giuda dal cenacolo, Gesù incomincia a ricordare e a proclamare “la glorificazione di Dio: ora Dio è glorificato, e anche lui, il Figlio, è glorificato” (Gv 13,31); il momento che sta per accadere è la rivelazione del mistero di Dio e della missione di Gesù.

v.31: Dopo l’uscita di Giuda dal Cenacolo. Gesù dice: “Ora è il momento della gloria”, “Ora il Figlio dell’uomo è stato glorificato”: perché questo passato? Deve ancora accadere tutto. In realtà tutto è già accaduto nella decisione del cuore di Gesù.

È lo stesso rapporto che c’è tra l’ultima cena e la passione. Ciò che accadrà è solo la manifestazione esterna dell’atto supremo di obbedienza che Gesù ha già celebrato. Gesù è la suprema obbedienza, anche di fronte all’abbandono, di fronte alla morte.

Dio è stato glorificato nel Figlio e Dio glorificherà il Figlio subito: ma quello che succede è la morte. In Giovanni, però, c’è coincidenza tra morte e risurrezione.

Poi si inaugura un tempo intermedio (la parte di versetto 31 mancante: “voi mi cercherete, ma come ho già detto ai Giudei, lo dico ora anche a voi: dove vado io, voi non potete venire”.

Tutto è già fatto, ma i discepoli si trovano in una situazione intermedia, una situazione di separazione, che avverrà presto e che sarà irrinunciabile e da accettare. In questa situazione intermedia, provvisoria, ma che non si sa quanto durerà, viene dato il comandamento nuovo.

Il distacco non significherà per i discepoli il vuoto o l’abbandono o la solitudine. Gesù dà loro qualcosa che li aiuti a vivere anche nella lontananza apparente del Signore e quello che dà loro è un comandamento.

È strano che, perdendo la presenza di Gesù, i discepoli debbano vivere con questo comandamento, come se il comandamento dell’amore del prossimo sostituisse la presenza del Signore.

v.32: Se guardiamo la Pasqua del Signore con gli occhi della fede possiamo vedere la glorificazione di Dio, perché c’è finalmente un uomo che prende così sul serio la volontà di Dio da mettere in gioco la propria vita. E se c’era stato un uomo, Adamo, il quale per diventare come Dio aveva scelto la strada della disobbedienza e dell’affermazione di sé, finalmente c’è un uomo che sceglie invece la strada dell’obbedienza, dell’abbandono e della fiducia, che con il suo gesto, con il suo atteggiamento, vuole dire: Gesù proclama che Dio è credibile e può essere amato, e che in Dio si può avere fiducia.

È un Dio fedele e ricco di amore, tanto è fedele e ricco di amore che davanti a un Dio così si può mettere in gioco la vita, sicuri che questa vita non viene perduta, non viene buttata via, ma viene consegnata nelle sue mani paterne.

Allora un atteggiamento così, di obbedienza e di fiducia, rende gloria a Dio, manifesta la bellezza e la fidabilità di Dio.

Ma, dice san Giovanni, avviene anche l’atteggiamento reciproco. Cioè che Dio, il Padre, glorifica Gesù, lo glorifica nel mistero della Pasqua. Nel momento in cui Gesù percorre il suo cammino verso la croce, il Padre gli fa percorre il cammino verso la gloria, la risurrezione, la partecipazione alla vita divina, alla vita del Padre. Dunque, il Padre fa entrare Gesù nel mistero della sua stessa vita, e in questo modo lo glorifica.

v.34: In parte il comandamento dell’amore era conosciuto anche prima: era nel Libro del Levitico. Eppure, è un comandamento nuovo. Quel “nuovo” non significa solo che è recente, che è stato dato da poco tempo, ma vuole dire che è il comandamento escatologico. Escatologico significa: della fine dei tempi (Sir 48, 25).

La nostra vita si svolge nel tempo e il tempo è così fatto che ogni cosa, prima o poi, diventa vecchia, man mano che il tempo passa le cose inevitabilmente invecchiano. Ma, in quel tempo che deve venire – nel “tempo della fine” (Dn 12,4), nel tempo della “Gerusalemme celeste” (Eb 12,22), nel tempo “dei cieli nuovi e della terra nuova” (Is 66,22) – lì non si invecchia perché la vita diventa una partecipazione della vita di Dio, il quale è “l’antico dei giorni” (Dt 32,7), non invecchia.

Ebbene, il comandamento di Gesù è nuovo perché appartiene a quel tempo, appartiene al tempo della fine; non appartiene alla storia, altrimenti diventerebbe vecchio con il tempo; ma appartiene ai cieli nuovi e alla terra nuova, e non invecchierà mai.

Siccome Dio non invecchia, l’amore non invecchia, e siccome Dio non passa, l’amore non passa, proprio perché è la “stoffa” di cui è fatto Dio, l’amore sta davanti all’uomo e al credente come qualche cosa che è sempre da praticare. La misura dell’amore è il tutto, non ci sono misure, non è valutabile, quindi non si arriva mai in fondo alla realizzazione dell’amore, se non quando tutta la vita è donata.

Dunque, per questo il comandamento dell’amore non sta mai alle nostre spalle come qualche cosa che ormai abbiamo compiuto e superato, ma sta sempre davanti a noi come un impegno, una speranza da vivere.

Il “come” può essere considerato comparativo: “a somiglianza di…” e allora Gesù è il nostro modello e noi lo dobbiamo riprodurre.

Se vogliamo imparare questo amore dobbiamo stare con gli occhi e con il cuore davanti a Gesù per guardarlo, amarlo, interiorizzarlo, perché la sua storia diventi la nostra storia. Ma c’è anche un significato causale, fondativo: “in base al fatto che” io vi ho amato. L’amore mio a voi non è solo modello, ma è causa, è fondamento del vostro amore.

Il fatto che Gesù abbia amato i discepoli fino al dono della vita è fondativo, perché cambia la condizione del mondo. In questo mondo nuovo questo è il comandamento che è reso possibile. Questo amore reciproco dei discepoli, fondato sull’amore di Gesù per loro, diventa rivelazione di Gesù.

C’è un amore istintivo che nasce spontaneo nel cuore dell’uomo. È l’amore che nasce dal bisogno: siccome l’uomo è bisognoso desidera quello che risponda o colmi il suo bisogno, che lo soddisfi. Quello che l’uomo desidera lo ama: ama quello di cui ha bisogno Ma quest’amore è l’amore che cerca il proprio arricchimento, il compimento delle proprie debolezze o povertà: è quell’amore che si esprime nell’attaccamento alle cose e alle persone.

C’è invece un altro tipo di amore che viene dalla rivelazione biblica, quell’amore di cui Giovanni scrive nella sua prima Lettera: “Dio è amore” (1Gv 4,8). Ma se Dio non ha bisogno di nulla e quindi non può desiderare nulla per sé come compimento delle proprie povertà, in che senso si può dire che ama?

È l’amore che gode nel donare, che cerca non la sua gioia ma la gioia dell’altro, non il compimento della sua vita ma la pienezza della vita dell’altro.

Questo è l’amore che Gesù ha fatto entrare nel mondo.

È un amore che nasce solo dal cuore di Dio ed è amore gratuito. Dove c’è questo amore, c’è qualcosa che viene da Dio, dall’amore eterno del Padre.

v.35: Il riferimento è all’Eucaristia, perché contiene tutto l’amore con cui il Signore ci ha amato – “come io vi ho amato” – e l’Eucaristia è questo: perché l’Eucaristia è “la vita di Cristo che diventa un pane spezzato”. Così “amatevi anche voi gli uni e gli altri”: questo è lo scopo dell’Eucaristia. Dall’Eucaristia dobbiamo uscire con una forza, un desiderio e un impegno di amore fraterno nuovi e rinnovati.

Così diventa possibile anche per noi seguire il Signore. Questa via dell’amore è troppo alta per l’uomo, per le capacità deboli e povere dell’uomo e non corrisponde al nostro egoismo istintivo, quindi è una via che non ci appartiene. Ma dopo che il Signore ha percorso questa via, e dopo averla percorsa per noi, allora diventa possibile anche a noi, anzi diventa il comandamento che il Signore ci dona.

Quando il Signore ci dà il comando di “amarci gli uni e gli altri”, non ci sta mettendo addosso un peso difficile da portare, ci sta donando una capacità nuova di vita. L’amore fraterno è comando perché innanzitutto è dono, il Signore ce lo chiede perché innanzitutto ce lo sta donando, e ce lo dona con il dono della sua vita; è la vita donata del Signore che mette dentro di noi il desiderio, il sogno, l’anelito all’amore fraterno, e ci mette in movimento in questo itinerario di crescita e di comunione fraterna.

Appendice

Ai discepoli, i quali intendono seguire Gesù… secondo quanto fa vedere quel passo: Chi non prende la sua e non viene dietro di me, non può essere mio discepolo (Mt 10,38), il Signore dice: Dove vado io voi non potete venire, per adesso.

Infatti, anche se intendevano seguire il Verbo e confessarlo senza prender scandalo di lui, non erano ancora in grado di farlo: allora infatti non c’era ancora lo Spirito, perché Gesù non era stato ancora glorificato (Gv 7,39), e nessuno può dire: Gesù Signore, se non in virtù dello Spirito Santo (1Cor 12,3).

Ora, il Verbo se ne va per il suo cammino, e gli sta appresso che si mette al seguito del Verbo; invece non gli sta appresso chi non è disposto a camminare vigorosamente sulle sue orme; il Verbo infatti conduce al padre suo quelli che fanno di tutto per potersi mettere al seguito e stargli appresso, fino a poter dire a Cristo: l’anima mia si è avvinta dietro a te (Sal 62,9). (Origene, Commento a Gv 32,398-400)

Il comandamento nuovo.

Questo comandamento ci rinnova, ci fa diventare uomini nuovi, eredi del Testamento Nuovo, cantori d’un cantico nuovo.

[Uomini nuovi in virtù del comandamento nuovo.]

  1. Il Signore Gesù afferma di voler dare ai suoi discepoli un comandamento nuovo, quello di amarsi a vicenda: Vi do un comandamento nuovo: Che vi amiate a vicenda(Gv 13, 34). Ma questo comandamento non era già contenuto nell’antica legge di Dio, che dice: Amerai il prossimo tuo come te stesso (Lv 19, 18)? Perché allora il Signore chiama nuovo un comandamento che risulta così antico? O lo chiama nuovo perché, spogliandoci dell’uomo vecchio, esso ci riveste del nuovo? Non un amore qualsiasi, infatti, rinnova l’uomo, ma l’amore che il Signore distingue da quello puramente umano aggiungendo: come io ho amato voi (Gv 13, 34); e questo comandamento nuovo rinnova solo chi lo accoglie e ad esso obbedisce. Si amano vicendevolmente il marito e la moglie, i genitori e i figli, e quanti sono uniti tra loro da vincoli umani. E non parlo qui dell’amore colpevole e riprovevole che hanno, l’un per l’altro, gli adulteri e le adultere, gli amanti e le prostitute, e tutti quelli che, non le istituzioni umane, ma le nefaste deviazioni della vita congiungono. Cristo dunque ci ha dato un comandamento nuovo: di amarci gli uni gli altri, come egli ci ha amati. E’ questo amore che ci rinnova, rendendoci uomini nuovi, eredi del Testamento Nuovo, cantori del cantico nuovo. Questo amore, fratelli carissimi, ha rinnovato anche i giusti dei tempi antichi, i patriarchi e i profeti, come poi i beati Apostoli. E’ questo amore che anche adesso rinnova le genti e raccoglie tutto il genere umano, sparso ovunque sulla terra, per farne un sol popolo nuovo, il corpo della novella sposa dell’unigenito Figlio di Dio, della quale il Cantico dei Cantici dice: Chi è costei che avanza tutta bianca? (Ct 8, 5 sec. LXX). Sì, bianca perché rinnovata; e rinnovata da che cosa, se non dal comandamento nuovo? Ecco perché le sue membra sono sollecite l’uno dell’altro; e se soffre un membro, soffrono insieme le altre membra, se è onorato un membro, si rallegrano le altre membra (cf. 1 Cor 12, 25-26). Esse infatti ascoltano e mettono in pratica l’insegnamento del Signore: Vi do un comandamento nuovo: Che vi amiate a vicenda; e non come si amano i corruttori, né come si amano gli uomini in quanto uomini, ma in quanto dèi e figli tutti dell’Altissimo per essere fratelli dell’unico Figlio suo, amandosi a vicenda di quell’amore con cui li ha amati egli stesso, che li vuol condurre a quel fine che li appagherà e dove ci sono i beni che potranno saziare tutti i loro desideri (cf. Sal 102, 5). Allora, ogni desiderio sarà soddisfatto, quando Dio sarà tutto in tutti (cf. 1 Cor 15, 28). Un tal fine non avrà fine. Nessuno muore là dove nessuno può giungere se non è morto a questo mondo, e non della morte comune a tutti, per cui il corpo è abbandonato dall’anima, ma della morte degli eletti, per cui, mentre ancora siamo nella carne mortale, il cuore viene elevato su in alto. A proposito di questa morte l’Apostolo disse: Voi siete morti, e la vostra vita è nascosta con Cristo in Dio (Col 3, 3). Forse in questo senso è stato detto: L’amore è potente come la morte (Ct 8, 6). E’ in forza di questo amore, infatti, che, ancora vivendo insieme col corpo corruttibile noi moriamo a questo mondo, e la nostra vita si nasconde con Cristo in Dio; anzi l’amore stesso è per noi morte al mondo e vita con Dio. Se infatti parliamo di morte quando l’anima esce dal corpo, perché non si potrebbe parlare di morte quando il nostro amore esce dal mondo? L’amore è dunque potente come la morte. Che cosa è più potente di questo amore che vince il mondo?

[Amare Dio nel prossimo.]

  1. Non crediate, fratelli, che il Signore dicendo: Vi do un comandamento nuovo: Che vi amiate a vicenda, abbia dimenticato quel comandamento più grande, che è amare il Signore Dio nostro con tutto il cuore, con tutta l’anima, con tutta la mente. Potrebbe infatti sembrare che abbia detto di amarsi a vicenda quasi non calcolando quel comandamento: come se, invece, l’ordine che dava non rientrasse nella seconda parte di questo precetto dove è detto: Amerai il prossimo tuo come te stesso. E’ infatti su questi due comandamenti che poggiano la legge e i profeti(Mt 22, 37 40). Ma per chi li intende bene, ciascuno dei due comandamenti si ritrova nell’altro; perché chi ama Dio, non può non tener conto del suo precetto di amare il prossimo; e chi ama il prossimo di un amore sincero e santo, chi ama in lui se non Dio? Questo amore, che si distingue da ogni espressione di amore mondano, il Signore lo caratterizza aggiungendo: come io ho amato voi. Che cosa, infatti, se non Dio, egli ha amato in noi? Non perché già lo possedessimo, ma perché lo potessimo possedere; per condurci, come dicevo prima, là dove Dio sarà tutto in tutti. E’ in questo senso che giustamente si dice che il medico ama gli ammalati: cosa ama in essi, se non la salute che vuol ridonare, e non la malattia che vuole scacciare? Amiamoci dunque gli uni gli altri in maniera tale da stimolarci a vicenda, mediante le attuazioni dell’amore, a possedere Dio in noi per quanto ci è possibile. Questo amore ce lo dà colui stesso che ha detto: Come io ho amato voi, così voi amatevi a vicenda (Gv 13, 34). Per questo dunque ci ha amati, perché anche noi ci amiamo a vicenda. Con l’amarci egli ci ha dato l’aiuto affinché col mutuo amore ci stringiamo fra noi e, legate le membra da un vincolo così soave, siamo corpo di tanto Capo.
  2. Da questo conosceranno tutti che siete miei discepoli, se avrete amore gli uni per gli altri(Gv 13, 35). Come a dire: Gli altri miei doni li hanno in comune con voi anche coloro che non sono miei: non soltanto la natura, la vita, i sensi, la ragione, e quella salute che è comune agli uomini e agli animali; essi hanno anche il dono delle lingue, i sacramenti, il dono della profezia, il dono della scienza e quello della fede, quello di distribuire i loro averi ai poveri, di dare il loro corpo alle fiamme. Ma essi non hanno la carità, per cui, a modo di cembali, fanno del chiasso, ma in realtà non sono niente e questi doni non giovano loro a niente (cf. 1 Cor 13, 1-3). Non è da questi miei doni, quantunque eccellenti, e che possono avere anche quelli che non sono miei discepoli, ma è da questo che conosceranno tutti che siete miei discepoli, se avrete amore gli uni per gli altri. O sposa di Cristo, bella tra tutte le donne! O splendida creatura, che vieni avanti appoggiata al tuo diletto! Inondata della sua luce, appari fulgente; sostenuta da lui, non puoi cadere! Come vieni degnamente celebrata in quel Cantico dei Cantici, che è il tuo epitalamio: L’amore fa le tue delizie! (Ct 7, 6 sec. LXX). Questo amore impedisce che la tua anima si perda insieme con quella degli empi; esso pone su un alto livello la tua causa, esso è tenace come la morte e forma la tua felicità. Quale meraviglioso genere di morte, che avrebbe stimato poca cosa l’assenza di tormenti, se non ci fosse stata anche la pienezza della gioia! Ma è tempo ormai di porre fine a questo discorso, rimandando ad un altro quel che segue. (Sant’Agostino, Commento al Vangelo di Giovanni, Omelia 65)

Vorremmo che Dio venisse incontro a una preghiera (per la pace ndr) che spesso nasce proprio dalla paura di perdere la nostre comodità, il nostro benessere, di dover un giorno pagare di persona per i nostri errori. Se oggi c’è una guerra, non è perché le cose si siano mosse quasi per caso e per sbaglio, pur se ci sono delle responsabilità precise, a cui nessuno potrà sfuggire.

C’è una guerra perché per tanto tempo si sono seminate situazioni ingiuste, si è sperata la pace trascurando quelli che Giovanni XXIII chiamava i “quattro pilastri della pace”, cioè verità, giustizia, libertà e carità.

Ogni colpa pubblica e privata entro questi quattro pilastri, ogni atto di menzogna, ingiustizia, possesso egoista e dominio sull’altro, pregiudizio e odio, hanno scavato la fossa e l’edificio è crollato sotto i nostri occhi. Perché la pace è un edificio indivisibile, e ciascuno di noi l’ha distrutto per la sua parte di responsabilità.

Ogni seria preghiera per la pace deve quindi nascere dal pentimento e dalla volontà di ricostituire anzitutto nella nostra vita personale e comunitaria i “quattro pilastri”: verità, giustizia, libertà e carità. Senza tale volontà umile e sincera, la nostra preghiera e la nostra invocazione sono ipocrite. (C.M. Martini, Un grido di intercessione pp. 209-10)

L’evangelo ci dice che Dio solo è compassionevole, non noi. A noi spetta unicamente rivelare la sua compassione, e non solo con la nostra presenza, ma anche con la nostra assenza.

Quando lasciamo l’altro infatti, non facciamo che riconoscere che noi siamo umani e che Dio solo è Dio. Attraverso i nostri limiti diventa manifesta la compassione di Dio. Noi non possiamo fare tutto: dobbiamo lasciar parlare Dio, lasciarlo divenire presente. Allora lasciare l’altro non è soltanto una presa di coscienza dolorosa che noi non possiamo far tutto, lasciare è la gioiosa celebrazione di una certezza: Dio è colui che rimane mentre noi ce ne andiamo. (H. Nouwen, Reflexions sur la compassion p. 106)

 Quel “come” – oltre alla notizia dell’evento – ce ne rivela la misura tridimensionale di altezza, profondità, spessore. Quel “come” ci dice che la misura dell’amore di Gesù per noi è un amore senza misura. Siamo stati amati “fino alla fine”, ossia fino all’ultimo istante della sua vita, fino all’estremo limite del più grande amore. Ma quel “come” si potrebbe tradurre anche con un “poiché”: se possiamo amarci fra noi, è perché Lui per primo ci ha amati. L’amore di Gesù è totale e totalizzante: dopo “come io ho amato voi”, noi ci aspetteremmo “così anche voi amate me”. Invece no: “amatevi gli uni gli altri”. C’è dunque nell’amore di Gesù una dimensione di gratuità che è misura anche del nostro amore. E’ amando i fratelli che si ricambia l’amore di Gesù.

Il primo verbo del lessico cristiano non è il verbo fare o agire e neppure il verbo amare: è il verbo accogliere. Di qui la prima legge dell’amore cristiano: la gratuità. L’amore cristiano è anzitutto un amore ricevuto, non prestato ma accolto. Non nasce da un doverismo accanito e frustrante, da uno spasmodico sforzo di volontà, ma viene da Dio che ci ha amati per primo: perciò dobbiamo amarci gli uni gli altri. La seconda legge dell’amore cristiano è la reciprocità: è il fatto di essere amati da Cristo che ci obbliga alla fraternità e, prima ancora, ce la rende possibile. Non siamo chiamati solo a spenderci per gli altri, ma anche a lasciarci amare: è nel dare e nel ricevere amore che si pesa la beatitudine della vita. La terza legge è l’apertura: l’amore del Maestro non abbraccia i discepoli per sequestrarli nel caldo tepore di un cenacolo intimo e confortevole, ma li inserisce in un dinamismo che li sbilancia verso gli altri. Gli altri, tutti. Guai se ci fosse un aggettivo a selezionare gli amabili e i non amabili. Tutti, indistintamente, sono amabili da me perché tutti, indistintamente, sono amati da Dio. (Mons. Francesco Lambiasi, Omelia del 2 maggio 2010)

Si rivela così possibile l’amore del prossimo nel senso enunciato dalla Bibbia, da Gesù. Esso consiste appunto nel fatto che io amo, in Dio e con Dio, anche la persona che non gradisco o neanche conosco. Questo può realizzarsi solo a partire dall’intimo incontro con Dio, un incontro che è diventato comunione di volontà arrivando fino a toccare il sentimento. Allora imparo a guardare quest’altra persona non più soltanto con i miei occhi e con i miei sentimenti, ma secondo la prospettiva di Gesù Cristo. Il suo amico è mio amico. Al di là dell’apparenza esteriore dell’altro scorgo la sua interiore attesa di un gesto di amore, di attenzione, che io non faccio arrivare a lui soltanto attraverso le organizzazioni a ciò deputate, accettandolo magari come necessità politica. Io vedo con gli occhi di Cristo e posso dare all’altro ben più che le cose esternamente necessarie: posso donargli lo sguardo di amore di cui egli ha bisogno. Qui si mostra l’interazione necessaria tra amore di Dio e amore del prossimo, di cui la Prima Lettera di Giovanni parla con tanta insistenza. Se il contatto con Dio manca del tutto nella mia vita, posso vedere nell’altro sempre soltanto l’altro e non riesco a riconoscere in lui l’immagine divina. Se però nella mia vita tralascio completamente l’attenzione per l’altro, volendo essere solamente «pio» e compiere i miei «doveri religiosi», allora s’inaridisce anche il rapporto con Dio. Allora questo rapporto è soltanto «corretto», ma senza amore. Solo la mia disponibilità ad andare incontro al prossimo, a mostrargli amore, mi rende sensibile anche di fronte a Dio. Solo il servizio al prossimo apre i miei occhi su quello che Dio fa per me e su come Egli mi ama. I santi — pensiamo ad esempio alla beata Teresa di Calcutta — hanno attinto la loro capacità di amare il prossimo, in modo sempre nuovo, dal loro incontro col Signore eucaristico e, reciprocamente questo incontro ha acquisito il suo realismo e la sua profondità proprio nel loro servizio agli altri. Amore di Dio e amore del prossimo sono inseparabili, sono un unico comandamento. Entrambi però vivono dell’amore preveniente di Dio che ci ha amati per primo. Così non si tratta più di un «comandamento» dall’esterno che ci impone l’impossibile, bensì di un’esperienza dell’amore donata dall’interno, un amore che, per sua natura, deve essere ulteriormente partecipato ad altri. L’amore cresce attraverso l’amore. L’amore è «divino» perché viene da Dio e ci unisce a Dio e, mediante questo processo unificante, ci trasforma in un Noi che supera le nostre divisioni e ci fa diventare una cosa sola, fino a che, alla fine, Dio sia «tutto in tutti» (1 Cor 15, 28). (Papa Benedetto XVI, lettera enciclica Deus Caritas est, n. 18)

Fonte: Figlie della Chiesa

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