Commento al Vangelo del 19 Maggio 2019 – Clarisse di via Vitellia, Roma – Gv 13, 31a-33. 34-35

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Il commento al Vangelo di domenica 19 Maggio 2019 a cura delle Clarisse di via Vitellia a Roma.

Alcune parole girano attorno alla realtà dell’Amore – cuore del vangelo di questa domenica – come una siepe che circonda un giardino, non per costringerne gli orizzonti ma per identificarne la bellezza e consegnarne lo spazio della cura e della custodia.

C’è anzitutto la parola comandamento, che rimanda alla lunga e singolare storia d’alleanza nella quale Dio si fa conoscere come mano liberatrice in soccorso di un popolo amato, che grida il suo dolore e la sua umiliazione nella schiavitù.

Il cammino aperto da Dio verso la terra promessa ha una tappa decisiva nella consegna di dieci parole – i comandamenti – date per custodire il dono della libertà nella sua dimensione di amicizia con Dio e con i fratelli. C’è sempre infatti il rischio di perdere il dono tra le acque profonde e i deserti aridi della vita e il pericolo maggiore sta nel dimenticare il contesto e il fine di quelle dieci parole d’alleanza alle quali è legata la libertà: un cammino di esodo dalla schiavitù alla capacità di vivere insieme, liberi, in una terra in cui l’amore di Dio è condiviso in un servizio reciproco di bene. Senza la pedagogia di questo cammino, che conosce anche tappe faticose nel superare la tentazione dell’egoismo, dell’autosufficienza, del protagonismo, la libertà perde la sua costitutiva dimensione fraterna.

La parola comandamento va dunque compresa nel contesto dell’alleanza in cui il popolo ripone la sua fiducia nel Dio che libera, imparando a vivere in uno spazio ampio e buono di amicizia reciproca.

Le dieci parole o comandamenti segnalano ciò che lacera la relazione vitale con Dio e con i fratelli in cammino come noi, rendendo impossibile una vera felicità.

Nella metafora del giardino dell’Amore, il comandamento è dunque la realtà che dà ordine agli spazi, in modo da valorizzare le potenzialità di ogni pianta e fiore in armonia reciproca; è la memoria del dono ricevuto e la possibilità di gioirne insieme.

È allo stesso tempo la siepe che argina il lato mutevole e aggressivo di una passione che non può essere chiamata amore, e argina l’asfalto del narcisismo che tutto sottomette ai suoi interessi, incapace di lasciare spazio alla bellezza dell’altro.

A comandamento si affianca l’aggettivo nuovo, parola che rimanda alla fedeltà che si rinnova, all’amore che sa ricominciare da capo, al perdono che dimentica l’offesa.

Fu il profeta Geremia, in un momento drammatico e fallimentare della storia nazionale e spirituale del popolo di Israele, a farsi grido vivente di una speranza nuova: la fedeltà di Dio, nonostante l’infedeltà del popolo, permetteva ancora di stringere alleanza. Occorreva offrire alla scrittura del dito di Dio non più tavole di pietra, ma il cuore di ciascuno, perché da una legge letta nell’interiorità e non più avvertita come esterna e imposta, fiorisse una vita buona e sincera, nella terra dell’amicizia tra Dio e l’uomo, tra fratello e fratello.

Parlando di comandamento nuovo Gesù si colloca dunque nel solco della fedeltà di Dio che non si stanca di rinnovare la sua alleanza cercando sempre nuove vie per una relazione fatta di coinvolgimento profondo e libero del cuore.

Nuovo è dunque la siepe che argina lo scoraggiamento della nostra incapacità: nel giardino dell’amore di Dio c’è sempre il tempo di rifiorire, lo spazio per approfondire le radici nel terreno a cercare di nuovo acqua e linfa vitale.

Nuovo lascia fuori dal giardino il formalismo di una religiosità esteriore; mette invece in campo la creatività quotidiana dell’amore di Dio, scritto nel cuore perché sia tradotto in vita secondo l’inconfondibile personalità di ciascuno.

La terza parola è un paragone che ci mette davanti un volto concreto: come io ho amato voi. Gesù si fa esempio, strada, punto di riferimento, ma ancor più, attraverso il dono dello spirito, sorgente di un amore che desidera traboccare in ciascuno di noi come l’abbondante vino delle nozze di Cana (Gv 2), come il profumo di nardo prezioso che a Betania riempie tutta la casa (Gv 12).

Il come dell’amore di Gesù va contemplato lungo tutto il vangelo, ma è soprattutto il contesto immediato del nostro passo a rivelarne la misura e la forza. Giuda è uscito nella notte del tradimento (v.31), ha rotto la relazione con Gesù e con gli altri discepoli nel modo più triste, consegnandosi alle tenebre della solitudine. Eppure è proprio in questa oscurità che Gesù fa splendere un amore così gratuito, puro, disinteressato, oblativo da poter essere chiamato gloria, realtà ricolma di luce, di ogni bellezza e ricchezza.

Laddove noi creiamo tenebre e lo diventiamo con le chiusure del cuore, l’amore di Gesù continua a brillare, a diffondere una luce che attrae alla luce, un calore che riattiva il pulsare della vita vera.

Il come io ho amato voi è la sorgente al centro del giardino, la fonte che lo irriga di un amore capace di arrivare fino alla fine, senza lasciare spazi inesplorati o tempi vuoti, senza fermarsi di fronte ad abbandoni e tradimenti.

Così amatevi gli uni gli altri. Secondo la nostra logica ci aspetteremmo che Gesù chiedesse un ritorno di amore a Lui: come io ho amato voi, così voi amate me. Invece il gioco non si chiude tra noi e Gesù. L’amore dato ai discepoli apre un futuro di reciprocità che fa fiorire all’infinito il dono, in modo che possa davvero cambiare il mondo. Se insieme accogliamo la Parola e lo Spirito di Gesù, ci nutriamo di lui come di Pane disceso dal cielo, in una comunità di fratelli e sorelle allo stesso modo chiamati per grazia a vivere il vangelo, davvero la nostra vita non ha bisogno di etichette di appartenenza e diventa essa stessa testimonianza e annuncio dell’amore di Gesù: «tutti sapranno che siete miei discepoli» (v.35).

Il così amatevi gli uni gli altri è perciò il vialetto che apre il giardino sul mondo e ne rende disponibile la bellezza e i frutti attraverso la cura di ogni incontro in cui sguardi, gesti, parole, si fanno memoria del come Gesù ha amato.

Il giardino dell’amore di Gesù non è un circolo chiuso. Si allarga ad accogliere chiunque liberamente ascolta la sua parola e come lui e con lui desidera vivere la dimensione eterna dell’amore, che mai chiude le porte.

Vi do un comandamento nuovo: che vi amiate gli uni gli altri. Come io ho amato voi, così amatevi anche voi gli uni gli altri: Gesù accende la luce di queste parole nelle tenebre del discepolo che lo tradisce, dell’amico che lo consegna alla morte. L’accende per noi, perché attratti da ciò che non si spegne nemmeno di fronte al buio della morte del cuore ne chiediamo il dono, ne custodiamo la fiamma.

Il comandamento nuovo di Gesù è la parola di alleanza da vivere insieme nella condivisione del cammino; è parola di novità e di speranza quando la notte sembra inghiottire la costanza del voler bene; è parola che colloca i nostri occhi davanti a Gesù e la nostra vita in lui, per essere vasi capienti del suo amore sorgivo; è parola di fraternità per rifare del mondo il cosmo della fiducia in Dio e dell’amicizia tra i suoi figli; è parola di vita eterna che colloca la nostra esistenza nel giardino del mattino di Pasqua, dove l’incontro con il Risorto rivela la vittoria di Colui che ha dato la vita per amore e ci rende testimoni del buon profumo del vangelo.

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