Commento al Vangelo del 19 Aprile 2020 – p. Fernando Armellini

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Padre Fernando Armellini, biblista Dehoniano, commenta il Vangelo di domenica 19 Aprile 2020.
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L’abito migliore, quello che viene indossato quando ci si reca in chiesa è detto, nella lingua popolare portoghese: “Vestito per vedere Dio”. Quest’espressione nasce dalla convinzione che, di domenica, la comunità in festa si raduna per “vedere il Signore”.

È un giorno di gioia perché, come a Pasqua e “otto giorni dopo” (Gv 20,19.26), il Risorto si rende di nuovo presente in mezzo ai discepoli riuniti, riscalda i loro cuori, aprendoli alla comprensione delle Scritture e, “allo spezzar del pane”, apre i loro occhi e si fa riconoscere (Lc 24,31-32).

Gli evangelisti mostrano scarso interesse per la precisione cronologica, eppure su una data concordano perfettamente: fu nel “primo giorno dopo il sabato” che i discepoli videro il Signore, per questo le comunità cristiane scelsero questo giorno per dedicarlo all’ascolto della parola (At 20,7-12), alla celebrazione della santa cena (1 Cor 11,20.26), alla preghiera e alla condivisione dei beni.

Ogni primo giorno della settimana, ciascuno metteva da parte ciò che era riuscito a risparmiare (1 Cor 16,2) e presentava il suo dono alla comunità, che distribuiva le offerte ai membri più bisognosi o le inviava alle comunità più povere.

Una delle più antiche testimonianze è offerta da uno scrittore pagano, Plinio il Giovane che, verso il 112, scrive all’imperatore Traiano: i cristiani “sono soliti riunirsi, in un giorno stabilito, prima dell’alba e cantare inni a Cristo come a un Dio”.

Era il giorno del Signorela domenica (Ap 1,10) – quello in cui ogni comunità celebrava, nel rito, la sua fede e la sua vita.

Per interiorizzare il messaggio, ripeteremo:
“Come bambini appena nati, la madre Chiesa alimenta i suoi figli, non con visioni, ma con il latte della Parola”.

Prima Lettura (At 2,42-47)

42 Erano assidui nell’ascoltare l’insegnamento degli apostoli e nell’unione fraterna, nella frazione del pane e nelle preghiere. 43 Un senso di timore era in tutti e prodigi e segni avvenivano per opera degli apostoli. 44 Tutti coloro che erano diventati credenti stavano insieme e tenevano ogni cosa in comune; 45 chi aveva proprietà e sostanze le vendeva e ne faceva parte a tutti, secondo il bisogno di ciascuno. 46 Ogni giorno tutti insieme frequentavano il tempio e spezzavano il pane a casa prendendo i pasti con letizia e semplicità di cuore, 47 lodando Dio e godendo la simpatia di tutto il popolo.

La prima lettura di tutte le domeniche di Pasqua è presa dagli Atti degli apostoli, il libro che narra la diffusione del vangelo nel mondo e la nascita delle prime comunità cristiane.

Il brano di oggi presenta un quadretto incantevole della vita della comunità di Gerusalemme, sorta attorno a Maria e agli apostoli, dopo la Pentecoste. Essa costituisce il punto di riferimento per tutte le comunità cristiane. I pilastri su cui si regge sono elencati nei primi due versetti della lettura (vv. 42-43): fedeltà alla catechesi, comunione dei beni, celebrazione settimanale dell’eucaristia (chiamata “lo spezzar del pane”), preghiera in comune. Vediamo in dettaglio ciascuna di queste caratteristiche.

La catechesi (quotidiana) anzitutto.

I Dodici non si comportano come i rabbini: non si limitano a ripetere le interpretazioni degli antichi. Proclamano che sono giunti i tempi ultimi, mostrano come le Scritture e le profezie si siano adempiute in Gesù di Nazaret (At 4,33), comunicano la luce che hanno ricevuto nella Pasqua affinché tutti possano comprendere il significato della morte inspiegabile e scandalosa del loro Maestro.

Anche oggi l’ascolto della Parola è l’unico, solido fondamento su cui deve poggiare la fede delle comunità (Rm 10,14-17). Le emozioni religiose, le sensazioni, le “rivelazioni” personali non sono altro che fragili palliativi, ripieghi deludenti.

La comunione dei beni.

In molti campi della morale i cristiani seguono principi e fanno opzioni diverse dai non credenti, ma quando si tratta di amministrare i beni si comportano in genere come gli altri uomini: trafficano, commerciano, accumulano, come se la risurrezione di Cristo non avesse nulla a che vedere con la gestione dell’economia.

Chi pensa e agisce in questo modo rimane di certo sconcertato dal radicale cambiamento che si registra nella comunità di Gerusalemme a partire dalla Pasqua: i credenti hanno ogni cosa in comune (At 2,44), nessuno afferma che ciò che possiede è sua proprietà (At 4,32), tutto viene distribuito secondo il bisogno di ciascuno (At 2,45; 4,35). Non si dice che sono più generosi degli altri, che fanno più elemosine, ma che hanno rinunciato a tutti i loro beni.

Non vengono disprezzate le realtà di questo mondo, ma viene proposta la rinuncia volontaria ad ogni impiego egoistico di ciò che si possiede.

L’ideale del cristiano non è l’indigenza, ma un mondo in cui “nessuno più sia povero” (At 4,34). Chi crede che Gesù è risorto non si sottomette alla schiavitù dell’avere. Con la condivisione manifesta la completa disponibilità a porre se stesso a servizio dei fratelli.

La ricchezza non è un male, lo è invece l’arricchimento che lascia gli altri nel bisogno. La povertà è un male, per questo scompare nel regno di Dio. Nella comunità in cui si pratica la condivisione non può esistere la povertà. Come spiegava Basilio, il padre della Chiesa del IV secolo: “Se ciascuno si prendesse quanto basta al suo bisogno, lasciando il superfluo all’indigente, nessuno sarebbe ricco e nessuno sarebbe povero”.

I cristiani di Gerusalemme conducevano una vita radicalmente diversa da quella dell’ambiente circostante. L’allegria, la semplicità di cuore, la carità che avevano gli uni verso gli altri attiravano la simpatia di tutto il popolo. La gente si chiedeva: da dove deriva l’impulso ad una forma di vita tanto straordinaria? La risposta era: dalla risurrezione di Cristo. La vita nuova della comunità era la prova che Cristo è vivo.

C’è un’esperienza che gli uomini di ogni tempo sono in diritto di fare: incontrare una comunità di persone completamente diverse, una comunità che propone e vive valori alternativi a quelli offerti dall’ambiente circostante. L’esperienza della comunità di Gerusalemme non va applicata alla lettera alle nostre comunità, altrimenti non solo non verrebbero risolti i problemi, ma se ne creerebbero di maggiori. Tuttavia il distacco dai beni di questo mondo rimane una condizione indispensabile per chiunque creda nel Risorto.

Lo spezzare del pane.

L’espressione si riferiva, originariamente, al gesto del capofamiglia che, all’inizio della cena, prendeva in mano il pane, pronunciava la benedizione, lo spezzava e lo distribuiva ai commensali (At 2,46). Ben presto passò a indicare la celebrazione dell’eucaristia (At 20,7.11; 1 Cor 10,16) perché il Signore aveva compiuto questo gesto durante l’ultima cena. Nelle comunità primitive era preceduta da un pasto in comune (1 Cor 11,17-34).

Eucaristia significa rendimento di grazie. Costituisce l’apice della vita della comunità. È il momento in cui, davanti al pane spezzato – che ripropone il gesto dell’amore sommo di Dio per l’uomo – la comunità prende coscienza di tutti i doni ricevuti dal Signore. È colta da stupore e ammirazione e con gioia sente il bisogno di lodarlo. Potrebbe usare le parole del salmista: “Benedetto il Signore che ha fatto per me meraviglie” (Sal 31,22), oppure esclamare con Gesù: “Ti rendo lode, o Padre, Signore del cielo e della terra, che hai nascosto queste cose ai dotti e ai sapienti e le hai rivelate ai piccoli” (Lc 10,21-22).

Una comunità che non celebra l’eucaristia, che non può esprimere, di fronte al sacramento, il suo rendimento di grazie, è priva di un elemento essenziale della sua vita. Purtroppo questo avviene in molte comunità cristiane dove, per mancanza di preti, viene distribuito solo il pane della Parola. È un alimento sostanzioso, certo, ma, se non è seguito dallo “spezzar del pane eucaristico”, la celebrazione non tocca il suo vertice.

La preghiera comunitaria.

I primi cristiani hanno continuato a comportarsi da pii giudei: frequentavano il tempio (At 2,46) e recitavano salmi. Poi hanno sentito il bisogno di tradurre in preghiera la fede nel Risorto ed il nuovo rapporto con Dio. Così, servendosi di espressioni colte sulla bocca di Gesù, hanno composto il Padre nostro, modello di ogni preghiera cristiana e i primi canti per celebrare l’evento pasquale.

 La preghiera fatta in solitudine è bella e necessaria; Gesù la raccomanda: “Quando preghi, entra nella tua camera e, chiusa la porta, prega il Padre tuo nel segreto” (Mt 6,4). Ma la comunità è “la sposa” che, come la fanciulla Israele, è amata “di un amore eterno” (Ger 31,3) dal suo Signore. Per questo sente il bisogno di riunire tutte le sue membra per elevare “a una sola voce” il suo canto d’amore. Nel contesto di questa preghiera comunitaria viene ricordata Maria per l’ultima volta nel NT: “Tutti erano assidui e concordi nella preghiera, insieme con alcune donne e con Maria, la madre di Gesù e con i fratelli di lui” (At 1,14).

Una comunità fondata su questi quattro pilastri compirà prodigi, porrà le basi di un’umanità nuova, sarà il segno che nel mondo è presente e opera lo Spirito del Risorto.

Seconda Lettura (1 Pt 1,3-9)

3 Sia benedetto Dio e Padre del Signore nostro Gesù Cristo; nella sua grande misericordia egli ci ha rigenerati, mediante la risurrezione di Gesù Cristo dai morti, per una speranza viva, 4 per una eredità che non si corrompe, non si macchia e non marcisce. Essa è conservata nei cieli per voi, 5 che dalla potenza di Dio siete custoditi mediante la fede, per la vostra salvezza, prossima a rivelarsi negli ultimi tempi.
6 Perciò siete ricolmi di gioia, anche se ora dovete essere un po’ afflitti da varie prove, 7 perché il valore della vostra fede, molto più preziosa dell’oro, che, pur destinato a perire, tuttavia si prova col fuoco, torni a vostra lode, gloria e onore nella manifestazione di Gesù Cristo: 8 voi lo amate, pur senza averlo visto; e ora senza vederlo credete in lui. Perciò esultate di gioia indicibile e gloriosa, 9 mentre conseguite la mèta della vostra fede, cioè la salvezza delle anime.

Siamo a Roma negli anni 80 d.C. e i cristiani hanno appena introdotto l’uso di amministrare i battesimi durante la notte di Pasqua. In questo contesto liturgico nasce l’omelia ai neobattezzati contenuta nella prima lettera di Pietro che ci accompagnerà nelle prossime domeniche. L’espressione “carissimi!” con cui il predicatore intercala il suo discorso (1 Pt 2,11; 4,12) lascia trasparire la sua commozione di fronte ai nuovi figli di Dio. Nel suo commovente discorso non introduce disquisizioni teologiche, ma si congratula con i neofiti (1 Pt 2,7), ricorda loro che sono stati “rigenerati non da un seme corruttibile, ma da un seme immortale, cioè dalla parola di Dio viva ed eterna” (1 Pt 1,23) ed espone le conseguenze morali che questa nuova nascita comporta. La sua omelia – lo vedremo nelle prossime domeniche – è un susseguirsi ininterrotto di esortazioni e di imperativi.

Questo testo è stato composto in un momento difficile per le comunità cristiane, specialmente per quelle dell’Asia Minore. Contro di loro non si era scatenata una vera persecuzione, ma i battezzati venivano facilmente offesi, discriminati, condannati ingiustamente nei tribunali (vv. 6-7).

L’autore li invita a riflettere sulla vita nuova che Dio ha loro donato nel battesimo, vita reale, anche se non può essere sperimentata con i sensi (vv. 3-5).

Dalla consapevolezza di aver ricevuto un dono unico, fioriscono la gioia, la serenità e la pace. Queste disposizioni interiori animano il cristiano anche nei momenti in cui deve affrontare tribolazioni, avversità, persecuzioni (vv. 6.8).

Come interpretare, alla luce del progetto di Dio, le difficoltà che molti cristiani della fine del I secolo stanno incontrando?

Il predicatore ricorre a una immagine biblica: il Signore sta mettendo alla prova i suoi eletti, li sta saggiando come oro nel crogiuolo (Sap 3,5-6), li sta facendo passare attraverso il fuoco per purificarli, come si fa con l’argento (Zc 13,8-9). Anche i metalli preziosi, infatti, hanno bisogno di essere liberati dalle scorie per raggiungere il massimo splendore.

L’ultima parte della lettura introduce il messaggio che sarà sviluppato nel vangelo: “Voi amate Cristo benché non lo abbiate mai visto; e ora, senza vederlo, continuate a credere in lui” (v. 8). I neofiti di Roma appartengono alla terza generazione di cristiani. Pur essendo ancora relativamente vicini agli avvenimenti della Pasqua, essi non hanno personalmente conosciuto Gesù di Nazareth, vivono un’esperienza di fede simile alla nostra: credono ai testimoni del Risorto e incontrano il Signore, come noi, nella celebrazione della Parola e allo “spezzar del Pane”. Sono beati perché, pur non avendo visto né Lui né chi lo ha visto, continuano a credere.

Vangelo (Gv 20,19-31)

19 La sera di quello stesso giorno, il primo dopo il sabato, mentre erano chiuse le porte del luogo dove si trovavano i discepoli per timore dei giudei, venne Gesù, si fermò in mezzo a loro e disse: “Pace a voi!”. 20 Detto questo, mostrò loro le mani e il costato. E i discepoli gioirono al vedere il Signore.
21 Gesù disse loro di nuovo: “Pace a voi! Come il Padre ha mandato me, anch’io mando voi”. 22 Dopo aver detto questo, alitò su di loro e disse: “Ricevete lo Spirito Santo; 23 a chi rimetterete i peccati saranno rimessi e a chi non li rimetterete, resteranno non rimessi”.
24 Tommaso, uno dei Dodici, chiamato Dìdimo, non era con loro quando venne Gesù. 25 Gli dissero allora gli altri discepoli: “Abbiamo visto il Signore!”. Ma egli disse loro: “Se non vedo nelle sue mani il segno dei chiodi e non metto il dito nel posto dei chiodi e non metto la mia mano nel suo costato, non crederò”.
26 Otto giorni dopo i discepoli erano di nuovo in casa e c’era con loro anche Tommaso. Venne Gesù, a porte chiuse, si fermò in mezzo a loro e disse: “Pace a voi!”. 27 Poi disse a Tommaso: “Metti qua il tuo dito e guarda le mie mani; stendi la tua mano, e mettila nel mio costato; e non essere più incredulo ma credente!”. 28 Rispose Tommaso: “Mio Signore e mio Dio!”. 29 Gesù gli disse: “Perché mi hai veduto, hai creduto: beati quelli che pur non avendo visto crederanno!”.
30 Molti altri segni fece Gesù in presenza dei suoi discepoli, ma non sono stati scritti in questo libro. 31 Questi sono stati scritti, perché crediate che Gesù è il Cristo, il Figlio di Dio e perché, credendo, abbiate la vita nel suo nome.

Il brano di oggi è diviso in due parti che corrispondono alle apparizioni del Risorto. Nella prima (vv. l9-23) Gesù comunica ai discepoli il suo Spirito e con esso dà loro il potere di vincere le forze del male. È lo stesso brano che ritroveremo e commenteremo a Pentecoste. Nella seconda (vv. 24-31) è raccontato il famoso episodio di Tommaso.

Il dubbio di questo apostolo è diventato proverbiale. A chi manifesta qualche diffidenza si è soliti dire: “Sei incredulo come Tommaso!”. Eppure, a ben vedere, non pare abbia fatto nulla di male: chiedeva solo di vedere ciò che gli altri avevano visto. Perché pretendere solo da lui una fede basata sulla parola?

Ma davvero Tommaso è stato l’unico ad avere dubbi, mentre gli altri discepoli sarebbero arrivati in modo facile e immediato a credere nel Risorto? Non pare proprio che le cose siano andate così.

Nel vangelo di Marco si dice che Gesù apparve agli undici “e li rimproverò per la loro incredulità e durezza di cuore, perché non avevano creduto a quelli che lo avevano visto risuscitato” (Mc 16,14). Nel vangelo di Luca il Risorto si rivolge agli apostoli stupiti e spaventati e chiede: “Perché siete turbati e perché sorgono dubbi nel vostro cuore?” (Lc 24,38). Nell’ultima pagina del vangelo di Matteo si dice addirittura che, quando Gesù apparve ai discepoli su un monte della Galilea (quindi molto tempo dopo le apparizioni a Gerusalemme), alcuni ancora dubitavano (Mt 28,17).

Tutti dunque hanno dubitato, non soltanto il povero Tommaso! Come mai allora l’evangelista Giovanni sembra voler concentrare su di lui i dubbi che hanno attanagliato anche gli altri? Cerchiamo di capire.

Quando Giovanni scrive (verso l’anno 95 d.C.), Tommaso è morto da qualche tempo, dunque, l’episodio non è certo riferito per mettere in cattiva luce questo apostolo. Se vengono posti in risalto i problemi di fede che ha avuto, la ragione è un’altra: l’evangelista vuole rispondere agli interrogativi ed alle obiezioni che i cristiani delle sue comunità sollevano con crescente insistenza. Si tratta di cristiani della terza generazione, di persone che non hanno visto il Signore Gesù. Molti di loro non hanno nemmeno conosciuto qualcuno degli apostoli. Fanno fatica a credere, si dibattono in mezzo a tanti dubbi, vorrebbero vedere, toccare, verificare se il Signore è veramente risorto. Si chiedono: quali sono le ragioni che ci possono indurre a credere? È ancora possibile per noi fare l’esperienza del Risorto? Ci sono delle prove che egli è vivo? Come mai non appare più? Sono le domande che anche noi oggi ci poniamo.

Ad esse, Marco, Luca e Matteo rispondono dicendo che tutti gli apostoli hanno avuto esitazioni. Non sono arrivati né subito né con facilità a credere nel Risorto, anche per loro il cammino della fede è stato lungo e faticoso, malgrado Gesù avesse dato tanti segni che era vivo, che era entrato nella gloria del Padre.

La risposta di Giovanni è diversa: egli prende Tommaso come simbolo della difficoltà che ogni discepolo incontra per arrivare a credere. Difficile sapere la ragione per cui ha scelto proprio questo apostolo, forse perché ha avuto più difficoltà o ha impiegato più tempo degli altri ad avere fede.

Ciò che Giovanni vuole insegnare ai cristiani delle sue comunità (e a noi) è che il Risorto possiede una vita che sfugge ai nostri sensi, una vita che non può essere toccata con le mani né vista con gli occhi, può solo essere raggiunta mediante la fede. Questo vale anche per gli apostoli che pure hanno fatto un’esperienza unica del Risorto.

Non si può aver fede in ciò che si è visto. Non si possono avere dimostrazioni, prove scientifiche della risurrezione. Se qualcuno pretende di vedere, constatare, toccare, deve rinunciare alla fede.

Noi diciamo: “Beati coloro che hanno visto”. Per Gesù, invece, beati sono coloro che non hanno visto, non perché a loro costa di più credere e quindi hanno maggiori meriti, sono beati perché la loro fede è più genuina, più pura, anzi, è l’unica fede pura. Chi vede ha la certezza dell’evidenza, possiede la prova inconfutabile di un fatto.

Tommaso compare altre due volte nel vangelo di Giovanni e non fa mai – diremmo noi – una bella figura, ha sempre difficoltà a capire, equivoca, fraintende le parole e le scelte del Maestro.

Interviene una prima volta quando, ricevuta la notizia della morte di Lazzaro, Gesù decide di andare in Giudea. Tommaso pensa che seguire il Maestro significhi perdere la vita. Non comprende che Gesù è il Signore della vita e, sconsolato e deluso, esclama: “Andiamo anche noi a morire con lui” (Gv 11,16).

Durante l’ultima cena Gesù parla della via che egli sta percorrendo, una via che passa attraverso la morte per introdurre nella vita. Tommaso interviene di nuovo: “Signore non sappiamo dove vai e come possiamo conoscere la via?” (Gv 14,5). È pieno di perplessità, di esitazioni e di dubbi, non riesce ad accettare ciò che non capisce. Lo dimostra una terza volta nell’episodio narrato nel brano di oggi.

Sembra quasi che Giovanni si diverta a tratteggiare in questo modo la figura di Tommaso; ma alla fine gli rende giustizia: mette sulla sua bocca la più alta, la più sublime delle professioni di fede. Nelle sue parole è riflessa la conclusione dell’itinerario di fede dei discepoli.

All’inizio del vangelo, i primi due apostoli si rivolgono a Gesù chiamandolo Rabbì (Gv 1,38). È il primo passo verso la comprensione dell’identità del Maestro. Non passa molto tempo e Andrea, che ha già capito molto di più, dice a suo fratello Simone: “Abbiamo trovato il messia” (Gv 1,41). Natanaele intuisce subito con chi ha a che fare e dichiara a Gesù: “Tu sei il Figlio di Dio” (Gv 1,49). I samaritani lo riconoscono come il salvatore del mondo (Gv 4,43), la gente come il profeta (Gv 6,14), il cieco nato lo proclama Signore (Gv 9,38), per Pilato è re dei giudei (Gv 19,19). Ma è Tommaso a dire l’ultima parola sull’identità di Gesù, lo chiama: Mio Signore e mio Dio. Un’espressione che la Bibbia riferisce a JHWH (Sal 35,23). Tommaso è dunque il primo a riconoscere la divinità di Cristo, il primo che arriva a capire cosa intendeva dire Gesù quando affermava: “Io e il Padre siamo uno” (Gv 10,30).

La conclusione del brano (vv. 30-31) presenta la ragione per cui Giovanni ha scritto il suo libro: ha raccontato dei “segni” – non tutti, ma quelli sufficienti – per due ragioni: per suscitare o confermare la fede in Cristo e perché, attraverso questa fede, si giunga alla vita.

Il quarto evangelista chiama i miracoli segni. Gesù non li ha compiuti per impressionare coloro che vi assistevano, anzi ha avuto parole di condanna nei confronti di chi non credeva se non vedeva prodigi (Gv 4,48) e Giovanni non li racconta per stupire i suoi lettori, per “dimostrare” il potere divino di Gesù.

I segni non sono prove, ma rivelazioni sulla persona di Gesù, sulla sua natura e sulla sua missione. Arriva a credere in modo solido e duraturo chi, dal fatto materiale, si eleva alla realtà che esso indica. Non comprende il segno chi, nella distribuzione dei pani, non coglie che Gesù è il pane della vita, o, nella guarigione del cieco nato, non riconosce che Gesù è la luce del mondo, o nella rianimazione di Lazzaro non vede in Gesù il Signore della vita.

Nell’epilogo del vangelo, Giovanni usa la parola segni in senso ampio: intende tutta la rivelazione della persona di Gesù, i suoi gesti di misericordia (le guarigioni, la moltiplicazione dei pani) e le sue parole (Gv 12,37). Chi legge il suo libro e comprende questi segni si trova davanti, nitida, la persona di Gesù ed è invitato a fare una scelta. Opterà per la vita chi riconoscerà in lui il Signore e gli darà la sua adesione.

Ecco l’unica prova che è offerta a chi cerca ragioni per credere: lo stesso vangelo. Lì risuona la parola di Cristo, lì rifulge la sua persona. Non ci sono altre prove all’infuori di questa stessa Parola.

Per capire, vale la pena rifarsi a quanto Gesù ha detto nella parabola del buon Pastore: “Le mie pecore riconoscono la mia voce” (Gv 10,4-5.27). Non sono necessarie apparizioni, nel vangelo risuona la voce del Pastore e, per le pecore che gli appartengono, il suono inconfondibile della sua voce basta per farlo riconoscere e per attirare a lui.

Ma dove si può ascoltare questa voce? Dove risuona questa parola? È possibile ripetere oggi l’esperienza che gli apostoli hanno fatto nel giorno di Pasqua e “otto giorni dopo”? Come?

Avremo sicuramente notato che ambedue le apparizioni avvengono di domenica. Avremo notato anche che coloro che fanno l’esperienza del Risorto sono gli stessi (…uno più, uno meno), che il Signore si presenta con le stesse parole: “La pace sia con voi” e che, in ambedue gli incontri, Gesù mostra i segni della sua passione. Ci sarebbero altri particolari, ma bastano questi quattro per aiutarci a rispondere alle domande che ci siamo posti.

I discepoli si trovano riuniti in casa. L’incontro al quale Giovanni allude è chiaramente quello che avviene nel giorno del Signore, quello in cui, ogni otto giorni, tutta la comunità è convocata per la celebrazione dell’eucaristia. Quando tutti i credenti sono riuniti, ecco comparire il Risorto. Egli, per bocca del celebrante, saluta i discepoli e augura, come nella sera di Pasqua e otto giorni dopo: “La pace sia con voi”.

È quello il momento in cui Gesù si manifesta vivo ai discepoli. Chi, come Tommaso, diserta gli incontri della comunità, non può fare l’esperienza del Risorto (vv. 24-25), non può udire il suo saluto e la sua Parola, non può accogliere la sua pace e il suo perdono (vv. 19.26.23), sperimentare la sua gioia (v. 20), ricevere il suo Spirito (v. 22). Chi nel giorno del Signore rimane in casa, magari per pregare da solo, può sì fare l’esperienza di Dio, ma non quella del Risorto, perché questi si rende presente là dove la comunità è radunata.

E chi non incontra il Risorto che fa? Come Tommaso avrà bisogno di prove per credere, ma di prove non ne otterrà mai.

Contrariamente a quanto si vede raffigurato nei quadri degli artisti, nemmeno Tommaso ha messo le mani nelle ferite del Signore. Dal testo non risulta che egli abbia toccato il Risorto. Anch’egli è giunto a pronunciare la sua professione di fede dopo aver ascoltato la voce del Risorto, assieme ai fratelli della comunità. E la possibilità di fare questa esperienza è offerta ai cristiani di tutti i tempi… ogni otto giorni.

Fonte – Settimana News