Commento al Vangelo del 18 Ottobre 2020 – P. Antonio Giordano, IMC

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La domanda, estremamente insidiosa, sembra non lasciare a Gesù via d’uscita. Se risponde “Pagate”, perderà la stima del popolo, attirandosi disapprovazione e antipatia. Passerà per un nemico del popolo. Se invece risponde “Non pagate”, potrà essere denunciato all’autorità romana come sobillatore e ribelle.

Gesù smaschera la loro malizia e ipocrisia. Essi dispongono del denaro, che Egli invece non ha: usando la moneta romana e traendone vantaggio, dimostrano di accettare la sovranità dell’imperatore. La risposta di Gesù li sorprende e li spiazza con una di quelle frasi lapidarie di Gesù: “Rendete dunque a Cesare quello che è di Cesare e a Dio quello che è di Dio”.

Non più: o Cesare o Dio, ma: e l’uno e l’altro, ognuno nel suo piano. È l’inizio della separazione tra religione e politica, fino ad allora inscindibili presso tutti i popoli e i regimi. Gli ebrei erano abituati a concepire il futuro regno di Dio instaurato dal Messia come una teocrazia, cioè come un governo diretto di Dio su tutta la terra tramite il suo popolo. Ora invece la parola di Cristo rivela un regno di Dio che è in questo mondo, ma non è di questo mondo, che cammina su una lunghezza d’onda diversa e che può perciò coesistere con qualsiasi altro regime, sia esso religioso che “laico”.
1. Pagare il tributo all’imperatore non è mancare di fedeltà a Dio. Non solo è lecito, ma doveroso. Lo stato ha la sua ragion d’essere. I veri credenti sono leali verso di esso, buoni e onesti cittadini. Così facendo, onorano Dio. Nella stessa linea si muoveranno San Paolo (Rm 13,1ss) e San Pietro (1Pt 2, 13-14).

L’evasione fiscale, quando raggiunge certe proporzioni – ci ricorda il Catechismo della Chiesa Cattolica -, è un peccato mortale, al pari di ogni altro furto grave. È un furto fatto non allo “stato”, ma alla comunità, cioè a tutti. Questo suppone naturalmente che anche lo stato sia giusto ed equo nell’imporre le sue tasse.

La collaborazione dei cristiani alla costruzione di una società giusta e pacifica non si esaurisce nel pagare le tasse; deve estendersi anche alla promozione dei valori comuni, quali la famiglia, la difesa della vita, la solidarietà con i più poveri, la pace. Dio si serve di tutto e di tutti per portare avanti i suoi disegni, e nulla sfugge alla sua Provvidenza.

  1. Ma nella risposta di Gesù l’accento con tutta la sua forza cade sulla seconda parte: “e a Dio quello che è di Dio”. Gesù rivendica la posizione unica ed esclusiva che Dio occupa nella vita dell’uomo. Era già l’appello che risuonava nel testo di Isaia (45, 1-6: I lettura): “Io sono il Signore e non c’è alcun altro; fuori di me non c’è Dio… “. A Dio non dobbiamo dare una moneta, ma ciò che è suo, vale a dire interamente noi stessi, la nostra esistenza, la nostra persona: “Amerai il Signore Dio tuo con tutto il cuore etc.” (Mt. 22,37).

Il senso è pure che se Cesare, cioè il potere politico, attentasse ai diritti di Dio, pretendendo di imporre ciò che contrasta con la sua volontà – e quindi col vero bene delle persone -, in tal caso il credente dovrà ubbidire a Dio e non allo stato.

Caratteristico esempio di fedeltà a Dio contro lo stato fu S. Tommaso Moro, Cancelliere, cioè Primo Ministro d’Inghilterra al tempo del Re Enrico VIII, che per questione di matrimonio personale separò la Chiesa inglese da Roma. Tommaso gli diceva che non poteva fare questo e che i sudditi non erano tenuti ad obbedirgli. Il Primo Ministro fu incarcerato e decapitato.

È importante cogliere nella risposta di Gesù la sua logica di fondo:

come la moneta porta l’immagine dell’imperatore e quindi a lui va restituita, così ogni uomo reca impressi il sigillo e l’immagine di Dio (Gn 1,26-27) e quindi è da restituire a Lui in una appartenenza totale e senza ombra.

L’immagine di Dio che portiamo in quanto creati da Lui è divenuta chiara e inconfondibile in virtù del battesimo, che ci ha resi conformi a Cristo, ci ha legati a Lui e al Padre in modo vitale e definitivo. Esige perciò di tornare a Lui integra e non offuscata.


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