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Commento al Vangelo del 17 Marzo 2019 – p. Fernando Armellini

Padre Fernando Armellini, biblista Dehoniano, commenta il Vangelo di domenica 17 Marzo 2019

Perdere la testa per qualcuno nel linguaggio popolare è sinonimo di innamorarsi. Lo slancio d’amore non rinnega il razionale, ma lo oltrepassa, spazia in nuovi orizzonti, spicca il volo verso un mondo d’insospettate emozioni.

La fede è una scelta ponderata. Gesù lo ricorda a coloro che intendono divenire suoi discepoli: “Chi di voi volendo costruire una torre, non si siede prima a calcolare la spesa, se ha i mezzi per portarla a compimento?” (Lc 14,28). Ma è anche un affidarsi completo e incondizionato a Dio, un librarsi verso di lui e quindi richiede un distacco da questo mondo e dalla sua logica, è un perdere la testa.

Francesco d’Assisi che, durante la crociata, si presenta inerme al sultano viene deriso e preso per folle dai crociati. Non era pazzo, seguiva una logica diversa, era innamorato di Cristo e credeva davvero nel Vangelo.

Nel linguaggio dell’AT questo perdere la testa è reso con l’immagine del dormiveglia o del sogno. Durante il sonno di Adamo viene creata la donna (Gen 2,21); quando il torpore cade su Abramo, il Signore viene a stringere un patto con lui (prima lettura di oggi); sul monte della trasfigurazione i tre discepoli contemplano la gloria del Signore quando sono colti dal sonno (Vangelo di oggi). Sembra quasi che l’affievolimento o un certo ottundimento delle facoltà dell’uomo sia la premessa necessaria alle rivelazioni e agli interventi di Dio.

È vero: solo chi perde la testa per Cristo può credere che morendo per amore si giunge alla vita.

Per interiorizzare il messaggio, ripeteremo:
“Al Signore ho affidato la mia vita, di chi avrò timore?”.

Prima Lettura (Gn 15,5-12.17-18)

In quei giorni, 5 Dio condusse fuori Abram e gli disse: “Guarda in cielo e conta le stelle, se riesci a contarle” e soggiunse: “Tale sarà la tua discendenza”. 6 Egli credette al Signore, che glielo accreditò come giustizia. 7 E gli disse: “Io sono il Signore che ti ho fatto uscire da Ur dei Caldei per darti in possesso questo paese”. 8 Rispose: “Signore mio Dio, come potrò sapere che ne avrò il possesso?”. 9 Gli disse: “Prendimi una giovenca di tre anni, una capra di tre anni, un ariete di tre anni, una tortora e un piccione”. 10 Andò a prendere tutti questi animali, li divise in due e collocò ogni metà di fronte all’altra; non divise però gli uccelli. 11 Gli uccelli rapaci calavano su quei cadaveri, ma Abram li scacciava. 12 Mentre il sole stava per tramontare, un torpore cadde su Abram, ed ecco un oscuro terrore lo assalì.
17 Quando, tramontato il sole, si era fatto buio fitto, ecco un forno fumante e una fiaccola ardente passarono in mezzo agli animali divisi. 18 In quel giorno il Signore concluse questa alleanza con Abram: “Alla tua discendenza io do questo paese dal fiume d’Egitto al grande fiume, il fiume Eufrate”.

Il sogno di tutti i nomadi del deserto è quello di possedere una terra dove l’acqua non venga estratta dai pozzi, ma cada dal cielo; una terra dove le piogge regolari e abbondanti permettano di coltivare campi di grano, vigne e alberi da frutta; una terra dove insediarsi stabilmente, assieme alla propria famiglia e vivere in pace, “seduti tranquilli sotto la vite e sotto il fico” (Mic 4,4).

Abramo è uno di questi nomadi: è partito da un paese lontano, per anni si è spostato da un luogo all’altro come un viandante senza destino. E’ vecchio e senza figli. La sua vita sembra avviata ad una conclusione fallimentare. Un giorno però riceve la rivelazione del Signore che gli promette ciò che egli ha sempre desiderato, ma che non è mai stato in grado di ottenere: una terra (v.7.19) e una discendenza numerosa come le stelle del cielo (v.5).

Come mai Dio ha preso l’iniziativa di fare queste promesse ad Abramo? Perché a lui e non ad altri? Era forse il migliore degli uomini della terra ?

I rabbini del tempo di Gesù – convinti com’erano che il Signore concede favori solo a chi li merita – sostenevano che Abramo aveva attirato le benedizioni di Dio perché aveva praticato la misericordia e la giustizia.

È una supposizione gratuita. La Bibbia non accenna ad alcuna opera buona di Abramo e presenta la chiamata e le promesse come un dono gratuito di Dio. Abramo ebbe un unico merito, posteriore, non antecedente: “credette al Signore che glielo accreditò come giustizia” (v.6).

È la prima volta che nella Bibbia si dice che un uomo ha avuto fede in Dio.

Il verbo che noi traduciamo con credere, in ebraico significa appoggiarsi su un fondamento solido, stabile, sicuro. Non indica un’adesione intellettuale ad alcuni dogmi, ma una fiducia incondizionata concessa a una persona. Un’immagine espressiva può essere quella della sposa: quando ella afferma che “crede in suo marito” intende dire che si fida ciecamente di lui, che ripone in lui tutte le sue speranze, che gli affida il suo futuro e la sua stessa vita.

Abramo ha udito la voce di Dio e si è abbandonato fra le sue braccia, gli ha dato credito, sicuro che non sarebbe stato tradito. Questa fede “gli fu accreditata come giustizia” (v.6). E’ un’affermazione importante, ripresa anche da Paolo (Rm 4,3; Gal 3,6). Significa che Dio ha considerato giusto Abramo, non perché lo ha visto compiere azioni virtuose e meritorie, ma perché egli ha stabilito un rapporto giusto con il Signore: si è fidato delle sue parole, della sua promessa, è rimasto saldo anche quando le apparenze potevano indurlo a pensare il contrario.

La lettura descrive la risposta del Signore a questa fede: dopo aver fatto la sua promessa, Dio compie un rito per sanzionarla.

Presso i popoli antichi della Mesopotamia i patti solenni venivano stipulati con una cerimonia: si prendeva un animale (un bue, un capretto, o una pecora) e si squartava; poi, coloro che si impegnavano nel giuramento di fedeltà passavano in mezzo ai pezzi delle carni pronunciando questa formula: “Se tradirò il patto, che io venga fatto a pezzi come questo animale!”.

Nella seconda parte della lettura (vv.9-17) Dio avvalora le sue parole compiendo questo rito di alleanza. Tutto accade in una misteriosa visione. Dopo aver fatto la promessa, il Signore ingiunge ad Abramo di uccidere degli animali e di disporne le carni sui due lati di un sentiero; poi, come una fiamma di fuoco, egli passa in mezzo alle vittime.

Si noti bene: solo Dio compie il gesto dell’alleanza, Abramo non passa fra le carni degli animali. La promessa di Dio è assolutamente incondizionata, egli non pretende nulla in cambio. Sa di non poter chiedere nulla perché i figli del patriarca saranno spesso increduli e infedeli. Durante l’esodo arriveranno addirittura a pensare che il Signore li abbia condotti nel deserto per farli perire (Nm 14,1-9).

Le promesse di Dio all’uomo sono sempre gratuite. I profeti presentano Dio come lo sposo fedele sempre e in ogni caso, anche quando la sposa lo tradisce (Is 54,5-10). Il suo amore non si arrende di fronte a nessun tradimento.

Seconda Lettura (Fil 3,17-4,1)

Fratelli, 17 fatevi miei imitatori, fratelli, e guardate a quelli che si comportano secondo l’esempio che avete in noi. 18 Perché molti, ve l’ho già detto più volte e ora con le lacrime agli occhi ve lo ripeto, si comportano da nemici della croce di Cristo: 19 la perdizione però sarà la loro fine, perché essi, che hanno come dio il loro ventre, si vantano di ciò di cui dovrebbero vergognarsi, tutti intenti alle cose della terra.
20 La nostra patria invece è nei cieli e di là aspettiamo come salvatore il Signore Gesù Cristo, 21 il quale trasfigurerà il nostro misero corpo per conformarlo al suo corpo glorioso, in virtù del potere che ha di sottomettere a sé tutte le cose.
4,1 Perciò, fratelli miei carissimi e tanto desiderati, mia gioia e mia corona, rimanete saldi nel Signore così come avete imparato, carissimi!

Quando sentiamo parlare dei “nemici di Cristo”, forse pensiamo agli atei, ai membri delle sette fanatiche, a chi si comporta in modo dissoluto. Nel brano della lettera di Paolo che oggi leggiamo, i nemici di Cristo sono identificati con un gruppo di cristiani della comunità di Filippi. Essi – dice l’apostolo – “hanno come dio il loro ventre, si vantano delle cose di cui dovrebbero vergognarsi, sono tutti intenti alle cose della terra” (v.19).

Qual è il loro peccato? L’espressione a noi richiama la sensualità, la ricerca sfrenata dei piaceri del cibo e del sesso. In realtà Paolo si riferisce probabilmente all’errore di chi riduce la fede all’osservanza di pratiche tradizionali come la circoncisione, l’astensione da alcuni cibi, i digiuni e le privazioni estenuanti. Si tratta – come Paolo rileva con sarcasmo – di comportamenti che hanno tutti qualche richiamo… alla pancia.

A questo punto ci chiediamo se per essere “amici della croce di Cristo” è necessario soffrire, mortificarsi, fare sacrifici, rinunciare a tutto ciò che è piacevole.

Mortificarsi significa farsi morire e noi vogliamo vivere, non morire.

La morte, qualunque aspetto assuma, ci appare sempre come un male.

Ma non tutto quello che a noi sembra vita lo è realmente.

Gli amici della croce di Cristo sono chiamati a rinunciare solo a ciò che non è vita.

Paolo dichiara che questa è l’unica scelta saggia: “La nostra patria è nei cieli” (v.20) e ci attende la trasfigurazione del nostro misero corpo. Fedele al pensiero biblico, l’Apostolo non parla di annientamento del corpo – come invece sosteneva la filosofia greca – ma di una metamorfosi di tutta la persona che diviene conforme al corpo glorioso di Cristo.

Sbagliano dunque coloro che volgono gli occhi a questa terra come se essa fosse la dimora definitiva e fanno del “ventre” il loro Dio.

In questo mondo l’uomo è uno straniero, è un nomade, come Abramo.

Vangelo (Lc 9,28b-36)

28 Circa otto giorni dopo questi discorsi, Gesù prese con sé Pietro, Giovanni e Giacomo e salì sul monte a pregare. 29 E, mentre pregava, il suo volto cambiò d’aspetto e la sua veste divenne candida e sfolgorante. 30 Ed ecco due uomini parlavano con lui: erano Mosè ed Elia, 31 apparsi nella loro gloria, e parlavano della sua dipartita che avrebbe portato a compimento a Gerusalemme.
32 Pietro e i suoi compagni erano oppressi dal sonno; tuttavia restarono svegli e videro la sua gloria e i due uomini che stavano con lui.
33 Mentre questi si separavano da lui, Pietro disse a Gesù: “Maestro, è bello per noi stare qui. Facciamo tre tende, una per te, una per Mosè e una per Elia”. Egli non sapeva quel che diceva. 34 Mentre parlava così, venne una nube e li avvolse; all’entrare in quella nube, ebbero paura. 35 E dalla nube uscì una voce, che diceva: “Questi è il Figlio mio, l’eletto; ascoltatelo”.
36 Appena la voce cessò, Gesù restò solo. Essi tacquero e in quei giorni non riferirono a nessuno ciò che avevano visto.

Questo brano è interpretato da alcuni come una breve anticipazione dell’esperienza del paradiso, concessa da Gesù ad un gruppo ristretto di amici per prepararli a sopportare la dura prova della sua passione e morte.

Bisogna sempre essere molto circospetti quando ci si accosta a un testo evangelico perché quello che, a prima vista, può sembrare la cronaca di un fatto, ad un esame più attento, può rivelarsi un testo denso di teologia, redatto secondo i canoni del linguaggio biblico. Il racconto della trasfigurazione di Gesù, che viene riferito in modo quasi identico da Marco, Matteo e Luca, ne è un esempio.

Oggi ci soffermeremo soprattutto su alcuni particolari significativi che si ritrovano soltanto nella versione di Luca.

Solo questo evangelista specifica la ragione per cui Gesù sale sul monte: va là per pregare (v.28). Gesù è solito dedicare molto tempo alla preghiera. Non sapeva fin dall’inizio come si sarebbe svolta la sua vita, non conosceva il destino che lo attendeva, lo venne scoprendo gradualmente, attraverso le illuminazioni che riceveva durante la preghiera.

È in uno di questi momenti spiritualmente intensi che Gesù si rende conto che è chiamato a salvare gli uomini non mediante il trionfo, ma attraverso la sconfitta.

A metà del suo Vangelo, Luca comincia a rilevare i primi segnali dell’insuccesso: le folle, prima entusiaste, abbandonano Gesù, qualcuno lo prende per un esaltato e un sovversivo, i suoi nemici tramano per ucciderlo. E’ comprensibile che egli allora si interroghi sul cammino che il Padre vuole che percorra. Per questo “va sul monte a pregare”.

Durante la preghiera, il volto di Gesù cambia d’aspetto (v.29); a differenza degli altri evangelisti, Luca non parla di trasfigurazione, ma di “cambiamento d’aspetto”. Questo splendore è il segno della gloria che avvolge chi è unito a Dio. Anche il volto di Mosè diveniva brillante quando egli entrava in dialogo con il Signore (Es 34,29-35).

Ogni autentico incontro con Dio lascia qualche traccia visibile sul volto dell’uomo.

Dopo una celebrazione della Parola vissuta intensamente, tutti torniamo alle nostre case più felici, più sereni, più buoni, più sorridenti, più disposti ad essere tolleranti, comprensivi, generosi e anche i nostri volti sono più distesi e sembrano rifulgere di luce.

La luce sul volto di Gesù indica che, durante la preghiera, egli ha compreso e fatto suo il progetto del Padre; ha capito che il suo sacrificio non si sarebbe concluso con la sconfitta, ma nella gloria della risurrezione.

Durante questa esperienza spirituale di Gesù compaiono due personaggi: Mosè ed Elia (vv.30-31). Essi sono il simbolo della Legge e dei Profeti, rappresentano tutto l’AT. Tutti i libri sacri d’Israele hanno lo scopo di condurre a dialogare con Gesù, sono orientati a lui. Senza Gesù l’AT è incomprensibile, ma anche Gesù, senza l’AT, rimane un mistero. Nel giorno di Pasqua, per far capire ai discepoli il significato della sua morte e risurrezione, egli ricorrerà all’AT: “Cominciando da Mosè e da tutti i profeti – nota l’evangelista – spiegò loro in tutte le Scritture ciò che si riferiva a lui” (Lc 24,27).

Anche Marco e Matteo introducono Mosè ed Elia, ma solo Luca ricorda il tema del loro dialogo con Gesù: parlavano del suo esodo, cioè del suo passaggio da questo mondo al Padre. Ecco da dove è venuta a Gesù la luce che gli ha svelato la sua missione: dalla parola di Dio contenuta nell’AT. E’ lì che egli ha scoperto che il Messia non era destinato al trionfo, ma alla sconfitta, che doveva soffrire molto, essere umiliato e rigettato dagli uomini, come è detto del servo del Signore (Is 53).

I tre discepoli, Pietro, Giacomo e Giovanni non comprendono nulla di quanto sta accadendo (vv.32-33). Sono colti dal sonno. Difficile pensare – anche se qualcuno lo ha fatto – ad un bisogno di appisolarsi perché la salita sul monte è stata faticosa e perché pare che la scena si svolga di notte (v.37).

Notiamo un particolare: nei momenti in cui abbiamo qualche richiamo alla passione e morte di Gesù, questi tre discepoli vengono sempre colti dal sonno. Anche nell’orto degli Ulivi si mettono a dormire (Mc 14,32-42; Lc 22,45). E’ strano che proprio nei momenti cruciali essi abbiano sempre gli occhi appesantiti.

Il sonno è usato spesso dagli autori biblici in senso simbolico. Paolo, ad esempio, scrive ai Romani: “E’ ormai tempo di svegliarvi dal sonno… la notte è avanzata, il giorno è vicino” (Rm 13,11-12). Con questo richiamo pressante egli vuole scuotere i cristiani dal torpore spirituale, li invita ad aprire la mente per comprendere e assimilare la proposta morale del Vangelo.

Nel nostro racconto il sonno indica l’incapacità dei discepoli di capire e di accettare che il Messia di Dio debba passare attraverso la morte per entrare nella sua gloria.

Quando Gesù compie prodigi, quando le folle lo acclamano, i tre apostoli sono ben svegli; ma quando inizia a parlare del dono della vita, della necessità di occupare l’ultimo posto, di diventare servi, essi non vogliono capire, lentamente chiudono gli occhi ed iniziano a dormire… per continuare a sognare applausi e trionfi.

Le tre tende sono il dettaglio più difficile da spiegare (del resto l’evangelista nota che nemmeno Pietro che ne ha parlato sapeva esattamente cosa stesse dicendo).

Chi costruisce una capanna vuole fissare la sua dimora in un posto e non muoversi più, almeno per un certo tempo. Gesù invece è sempre in cammino: deve compiere un “esodo” – dice il Vangelo di oggi – ed i discepoli sono invitati a seguirlo. Le tre tende forse indicano il desiderio di Pietro di fermarsi per perpetuare la gioia sperimentata in un momento di intensa preghiera con il Maestro.

Per comprendere meglio possiamo rifarci alla nostra esperienza: dopo aver dialogato a lungo con Dio non torniamo volentieri alla vita di ogni giorno. I problemi e i drammi concreti che dobbiamo affrontare ci fanno paura. Sappiamo però che l’ascolto della parola di Dio non è tutto. Non si può passare tutta la vita in chiesa o nella casa dei ritiri spirituali, è necessario uscire per incontrare e servire i fratelli, per aiutare chi soffre, per essere vicini a chiunque ha bisogno di amore. Dopo aver scoperto nella preghiera il cammino da percorrere, bisogna mettersi in cammino con Gesù che sale a Gerusalemme per donare la vita.

La nube (v.34), specialmente quando scende sulla cima di un monte, indica – secondo il linguaggio biblico – la presenza invisibile di Dio. Soprattutto nell’Esodo è frequente il richiamo alla nube: Mosè entra nella nube che copre il monte (Es 24,15-18), la nube scende sulla tenda del convegno e Mosè non può entrare perché in essa è presente il Signore (Es 40,34s.).

Pietro, Giacomo e Giovanni sono dunque introdotti nel mondo di Dio e lì hanno l’illuminazione che fa loro comprendere il cammino del Maestro: il conflitto con il potere religioso, la persecuzione, la passione e la morte. Si rendono conto che anche il loro destino sarà lo stesso e hanno paura.

Da questa nube esce una voce (v.35): è l’interpretazione di Dio su tutto quanto accadrà a Gesù. Per gli uomini sarà lo sconfitto, per il Padre “l’eletto”, il servo fedele del quale si compiace.

Gradito a Dio è chi ne segue le orme. Ascoltate lui – dice la voce del cielo – anche quando egli sembra proporre cammini troppo difficili, strade troppo anguste, scelte paradossali e umanamente assurde.

Alla fine dell’episodio (v.36) Gesù rimane solo. Mosè ed Elia scompaiono. Questo particolare indica la funzione dell’AT: portare a Gesù, far comprendere Gesù. Alla fine gli occhi devono rimanere puntati su di lui.

Non è facile credere alla rivelazione di Gesù e accettare la sua proposta di vita. Non è facile seguirlo nel suo “esodo”. Fidarsi di lui è molto rischioso: è vero che egli promette una gloria futura, ma ciò che l’uomo sperimenta qui ed ora è la rinuncia, il dono gratuito di sé. Il seme gettato nella terra è destinato a produrre molto frutto, ma oggi, ciò che lo attende è la morte. Quando e come potrà essere assimilata questa “sapienza di Dio” così contraria alla logica dell’uomo?

La risposta viene data dall’annotazione, apparentemente superflua, con cui inizia il Vangelo di oggi. L’episodio della “trasfigurazione” è collocato da Luca otto giorni dopo che Gesù ha fatto l’annuncio drammatico della sua passione, morte e risurrezione, otto giorni dopo che ha enunciato le condizioni per chi lo vuole seguire: “rinneghi se stesso e prenda la sua croce, ogni giorno” (Lc 9,22-27).

L’ottavo giorno per i cristiani ha un significato ben preciso: è il giorno dopo il sabato, il giorno del Signore, quello in cui la comunità si raduna per ascoltare la Parola e per lo spezzar del pane (Lc 24,13).

Ecco allora cosa intende dire Luca con il richiamo all’ottavo giorno: ogni domenica i discepoli che si ritrovano per celebrare l’Eucaristia salgono “sul monte”, vedono il volto del Signore trasfigurato, cioè risorto, verificano nella fede che il suo “esodo” non si è concluso con la morte e odono nuovamente la voce del cielo che rivolge l’invito: Ascoltate lui!

Pietro, Giacomo e Giovanni, scesi dal monte, “in quei giorni non dissero nulla a nessuno di quello che avevano visto” (v.36). Non potevano parlare di ciò che non avevano capito: l’esodo di Gesù non si era ancora compiuto. Noi oggi, uscendo dalle nostre chiese, possiamo invece annunciare a tutti ciò che la fede ci ha fatto scoprire: chi dona la vita per amore entra nella gloria di Dio.

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