Commento al Vangelo del 17 Giugno 2018 – Figlie della Chiesa

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Due piccole parabole in questo vangelo della domenica: con queste Gesù invita alla fiducia, alla pazienza e alla speranza. Egli vuol farci comprendere come il Regno che lui annuncia e semina nel mondo cresce e matura lentamente, ma non lo può definire con esattezza e con poche parole, per questo ricorre alle parabole.

Il regno di Dio è come … (Mc 4, 26-29). Quando Dio pianta qualcosa, certamente crescerà perché è fecondata dalla sua presenza operosa. Gesù vuol farci comprendere come Dio sta operando per la costruzione del suo Regno, che è opera sua: dopo che Lui l’ha seminato tra gli uomini – con Gesù -, quando getta un seme, questo cresce in modo impercettibile e irresistibile, nessuno può far nulla per bloccare la sua crescita o farlo crescere più in fretta. Non serve l’opera dell’uomo, il suo efficientismo, i suoi programmi. Dio è l’unico protagonista in questa impresa che è la storia della Salvezza. Senza alcun intervento esterno. Ecco: Che tu dorma o vegli, di notte o di giorno, il seme germoglia e cresce. Le cose di Dio fioriscono per una misteriosa forza interna, per la straordinaria energia segreta di tutto ciò che è buono, vero e bello. In tutte le persone, nel mondo e nel cuore, nonostante i nostri dubbi, Dio matura. E nessuno può sapere di quanto il buon grano di Dio abbia bisogno per maturare nelle persone. E’ rasserenante pensare che il Regno è dono di Dio e che la prima responsabilità nel realizzarlo è totalmente sua. E noi se vogliamo collaborare veramente all’edificazione del Regno dobbiamo prima di tutto metterci in atteggiamento di fiducia, umiltà e pazienza.

E proprio per farci comprendere questo atteggiamento di fiducia di pazienza che in questa parabola Gesù mette in evidenza tre tappe: semina, crescita e mietitura. In un contesto di agricoltori come era ai tempi di Gesù, l’esempio portato nella parabola era molto comprensibile, il contadino – Dio – fa due azioni, semina e miete, poi c’è un lungo periodo di attesa e se pensiamo ai proverbi nostri quando si dice sotto la neve pane, anche per noi questo è un esempio fortissimo. Il seminatore rimane inerte ed aspetta che quel seme – Gesù – diventi attivo, si maceri per diventare una piantina che cresce e sfamerà l’umanità, però l’azione del contadino è importante: senza la sua opera di semina non ci sarà la crescita della piantina e senza la mietitura tutto il grano verrà distrutto.

Cosa significa tutto questo? Gesù vuole insegnare a tutti noi che il nostro contributo nello sviluppo del Regno è determinante. Il Regno di Dio ha bisogno dell’agricoltore: sicuramente è il Padre, è Gesù, ma il seme è Gesù stesso, e il vangelo è applicato ai discepoli che devono svolgere la medesima funzione.

La parabola dice che il regno è stato seminato e che sta crescendo. Usando questo simbolo si dice dinamicità intrinseca: il regno di Dio ha vitalità e forza sufficienti per giungere a maturazione: se viene accolto si può essere sicuri che il regno di Dio farà il suo cammino. Come il seme caduto in terra buona effettua da sé la crescita, così il regno di Dio matura per dono di Dio stesso. Il vangelo ha una propria efficacia. L’efficacia del vangelo non dipende dallo sforzo continuo di farlo crescere, ma dalla semina e poi dalla propria efficacia. Allora quando si parla del vangelo dovremmo aver chiara la fiducia che abbiamo in Dio. All’uomo viene chiesta un’attesa fiduciosa nel risultato finale, quindi di liberarsi da affanni inutili.

La seconda parabola, il regno di Dio è come un granello di senape, (vv 30-32), ci dà una grandiosa visione di speranza che incoraggia i credenti all’atteggiamento della pazienza. Gesù invita a non aver paura, ad aver fiducia nel piccolo, nel semplice e nel debole perché solo così ci lasciamo guidare dalla Sua operosità e diventando così collaboratori affidabili del suo Regno a non pretendere chissà quali risultati e lasciare invece che le cose si sviluppino gradualmente: il seme è gettato.

Vedendolo esordire così poveramente, i discepoli potevano chiedersi con inquietudine quale sarebbe stato il suo destino. Poiché gli effetti della predicazione di Gesù potevano sembrare lenti e non rispondenti alle attese di frutti immediati o spettacolari, Gesù li rassicura esortandoli a considerare la natura e le sue leggi. Il seme che cresce diventa un albero imponente e porta frutti, diventa la lezione continua da opporre alle inquiete e soggettive accelerazioni che l’uomo vuole imprimere alla storia e al progetto di Dio. Il momento presente è da considerare in funzione di un avvenire che appartiene a Dio. Il seme che Gesù ha gettato, il Regno dei cieli che ha annunciato con la predicazione del vangelo, può sembrare una piccola cosa, della quale non si vedono frutti immediati spettacolari, ma questa è la logica del Regno: da poveri e invisibili inizi nascerà la grandezza del Regno di Dio. Una grandezza diversa dalla logica di questo mondo, essa è fatta di piccolezza semplicità quotidianità, non di arroganza e prepotenza. Gesù chiede in sostanza fiducia assoluta in lui. Anche se al momento le cose sembrano andare male, il Regno di Dio è potenza di Dio e darà frutto a suo tempo.

Gesù invita sì alla speranza, ma soprattutto vuole suggerire una maniera diversa di immaginare la presenza di Dio nella storia. Il discorso in parabole che Gesù presenta in questo capitolo ha proprio lo scopo di far intuire la logica nuova del Regno. Il suo mistero si manifesta a coloro che superano un ragionamento umano di pensare che le cose hanno valore e importanza solo quando si presentano grandiose e potenti. Gesù nel vangelo ci invita a riporre fiducia nelle cose piccole, semplici perché solo così ci lasciamo guidare dalla sua operosità diventando in tal modo collaboratori più affidabili nel cantiere del suo Regno.

Appendice

L’uomo getta il chicco nel terreno, quando affida al suo cuore generose risoluzioni. Poi dorme, perché riposa già nella speranza di un’opera buona. Tuttavia, egli si alza di notte e di giorno, perché deve procedere in mezzo a circostanze felici o avverse.

Il seme germoglia e viene su senza che egli sappia come, giacché la virtù, una volta concepita, progredisce senza che sia possibile misurarne l’avanzamento.

La terra da se porta frutto, perché la grazia preveniente di Dio aiuta l’uomo a far spuntare buone opere.

La terra dapprima produce erba, poi la spiga, e infine il grano pieno nella spiga. L’erba rappresenta i teneri inizi del bene; la spiga significa che la virtù concepita nell’animo sta facendo progressi; il grano maturo vuoi dire che l’impianto della virtù è abbastanza robusto per compiere un lavoro consistente e accurato.

Quando il frutto è pronto, subito si mette mano alla falce, perché è venuta la mietitura.

Allorché l’Onnipotente ha fatto maturare il grano, vale a dire quando dirige ognuno verso la sua perfezione, da mano alla falce, pronunziando il suo giudizio e mettendo termine alla vita mortale; poi miete per ammassare il frumento nei granai del cielo.

Quando concepiamo buoni desideri, gettiamo in terra il chicco; dando inizio al bene, siamo erba; crescendo nelle buone opere diventiamo spiga, e consolidandoci nella perfezione arriviamo ad essere la spiga turgida di chicchi.

Se dunque noti qualcuno ancora incerto nel bene, come grano in erba, non lo canzonare, perché in lui sta spuntando il frumento di Dio. Gesù dice ancora: A che cosa possiamo paragonare il regno di Dio o con quale parabola possiamo descriverlo? Esso e come un granellino di senapa che, quando viene seminato per terra è il più piccolo di tutti i semi che sono sulla terra.

Il regno di Dio rappresenta la predicazione del vangelo e la conoscenza delle Scritture, che sono la via verso la vita. Gesù parlava di questo allorché affermò ai sommi sacerdoti e agli anziani del popolo: Vi sarà tolto il regno di Dio e sarà dato a un popolo che lo farà fruttificare. (Mt 21,43) Il Regno è perciò davvero simile a un granellino di senapa che il seminatore getta nel suo campo.

Solitamente si dice che il seminatore della parabola raffigura Cristo Salvatore, perché egli semina la salvezza nell’anima dei fedeli. Un’altra interpretazione vede nel seminatore l’uomo stesso che getta il chicco nel terreno del suo cuore.

La nostra anima riceve il grano della predicazione, lo semina nel cuore, lo conserva in vita e lo fa moltiplicare grazie al calore della fede.

Questo seme è il più piccolo di tutti i semi che sono sulla terra; ma appena seminato cresce e diviene più grande di tutti gli ortaggi e fa rami tanto grandi che gli uccelli del cielo possono ripararsi alla sua ombra.

La predicazione del vangelo è la più modesta di tutte le dottrine filosofiche. Essa annunzia lo scandalo della croce, e in priorità insegna la fede nella morte e nella risurrezione di nostro Signore Gesù Cristo, uomo e Dio. Se paragoni questa dottrina a quella dei filosofi, ai loro sistemi, al loro volumi, allo splendore dell’eloquenza e allo sfoggio di cultura dei loro discorsi, vedrai subito come il vangelo sia il più piccolo fra tutti i semi.

Eppure tutte quelle dottrine non hanno nulla di vivo, di concreto o di essenziale, ma si esauriscono facilmente, diventando flaccide e marce come ortaggi e verdure che avvizziscono e sono gettati via. La predicazione evangelica, al contrario, pur sembrando minuscola in apertura, spuntando contemporaneamente nell’anima del fedele e nel mondo intero, non secca come l’erba ma cresce a misura di albero. Il chicco di senape, seminato in terra o nel campo del Signore, non da un ortaggio ma cresce e si trasforma in albero. Il suo sviluppo supera in altezza, dimensione e longevità tutte le piante ortofruttifere.

L’albero della predicazione evangelica si pianta, elevando gli spiriti degli ascoltatori e facendo loro desiderare le realtà supreme. Quest’albero stende lunghi rami, perché i predicatori annunziano il vangelo nel mondo intero. Esso eccelle per durata di vita, dato che la verità che i predicatori annunziano non avrà mai fine.

Sotto la sua ombra nidificano gli uccelli del cielo, perché le anime dei fedeli sono avvezze a volare verso l’alto con il desiderio e a fissare lassù il cuore, dimentiche di quello che passa, secondo questa parola del salmista: Sotto le sue ali troverai rifugio. (Sal 90,4)

Lo stesso la sposa del Cantico dei cantici cioè la Chiesa, composta dalle anime dei santi proclama con fierezza: Alla sua ombra, cui anelavo mi siedo e dolce è il suo frutto al mio palato. (Ct 2,3) Ciò significa in altri termini: Abbandonando ogni consolazione, mi sono posta sotto la protezione di Dio che desideravo vedere. È tale l’allegrezza di vederlo e la sua presenza è così dolce al mio cuore che forzatamente devo disprezzare, anzi rigettare, tutto quello che non è l’amato. (Commento di san Beda Il Venerabile, in Marci evangelium expositio I,4 PL 92,172-174)

Siamo le piante del regno di Dio

Quando concepiamo buoni desideri, gettiamo il seme nella terra. Quando cominciamo ad operare rettamente, siamo lo stelo. Quando cresciamo maggiormente nell’opera buona, arriviamo alla spiga. Quando ci rafforziamo nella perfezione della nostra condotta, ormai produciamo il chicco peno nella spiga. (Gregorio Magno, Omelie su Ezechiele 2,3,5)

Il giardino di Cristo

Seminiamo questo grano di senape nel nostro petto; in modo che cresca per noi in un grande albero d’intelligenza e si alzi verso il cielo in tutta l’altezza dell’intelletto e si diffonda interamente nei rami del sapere; e così arda le nostre bocche accese dal vigoroso sapore del suo frutto; e in tal modo con tutto il fuoco del suo seme arda e bruci nel nostro petto; e il gusto di questo l’albero ci tolga internamente la nausea dell’ignoranza … simile a un grano di senape è il regno di Dio … il regno è cristo, che, come un grano di senape, seminato nell’orto di un corpo verginale, in tutto il mondo è cresciuto nell’albero della core e, quando veniva triturato dalla sua passione, ha emesso un così forte sapore del suo frutto da insaporire e render gustoso col su0o contatto ugualmente tutto ciò che ha vita. Infatti, nella interezza di un grano di senape esiste una qualità occulta, ma tale sua qualità si rivela con grandissima potenza, se viene triturato. Così volle essere triturato nel corpo Cristo, che non volle che la sua forza rimanesse nascosta … E che dire di più? Egli è diventato tutto per rinnovare in sé tutti. Cristo uomo ha ricevuto il grano di senape, cioè Cristo uomo ha ricevuto il regno di dio, che aveva sempre avuto Cristo Dio. Lo ha seminato nel suo giardino; cita spesso la sposa di questo giardino nel Cantico dei Cantici, dicendo: Giardino cintato (Ct 4,12). Il giardino significa la coltivazione diffusa in tutta la terra dal vomere del Vangelo, chiuso dagli stimoli della disciplina, purificato do ogni pessima erba dal lavoro degli apostoli, ameno per i virgulti dei fedeli, i gigli delle vergini, le rose dei martiri, la verzura, odoroso di fiori eterni. Cristo ha seminato così il grano di questa senape nel suo giardino, cioè con la promessa del suo regno, che ha messo radici nei patriarchi, è nato nei profeti, è cresciuto negli apostoli, ha prodotto nella Chiesa un grande albero, ha sviluppato molteplici rami nei vari doni (Pietro Crisologo, Sermoni 98, 3.5.6)

Cari fratelli e sorelle,

la liturgia odierna ci propone due brevi parabole di Gesù: quella del seme che cresce da solo e quella del granello di senape (cfr Mc4,26–34). Attraverso immagini tratte dal mondo dell’agricoltura, il Signore presenta il mistero della Parola e del Regno di Dio, e indica le ragioni della nostra speranza e del nostro impegno.

Nella prima parabola l’attenzione è posta sul dinamismo della semina: il seme che viene gettato nella terra, sia che il contadino dorma sia che vegli, germoglia e cresce da solo. L’uomo semina con la fiducia che il suo lavoro non sarà infecondo. Ciò che sostiene l’agricoltore nelle sue quotidiane fatiche è proprio la fiducia nella forza del seme e nella bontà del terreno. Questa parabola richiama il mistero della creazione e della redenzione, dell’opera feconda di Dio nella storia. E’ Lui il Signore del Regno, l’uomo è suo umile collaboratore, che contempla e gioisce dell’azione creatrice divina e ne attende con pazienza i frutti. Il raccolto finale ci fa pensare all’intervento conclusivo di Dio alla fine dei tempi, quando Egli realizzerà pienamente il suo Regno. Il tempo presente è tempo di semina, e la crescita del seme è assicurata dal Signore. Ogni cristiano, allora, sa bene di dover fare tutto quello che può, ma che il risultato finale dipende da Dio: questa consapevolezza lo sostiene nella fatica di ogni giorno, specialmente nelle situazioni difficili. A tale proposito scrive Sant’ Ignazio di Loyola: «Agisci come se tutto dipendesse da te, sapendo poi che in realtà tutto dipende da Dio» (cfr Pedro de Ribadeneira, Vita di S. Ignazio di Loyola, Milano 1998).

Anche la seconda parabola utilizza l’immagine della semina. Qui, però, si tratta di un seme specifico, il granello di senape, considerato il più piccolo di tutti i semi. Pur così minuto, però, esso è pieno di vita; dal suo spezzarsi nasce un germoglio capace di rompere il terreno, di uscire alla luce del sole e di crescere fino a diventare «più grande di tutte le piante dell’orto» (cfr Mc 4,32): la debolezza è la forza del seme, lo spezzarsi è la sua potenza. E così è il Regno di Dio: una realtà umanamente piccola, composta da chi è povero nel cuore, da chi non confida nella propria forza, ma in quella dell’amore di Dio, da chi non è importante agli occhi del mondo; eppure proprio attraverso di loro irrompe la forza di Cristo e trasforma ciò che è apparentemente insignificante.

L’immagine del seme è particolarmente cara a Gesù, perché esprime bene il mistero del Regno di Dio. Nelle due parabole di oggi esso rappresenta una «crescita» e un «contrasto»: la crescita che avviene grazie a un dinamismo insito nel seme stesso e il contrasto che esiste tra la piccolezza del seme e la grandezza di ciò che produce. Il messaggio è chiaro: il Regno di Dio, anche se esige la nostra collaborazione, è innanzitutto dono del Signore, grazia che precede l’uomo e le sue opere. La nostra piccola forza, apparentemente impotente dinanzi ai problemi del mondo, se immessa in quella di Dio non teme ostacoli, perché certa è la vittoria del Signore. È il miracolo dell’amore di Dio, che fa germogliare e fa crescere ogni seme di bene sparso sulla terra. E l’esperienza di questo miracolo d’amore ci fa essere ottimisti, nonostante le difficoltà, le sofferenze e il male che incontriamo. Il seme germoglia e cresce, perché lo fa crescere l’amore di Dio. La Vergine Maria, che ha accolto come «terra buona» il seme della divina Parola, rafforzi in noi questa fede e questa speranza. (Papa Benedetto XVI, Angelus 17 giugno 2012)

Fonte: Figlie della Chiesa

LEGGI IL BRANO DEL VANGELO
X DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO – ANNO B

Puoi leggere (o vedere) altri commenti al Vangelo di domenica 10 Giugno 2018 anche qui.

Battezzate tutti i popoli nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo.

Dal Vangelo secondo Marco
Mc 3, 20-35

In quel tempo Gesù entrò in una casa e di nuovo si radunò una folla, tanto che non potevano neppure mangiare. Allora i suoi, sentito questo, uscirono per andare a prenderlo; dicevano infatti: “È fuori di sé”.
Gli scribi, che erano scesi da Gerusalemme, dicevano: “Costui è posseduto da Beelzebùl e scaccia i demòni per mezzo del capo dei demòni”. Ma egli li chiamò e con parabole diceva loro: “Come può Satana scacciare Satana? Se un regno è diviso in se stesso, quel regno non potrà restare in piedi; se una casa è divisa in se stessa, quella casa non potrà restare in piedi. Anche Satana, se si ribella contro se stesso ed è diviso, non può restare in piedi, ma è finito. Nessuno può entrare nella casa di un uomo forte e rapire i suoi beni, se prima non lo lega. Soltanto allora potrà saccheggiargli la casa. In verità io vi dico: tutto sarà perdonato ai figli degli uomini, i peccati e anche tutte le bestemmie che diranno; ma chi avrà bestemmiato contro lo Spirito Santo non sarà perdonato in eterno: è reo di colpa eterna”. Poiché dicevano: “È posseduto da uno spirito impuro”.
Giunsero sua madre e i suoi fratelli e, stando fuori, mandarono a chiamarlo. Attorno a lui era seduta una folla, e gli dissero: “Ecco, tua madre, i tuoi fratelli e le tue sorelle stanno fuori e ti cercano”. Ma egli rispose loro: “Chi è mia madre e chi sono i miei fratelli?”. Girando lo sguardo su quelli che erano seduti attorno a lui, disse: “Ecco mia madre e i miei fratelli! Perché chi fa la volontà di Dio, costui per me è fratello, sorella e madre”.

Parola del Signore

Fonte: LaSacraBibbia.net

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