Commento al Vangelo del 17 febbraio 2019 – Piero Stefani

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Alzàti gli occhi verso i suoi discepoli

È tipico di Luca presentare gli atti prima delle parole che ne svelano il senso. La comprensione di quanto è avvenuto ha luogo in un secondo momento (cf. Lc 24,19; At 1,1; 10,39).

Le beatitudini poste da Matteo all’inizio dell’attività pubblica di Gesù, in Luca coronano una lunga serie di atti già compiuti dal Maestro. Gesù aveva predicato nella sinagoga di Nazaret, era stato rifiutato dai suoi compaesani (cf. Lc 4,16-30), aveva guarito un indemoniato a Cafarnao (cf. Lc 4,31-37) e risanato altri malati (cf. Lc 4,38-41), aveva annunciato il Regno (cf. Lc 4,42-44) e chiamato i primi discepoli (cf. Lc 5,1-10), aveva compiuto altre guarigioni (cf. Lc 5,12-16), chiamato Levi dal banco delle imposte (cf. Lc 5, 27-32), sostenuto discussioni con i propri avversari e infine aveva scelto i Dodici qualificandoli come apostoli (cf. Lc 6, 12-19).

Nei fatti si stava realizzando quanto Luca aveva messo sulle labbra del vecchio Simeone: Gesù è posto per la caduta e la risurrezione di molti in Israele ed è segno di contraddizione (cf. Lc 2,34). Nel Vangelo di Matteo prima delle beatitudini Gesù aveva già chiamato i primi discepoli e aveva compiuto alcune guarigioni, ma non si era ancora scontrato con il muro del rifiuto. Forse per questo in Matteo non ci sono «guai», mentre Luca non è nelle condizioni di prescindere da un linguaggio duale.

Il discorso della pianura non è piano: alle quattro beatitudini si contrappongono i quatto «guai»; non solo, l’ultima e più articolata beatitudine si riferisce apertamente al linguaggio della persecuzione, dell’odio, del disprezzo. Le linee di demarcazione si fanno meno nette. Bisogna rallegrarsi per due motivi: per la ricompensa in cielo e per l’essere associati a quanto capitò agli antichi profeti (cf. Lc 6,23). […]

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