Commento al Vangelo del 16 gennaio 2011 – Paolo Curtaz

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Seconda domenica, anno di Matteo

Is 49,3.5-6/1Cor 1,1-5/ Gv 1,29-34

Eccolo

Giovanni evangelista continua la sua riflessione, come una coda all’evento del battesimo.

Non gli basta testimoniare il gesto di un Dio penitente.

Non gli basta dire quanto questo Dio sia sodale con gli uomini, da subito, per sempre.

Non gli basta avere sentito al suo stupito maestro, il Battista, dal suo nuovo Maestro, Gesù:

«Lasciami fare».

Lasciamolo fare, cercatori di Dio, in questo anno che alza il sipario.

Lasciamo che sis Gesù a riempire i nostri giorni, a colmare la nostra ricerca.

E Giovanni si fa prestare la voce da Giovanni e manifesta la sua fede, professa da subito la sua scoperta: Jeoshua bar Joseph, di Nazareth è il Figlio di Dio.

L’atteso. L’inaudito.

Non siamo cristiani per solleticare la nostra devozione. Siamo cristiani perché crediamo che il falegname di Nazareth è la presenza stessa dell’Altissimo. Gesù non è un brav’uomo, un profeta incompreso, è il sigillo di Dio, il suo volto osteso e manifesto.

Ma Giovanni, i due Giovanni, osano di più.

Giovanni vede Gesù venire verso di lui.

Sempre Dio prende l’iniziativa, sempre è lui a farsi vicino.

E afferma: egli è l’agnello.

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L’Agnello

L’agnello, l’animale che viene ucciso senza un lamento.

L’agnello, simile al capro che il giorno di Kippur era caricato di tutti i peccati del popolo e poi lasciato libero nel deserto.

Giovanni vede già, in quell’uomo, la determinazione e la mitezza, la forza e la rassegnazione.

Resta senza parole, la voce.

No, si era sbagliato il Battista. Il Messia non sarebbe venuto per gettare la pula nel fuoco inestinguibile, non c’era nessuna ascia pronta ad abbattere nessun albero. Il Messia, quel Messia, avrebbe zappato e concimato l’albero, in attesa di un improbabile cambiamento.

Lo stupore del Battista è il nostro, la sua meditazione è la nostra: è sempre così inatteso il nostro Dio, sempre così diverso da come ce lo immaginiamo!

Lo Spirito

Lo stupore cresce, si allarga, Ora Giovanni è sicuro di ciò che, guardando, ha visto: lo Spirito scende con abbondanza su Gesù, lo abita. I gesti che Gesù compie sono colmi di interiorità, densi di spiritualità, cola sui vestiti la profondità che lo abita.

Non è l’apparenza, ma l’essenza che stupefà il battezzatore.

Gesù è ricolmo di Spirito, prima ancora che pronunci una sola parola.

Meglio: Gesù è colui che è in grado di donare spirito in abbondanza,

Il figlio

Giovanni proclama ancora: Gesù è il figlio di Dio.

Non un grande uomo, non un profeta, non un uomo di tenerezza e compassione, egli è la presenza stessa di Dio.

Non c’è mediazione su questo, non reggono i sofismi e i sottili ragionamenti: la comunità primitiva crede che Gesù di Nazareth, potente in parole ed opere, non sia solo ispirato da Dio, ma parli con le parole stesse di Dio poiché in lui abita la presenza stessa del Verbo di Dio.

Dio è accessibile, visibile, chiaro, manifesto, incontrabile, evidente; si racconta, si spiega, si dice, si rivela.

Non lo conoscevo

Giovanni ammette Non lo conoscevo. Il più grande fra i profeti, il coerente, l’intransigente, il nazoreo votato a Dio, l’asceta, il precursore il mistico, afferma candidamente di non avere ancora conosciuto il Signore, di non avere capito fino in fondo la portata immensa della sua venuta. Possiamo essere discepoli da anni, avere pregato e conosciuto, meditato e studiato, percorso i sentieri dei pellegrini allo sfinimento senza conoscere ancora la pienezza di Dio.

Non si è mai definitivamente arrivati alla pienezza.

Testimoni

Questo è ciò in cui crede la comunità di Giovanni.

Così come Isaia sogna la comunità di Israele non più chiusa in se stessa, intenta a proteggersi, ma aperta all’annuncio del vero volto di Dio alle nazioni straniere, così come Paolo augura ai cristiani di Corinto, città delirante e violenta, di essere santi perché santificati da Cristo, anche noi siamo chiamati a dare testimonianza al Figlio di Dio.

A credere e dire che Dio viene incontro ad ogni uomo, che perdona e salva, che si fa carico di ogni nostra tenebra, che non ignora il peccato, lo assume, che paga i debiti che abbiamo contratto con la vita, che non spegne la fiamma vacillante ed è disposto a portare su di sé ogni dolore, ogni violenza, ogni follia.

A credere e dire che solo riprendendo in mano la spiritualità, rimettendo al centro dell’annuncio il dono dello Spirito possiamo riconoscere i passi di Dio nella nostra vita.

A credere e dire che noi proclamiamo che Gesù, nostro maestro, uomo straordinario, è la presenza stessa di Dio, un Dio che si vuol far conoscere, il Dio a cui convertire il nostro cuore abitato da visioni piccine e demoniache della divinità.

Ad ammettere che di lui ancora non sappiamo, luce tenebrosa, mistero luminosissimo.

 

Il mondo non ha bisogno di stanche comunità di scipiti cristiani che stentano ad assolvere i compiti istituzionali, ma gruppi di discepoli riempiti dalla luce, testimoni credibili come il Battista e il suo discepolo Giovanni.