Commento al Vangelo del 16 Dicembre 2018 – Figlie della Chiesa

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In questa terza domenica di Avvento dell’anno C, la liturgia della Parola ci invita a dilatare il cuore per far crescere la speranza di una gioia fondata e duratura.

La prima lettura è esplicita in questo senso, il profeta Sofonia (3,14-18a) infatti, offre espressioni capaci di far vibrare tutto il nostro essere: “Gioisci, figlia di Sion, esulta Israele, e rallegrati con tutto il cuore, figlia di Gerusalemme! […] Il Signore tuo Dio in mezzo a te è un salvatore potente. Esulterà di gioia per te, ti rinnoverà con il suo amore, si rallegrerà per te con grida di gioia, come nei giorni di festa”.

Sofonia sembra comporre una musica che convoca alla danza della speranza mostrandoci l’amore invincibile di Dio per noi e ce ne fa godere, aprendoci alla consapevolezza che è possibile pregustare ciò che il Signore in mezzo a noi sta operando come “salvatore potente”.

Anche Paolo, nella lettera ai Filippesi (4,4-7) sollecita con insistenza alla gioia perché “il Signore è vicino” e perché la “pace di Dio, che sorpassa ogni intelligenza, custodirà i vostri cuori e i vostri pensieri in Cristo Gesù”.

Questa pace supera” ogni intelligenza” sia perché va al di là della capacità umana di comprensione, sia perché realizza più di quanto siamo in grado di concepire.

Proprio alla luce di queste due letture dell’Antico e del Nuovo Testamento possiamo accingerci a riflettere sul Vangelo di Lc 3,10-18 il cui protagonista principale è Giovanni Battista. Egli proclama la buona notizia, annuncia la venuta del Messia.

Nel v. 8 sta il cuore della pericope proposta, la sintesi del brano evangelico odierno: “fate opere degne di conversione”. Non basta parlare di conversione del cuore… E’ possibile constatare tale cambiamento di vita attraverso i frutti, attraverso “opere degne” di tale conversione. Il cuore dell’uomo si apre alla vita quando accetta il dinamismo dell’amore che lo trasforma di giorno in giorno nella risposta concreta e quotidiana alle proprie responsabilità.

Ed allora è lo stesso Dio che esulta e grida di gioia perché gode nel vedere l’uomo disposto al cambiamento e a lasciarsi rinnovare dal suo amore.

I vv. 10-14 sono tipici del Vangelo di Luca e si rivolgono ad alcune categorie concrete di persone, che hanno il cuore ben disposto.

Al contrario, i capi religiosi mostrano di non essere inclini a pentirsi e questo è chiaro dove leggiamo che i dottori della legge e i farisei “non facendosi battezzare da lui hanno reso vano per loro il disegno di Dio” (7,30; cfr 20,5).

Invece i giudei di estrazione comune o coloro che vivono ai margini della società come i pubblicani e i soldati sono i destinatari che mostrano un atteggiamento positivo, interessato, desideroso di immettersi nella via della conversione.

 

v.10: “Che cosa dobbiamo fare?”: è la domanda che viene ripetuta anche nei vv. 12 e14.

In questo versetto il quesito viene messo sulle labbra delle folle.

La predicazione del Battista ha raggiunto il suo fine, è stata efficace perché ha toccato le persone presenti, sollecitandole ad una nuova mentalità ed esse sentono l’esigenza di diventare ciò che hanno compreso con l’intelligenza e con il cuore ponendo questa concreta domanda: “che cosa dobbiamo fare?”.

Si cerca una risposta autorevole proprio come in altri brani di Luca, dove viene rivolta a Gesù la medesima domanda da parte di un dottore della legge e da un notabile: “che cosa devo fare per ereditare la vita eterna?” (10,25 e 18,18).  Vale la pena andare a rileggere personalmente le risposte di Gesù.

Lo stesso quesito ricorre tre volte anche negli Atti degli apostoli. Gli uomini della Giudea e di Gerusalemme dopo la proclamazione del kerigma da parte di Pietro si sentono trafiggere il cuore e chiedono: “che cosa dobbiamo fare, fratelli?” (2;37).

È la medesima domanda del carceriere che, edificato dalla testimonianza di Paolo e Sila si getta ai loro piedi e chiede: “signori, che cosa devo fare per essere salvato?” (16,30).

Infine quando Paolo cade a terra sulla strada di Damasco e a Gesù il Nazareno che egli perseguita chiede: “che cosa devo fare Signore?” (22,10).

Il “che cosa devo fare” nasce da una trafittura del cuore, da un’esperienza di forza e di luce che interpella e a cui non si può fare a meno di rispondere perché è tutto l’essere dell’uomo che vibra ed è spinto al cambiamento.

 

v.11: “Chi ha due tuniche, ne dia una a chi non ne ha; e chi ha da mangiare faccia altrettanto” Il Battista non propone di offrire sacrifici o praticare digiuni, ma spinge a scelte più radicali cioè a una sollecitudine disinteressata per i propri fratelli che sono nel bisogno. Egli non invita ad un devozionismo pio come richiedeva la legge ebraica, ma a qualcosa di più ordinario e quotidiano: l’attenzione al prossimo.

Il precursore orienta verso necessità concrete come il cibo e il vestiario, essi sono bisogni basilari dell’esistenza umana; le risposte quindi sono precise e inconfondibili non c’è possibilità di addurre pretesti o giustificazioni.

Le proposte di Giovanni sono radicali, ma nella norma, Gesù le supererà nel discorso della montagna (nei tre famosi capitoli di Mt 5-7) che per Luca è il discorso della pianura ed assume coloriture sue tipiche (cfr Lc 6,17-49).

 

vv.12-13: “Non esigete nulla di più di quanto vi è stato fissato” I protagonisti di questi versetti sono i pubblicani, una categoria di persone disprezzata sia dai giudei che dai pagani in quanto considerata come una classe che possiede una moralità scadente a causa della professione esercitata: essi infatti, potevano avere la tentazione di usurpare i diritti altrui mediante un arricchimento illecito.

Luca capovolge le aspettative normali e i pregiudizi del tempo; i pubblicani infatti desteranno meraviglia per la risposta pronta alla predicazione di Gesù.

Questo lo vediamo in alcuni passi emblematici del Vangelo di Luca come in 15,1 dove essi si avvicinano a Gesù per ascoltarlo mentre i farisei e gli scribi mormorano scandalizzati contro di lui; in 19,2 incontriamo Zaccheo, “ […] capo dei pubblicani e ricco” il quale cercava di vedere quale fosse Gesù”; e al capitolo 18 (vv 9-15) dove ci è presentato il pubblicano che torna a casa giustificato per la reale compunzione del cuore mostrata nel suo modo di pregare perché “chi si esalta sarà umiliato e chi si umilia sarà esaltato”.

 

v.14: “Non maltrattate e non estorcete niente a nessuno, contentatevi delle vostre paghe”. Infine il Battista si rivolge alla categoria dei soldati. Essi, probabilmente erano giudei al servizio di Erode Antipa, ed erano denigrati in quanto cooperavano a rafforzare la potenza di Roma a cui erano assoggettati. Essi sono invitati da Giovanni a non usare la violenza e il ricatto.

Nel Vangelo di Luca che stiamo meditando abbiamo vari esempi di centurioni che rispondono positivamente al Figlio dell’Uomo, ad esempio in 7,1-10 dove “Gesù restò ammirato […] e dice: Io vi dico che neanche in Israele ho trovato una fede così grande!”

Oppure quando presenta il centurione che, davanti alla croce “glorificava Dio” e diceva “veramente quest’uomo era giusto” (23,47).

Anche negli Atti degli apostoli l’evangelista parla di Cornelio “centurione della corte italica” (At 10, 1-2), primo pagano convertito.

C’è senz’altro in Luca una visione positiva dell’autorità militare romana; ciò che a lui preme di evidenziare è che l’annuncio del kerigma è per tutti, senza atteggiamenti pregiudiziali: la Parola raggiunge chi è in un sincero atteggiamento di ascolto, senza preconcetti di sorta.

È interessante per noi riflettere sulle risposte personalizzate che dà il Battista ai suoi interlocutori e non sorvolare su questa sua peculiarità, perché ciò sta a significare che c’è una responsabilità che riguarda ognuno in prima persona ed è quella di saperci interrogare sempre di nuovo ed impegnarci in ogni momento, nelle circostanze più umili e inedite della nostra vita.

E’ lì, infatti, che siamo chiamati a cercare le risposte adeguate, perché ogni esperienza ed evento ha la sua grazia e il suo senso, che dobbiamo essere capaci di cogliere.

v.15: “Poiché il popolo era in attesa”. Questo versetto si apre con la considerazione che alcuni giudei aspettavano la venuta di un Messia, di un “unto”, cioè di un consacrato che rappresentasse Jahwè per restaurare Israele e far trionfare la sovranità di Dio e si chiedevano se Giovanni non fosse proprio il Cristo.

La predicazione di Giovanni forma “un popolo ben disposto” (Lc 1,17) ad accogliere la rivelazione, un popolo capace di credere e sperare. Solo a chi sa sperare Dio può donare ciò che ha garantito.

v.16: “Io vi battezzo con acqua” Giovanni si proclama al di sotto di Gesù; infatti, egli usa l’acqua come elemento di purificazione, Gesù invece userà agenti di purificazione più alti e più perfetti: lo Spirito e il fuoco. Nel libro degli Atti, capitolo 2 sempre Luca ci mostra come il fuoco e lo Spirito realizzino la loro opera negli uomini: “Venne all’improvviso dal cielo un rombo, come di vento che si abbatte gagliardo, e riempì tutta la casa dove si trovavano. Apparvero loro lingue come di fuoco che si dividevano e si posarono su ciascuno di loro; ed essi furono pieni di Spirito Santo”

Gesù dice il Battista è “più forte” cioè è più potente nel respingere il potere del male; infatti, “scaccia i demoni con il dito di Dio”. Il precursore non si sente neppure degno di compiere per Gesù l’umile servizio di “sciogliere il legaccio dei suoi sandali”.

vv.17-18: “Egli ha in mano il ventilabro”. Questa immagine del ventilabro che ripulisce l’aia, che vaglia chi porta frutto da chi non porta frutto è in sintonia con la “scure posta alla radice degli alberi” dove “ogni albero che non porta frutto, sarà tagliato e buttato nel fuoco” (Lc 3,9).

Con questa visione radicale, il Battista manda a interrogare Gesù (Lc7,18-23) perché il modo di portare la salvezza da parte di Dio si esprime in modo diverso dalla sua stessa concezione della salvezza.

Non con la scure, infatti, ma con le guarigioni, gli esorcismi, il perdono, l’annuncio della buona novella ai più poveri, Dio realizzerà il Bene dell’uomo.

Il compito del Battista, il suo mandato, è quello di mantenere viva l’attesa del Dio che viene e non deve incorrere nel pericolo di ridurre questa attesa ad una speranza solo umana, anche se improntata alla solidarietà e alla giustizia.

Egli ha la missione di immergere l’uomo nella sua verità profonda, nella sua creaturalità e nel suo limite in attesa del “più forte” e poi “il più forte” immergerà l’uomo nello Spirito Santo che è la vita stessa di Dio.

Il fuoco per Giovanni Battista non ha il senso della condanna e del giudizio quanto piuttosto quello di mettere in risalto la realtà del male e muovere l’uomo a conversione.

Per questo anche la predicazione di Giovanni è da considerare come un annuncio della buona novella al popolo capace di preparare i cuori alla novità evangelica portata da Gesù.

Appendice

[…] Giovanni ci richiama a grandi opere con le parole: Fate frutti degni di penitenza (Mt 3,8), e ancora: Chi ha due tuniche, ne dia una a chi non ne ha; e chi ha del cibo faccia altrettanto ( Lc 3,11), si può ormai  capire che cosa voglia dire la Verità, quando dice: Dai giorni del Battista a oggi il regno dei cieli è esposto alla violenza, e i violenti lo conquistano (Mt. 11,12).

E queste parole di divina sapienza devono essere studiate. Come può subire violenza il regno dei cieli? Chi può farle questa violenza? E se il regno dei cieli può essere esposto alla violenza, perché lo è dal tempo del Battista e non da prima?

Ma poiché la legge dice: Chi ha fatto questo o quello morrà, il lettore capisce che la Legge può colpire chiunque con la sua severità, ma non resuscita nessuno attraverso la penitenza.

Poiché però Giovanni Battista, precorrendo la grazia del Redentore, predica la penitenza, perché il peccatore, morto per la colpa, riviva attraverso la conversione, si capisce perché il regno dei cieli sia esposto alla violenza solo a partire da Giovanni Battista.

Che cos’è poi il regno dei cieli se non la dimora dei giusti? Solo i giusti hanno diritto al premio eterno; sono i miti gli umili, i casti, i misericordiosi che entrano nella gioia celeste. Sicché quando un superbo, un dissoluto, un iracondo, un empio, un crudele fa penitenza e riceve la vita eterna, è come se un peccatore entrasse in casa altrui.

Dal tempo del Battista il regno dei cieli è esposto alla violenza e i violenti la conquistano, perché colui che chiamò i peccatori a penitenza, che altro fece se non insegnare a forzare il regno dei cieli? (Gregorio Magno, Hom., 20,11)

Non servire due padroni

Che la persona che ha due tuniche ne dia una a qualcuno che non ne ha nessuna si addice agli apostoli più che alla moltitudine. Per comprendere che questo comando si addice più agli apostoli che al popolo, ascolta quello che il Salvatore dice agli apostoli: Partendo per un viaggio non prendete due tuniche (Mt 10,10). Infatti ci sono due vesti con le quali ciascuno è vestito e che si ordina di condividere con chi non ne ha nessuna; questo ha un altro significato: come non dobbiamo servire due padroni (Lc 16,13), il Salvatore non vuole che abbiamo due tuniche o che siamo vestiti di un abito doppio, perché una delle due vesti non sia l’uomo vecchio e l’altra l’uomo nuovo. Al contrario, egli desidera che ci spogliamo dell’uomo vecchio e ci rivestiamo dell’uomo nuovo (cf. Ef 4,22-24). Fino a questo punto, la spiegazione è facile (Origene, Omelie sul Vangelo di Luca 23,3)

Giovanni è l’amico dello Sposo

Il popolo che vedeva Giovanni il Battista spendere di eccelsa santità, riteneva […] che egli fosse il Cristo, come leggiamo nel Vangelo: Ritenendo la gente e pensando tutti nel loro intimo di Giovanni che egli fosse il Cristo, gli rivolgevano questa domanda: “Sei forse tu il Cristo?” Se Giovanni non fosse stato nel suo cuore come una valle, non sarebbe stato riempito dallo spirito di grazia. Egli, per rendere noto chi era, disse: Viene dopo di me uno più forte di me, al quale non sono degno di sciogliere il legaccio del sandalo, come pure: è lo sposo che ha la sposa; l’amico dello sposo, che gli sta vicino e lo ascolta, gioisce immensamente alla voce dello sposo. Ora questa mia gioia si è compiuta. Bisogna che egli cresca e io diminuisca. (Gregorio Magno, Le 40 omelie sui Vangeli I, 20,4)

Cristo fondamento sulla roccia

Orbene, “colui che battezza nello Spirito Santo e nel fuoco” -dice la Scrittura – “ha in mano il ventilabro e purificherà la sua aia; raccoglierà il grano nel suo granaio e brucerà la paglia nel fuoco inestinguibile” (Lc 3,17). Vorrei scoprire qual è il motivo per cui il nostro Signore tiene «il ventilabro» in mano, e da quale vento la paglia leggera è spostata di qua e di là, mentre il grano più pesante cade sempre nello stesso punto, dato che, senza il vento, non si può separare il grano dalla paglia.

Il vento, io credo siano le tentazioni, le quali, nella massa confusa dei credenti, mostrano che alcuni sono paglia e altri buon grano. Infatti, quando la tua anima si è lasciata dominare da qualche tentazione, non è che la tentazione l`abbia mutata in paglia; ma è perché tu eri paglia, cioè uomo leggero e incredulo, che la tentazione ha rivelato la tua natura nascosta. Al contrario, quando tu affronti coraggiosamente la tentazione, non è la tentazione che ti rende fedele e paziente, ma essa mostra alla luce del giorno le virtù della pazienza e della fortezza che erano in te, ma che erano nascoste. “Credi infatti” – dice i] Signore – “che io avevo nel parlarti uno scopo diverso da quello di manifestare la tua giustizia?” (Gb 40,3, secondo i LXX). E altrove aggiunge: “Ti ho afflitto e ti ho colpito con la privazione ma per manifestare il contenuto del tuo cuore” (Dt 8,3-5). Nello stesso senso la tempesta non permette che una costruzione elevata sulla sabbia resista, mentre lascia in piedi quella che è stata costruita sulla “pietra” (Mt 7,24-25). La tempesta, una volta scatenata, non potrà rovesciare un edificio costruito sulla pietra, mentre rivelerà la debolezza delle fondamenta della casa che vacilla sulla sabbia.

Ecco perché, prima che la tempesta si scateni, prima che soffino le raffiche di vento e i torrenti si gonfino, mentre ancora tutto è nel silenzio, dedichiamo ogni nostra cura alle fondamenta della costruzione, eleviamo la nostra casa con le pietre solide e molteplici che sono i comandamenti di Dio; affinché, quando la persecuzione incrudelirà, quando la bufera delle sciagure si scatenerà contro i cristiani, potremo allora mostrare che il nostro edificio è fondato sulla “pietra” (1Cor 10,4) che è Cristo Gesú. Ma se qualcuno allora lo rinnegherà -lungi da noi tale sciagura – sappia bene costui che non è nel momento in cui tutti lo hanno visto rinnegare Cristo che egli lo ha rinnegato, ma portava in sé antichi germogli e radici del rinnegamento. In quel momento si è rivelato ciò che era in lui, e si è manifestato alla luce del giorno. Chiediamo anche noi al Signore di essere un solido edificio, che nessun uragano possa rovesciare, «fondato sulla pietra», sul nostro Signore Gesú Cristo, “cui appartengono la gloria e la potenza nei secoli dei secoli. Amen” (1Pt 4,11). (Origene, In Luc., 26, 3-5)

Siamo ormai alla terza domenica di Avvento. Oggi nella liturgia riecheggia l’invito dell’apostolo Paolo: “Siate sempre lieti nel Signore, ve lo ripeto: siate lieti … il Signore è vicino!” (Fil 4,4-5). La madre Chiesa, mentre ci accompagna verso il santo Natale, ci aiuta a riscoprire il senso e il gusto della gioia cristiana, così diversa da quella del mondo. In questa domenica, secondo una bella tradizione, i bambini di Roma vengono a far benedire dal Papa le statuine di Gesù Bambino, che porranno nei loro presepi. E, infatti, vedo qui in Piazza San Pietro tanti bambini e ragazzi, insieme con i genitori, gli insegnanti e i catechisti. Carissimi, vi saluto tutti con grande affetto e vi ringrazio di essere venuti. È per me motivo di gioia sapere che nelle vostre famiglie si conserva l’usanza di fare il presepe. Però non basta ripetere un gesto tradizionale, per quanto importante. Bisogna cercare di vivere nella realtà di tutti i giorni quello che il presepe rappresenta, cioè l’amore di Cristo, la sua umiltà, la sua povertà. È ciò che fece san Francesco a Greccio: rappresentò dal vivo la scena della Natività, per poterla contemplare e adorare, ma soprattutto per saper meglio mettere in pratica il messaggio del Figlio di Dio, che per amore nostro si è spogliato di tutto e si è fatto piccolo bambino.

La benedizione dei “Bambinelli” – come si dice a Roma – ci ricorda che il presepio è una scuola di vita, dove possiamo imparare il segreto della vera gioia. Questa non consiste nell’avere tante cose, ma nel sentirsi amati dal Signore, nel farsi dono per gli altri e nel volersi bene. Guardiamo il presepe: la Madonna e san Giuseppe non sembrano una famiglia molto fortunata; hanno avuto il loro primo figlio in mezzo a grandi disagi; eppure sono pieni di intima gioia, perché si amano, si aiutano, e soprattutto sono certi che nella loro storia è all’opera Dio, il Quale si è fatto presente nel piccolo Gesù. E i pastori? Che motivo avrebbero di rallegrarsi? Quel Neonato non cambierà certo la loro condizione di povertà e di emarginazione. Ma la fede li aiuta a riconoscere nel “bambino avvolto in fasce, adagiato in una mangiatoia”, il “segno” del compiersi delle promesse di Dio per tutti gli uomini “che egli ama” (Lc 2,12.14), anche per loro!

Ecco, cari amici, in che cosa consiste la vera gioia: è il sentire che la nostra esistenza personale e comunitaria viene visitata e riempita da un mistero grande, il mistero dell’amore di Dio. Per gioire abbiamo bisogno non solo di cose, ma di amore e di verità: abbiamo bisogno di un Dio vicino, che riscalda il nostro cuore, e risponde alle nostre attese profonde. Questo Dio si è manifestato in Gesù, nato dalla Vergine Maria. Perciò quel Bambinello, che mettiamo nella capanna o nella grotta, è il centro di tutto, è il cuore del mondo. Preghiamo perché ogni uomo, come la Vergine Maria, possa accogliere quale centro della propria vita il Dio che si è fatto Bambino, fonte della vera gioia. (Papa Benedetto XVI, Angelus del 13 dicembre 2009)

Nel Vangelo di oggi c’è una domanda scandita per tre volte: «Che cosa dobbiamo fare?» (Lc 3,10.12.14). La rivolgono a Giovanni Battista tre categorie di persone: primo, la folla in genere; secondo, i pubblicani, ossia gli esattori delle tasse; e, terzo, alcuni soldati. Ognuno di questi gruppi interroga il profeta su quello che deve fare per attuare la conversione che egli sta predicando. La risposta di Giovanni alla domanda della folla è la condivisione dei beni di prima necessità. Cioè, al primo gruppo, la folla, dice di condividere i beni di prima necessità, e parla così: «Chi ha due tuniche, ne dia una a chi non ne ha, e chi ha da mangiare, faccia altrettanto» (v. 11). Poi, al secondo gruppo, agli esattori delle tasse, dice di non esigere nulla di più della somma dovuta (cfr v. 13). Cosa vuol dire questo? Non fare “tangenti”, è chiaro il Battista. E al terzo gruppo, ai soldati, domanda di non estorcere niente a nessuno ma di accontentarsi delle loro paghe (cfr v. 14). Sono le tre risposte alle tre domande di questi gruppi. Tre risposte per un identico cammino di conversione, che si manifesta in impegni concreti di giustizia e di solidarietà. E’ la strada che Gesù indica in tutta la sua predicazione: la strada dell’amore fattivo per il prossimo.

Da questi ammonimenti di Giovanni Battista comprendiamo quali fossero le tendenze generali di chi in quell’epoca deteneva il potere, sotto forme diverse. Le cose non sono cambiate tanto. Tuttavia, nessuna categoria di persone è esclusa dal percorrere la strada della conversione per ottenere la salvezza, nemmeno i pubblicani considerati peccatori per definizione: neppure loro sono esclusi dalla salvezza. Dio non preclude a nessuno la possibilità di salvarsi. Egli è – per così dire – ansioso di usare misericordia, usarla verso tutti, e di accogliere ciascuno nel tenero abbraccio della riconciliazione e del perdono.

Questa domanda – che cosa dobbiamo fare? – la sentiamo anche nostra. La liturgia di oggi ci ripete, con le parole di Giovanni, che occorre convertirsi, bisogna cambiare direzione di marcia e intraprendere la strada della giustizia, della solidarietà, della sobrietà: sono i valori imprescindibili di una esistenza pienamente umana e autenticamente cristiana. Convertitevi! È la sintesi del messaggio del Battista. E la liturgia di questa terza domenica di Avvento ci aiuta a riscoprire una dimensione particolare della conversione: la gioia. Chi si converte e si avvicina al Signore, sente la gioia. Il profeta Sofonia ci dice oggi: «Rallegrati, figlia di Sion!», rivolto a Gerusalemme (Sof 3,14); e l’apostolo Paolo esorta così i cristiani di Filippi: «Siate sempre lieti nel Signore» (Fil 4,4). Oggi ci vuole coraggio a parlare di gioia, ci vuole soprattutto fede! Il mondo è assillato da tanti problemi, il futuro gravato da incognite e timori. Eppure il cristiano è una persona gioiosa, e la sua gioia non è qualcosa di superficiale ed effimero, ma di profondo e stabile, perché è un dono del Signore che riempie la vita. La nostra gioia deriva dalla certezza che «il Signore è vicino» (Fil 4,5): è vicino con la sua tenerezza, con la sua misericordia, col suo perdono e il suo amore.

La Vergine Maria ci aiuti a rafforzare la nostra fede, perché sappiamo accogliere il Dio della gioia, il Dio della misericordia, che sempre vuole abitare in mezzo ai suoi figli. E la nostra Madre ci insegni a condividere le lacrime con chi piange, per poter condividere anche il sorriso. (Papa Francesco, 13 dicembre 2015)

Fonte: Figlie della Chiesa

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III DOMENICA DI AVVENTO – ANNO C

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Lc 3,10-18

In quel tempo, le folle interrogavano Giovanni, dicendo: «Che cosa dobbiamo fare?». Rispondeva loro: «Chi ha due tuniche, ne dia a chi non ne ha, e chi ha da mangiare, faccia altrettanto».
Vennero anche dei pubblicani a farsi battezzare e gli chiesero: «Maestro, che cosa dobbiamo fare?». Ed egli disse loro: «Non esigete nulla di più di quanto vi è stato fissato».
Lo interrogavano anche alcuni soldati: «E noi, che cosa dobbiamo fare?». Rispose loro: «Non maltrattate e non estorcete niente a nessuno; accontentatevi delle vostre paghe».
Poiché il popolo era in attesa e tutti, riguardo a Giovanni, si domandavano in cuor loro se non fosse lui il Cristo, Giovanni rispose a tutti dicendo: «Io vi battezzo con acqua; ma viene colui che è più forte di me, a cui non sono degno di slegare i lacci dei sandali. Egli vi battezzerà in Spirito Santo e fuoco. Tiene in mano la pala per pulire la sua aia e per raccogliere il frumento nel suo granaio; ma brucerà la paglia con un fuoco inestinguibile».

Con molte altre esortazioni Giovanni evangelizzava il popolo.

  • 09 – 15 Dicembre 2018
  • Tempo di Avvento II
  • Colore Viola
  • Lezionario: Ciclo C
  • Anno: III
  • Salterio: sett. 3

Fonte: LaSacraBibbia.net

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