Commento al Vangelo del 16 agosto 2015 – Carla Sprinzeles

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Ho incontrato in questi giorni una persona, che mi ha posto una domanda che si sente abitualmente: conviene essere precisi, onesti o conviene lasciare andare le cose come vanno? Chiaramente era riferito alle continue notizie negative che si ascoltano o si leggono sui giornali!

Ecco credo che nelle letture di oggi troviamo una risposta a questa domanda.

PROVERBI 9, 1-6

La prima lettura è tratta dai Proverbi, un libro in cui viene descritta la Sapienza.

La Sapienza è come l’albero della vita, si presenta come una signora, offrendo l’immagine dell’innamoramento: è dono di Dio, da ricercare in continuazione senza raggiungerla mai in pieno.

La Sapienza rivolge all’intera umanità l’invito a un banchetto. Il pranzo è simbolo di comunione e di intimità.

C’è poi una parte successiva, che non leggiamo oggi, dominata dalla “follia”, la personificazione della malvagità che con l’attrattiva del proibito è sempre suggestiva.

“Sapienza” è in ebraico al plurale. La sua attività si manifesta così: Ha intagliato le sette colonne”, dimostrando di costruirsi un edificio elegante per la presenza delle colonne; il numero sette richiama l’idea di un palazzo finito.
La Sapienza ha una dimora fissa e signorile.

All’intorno la presenza di cibo e bevande denota la ricchezza.

La preparazione di un ambiente idoneo servirà ad accogliere gli invitati, allestendo tutto il necessario per rendere plausibile tale invito.

La seconda parte del brano vede la Sapienza che dispone i suoi servi in punti strategici, dove si collocano i banditori: ella si preoccupa di far giungere l’invito anche lontano.

“I più alti punti della città” indicano che il messaggio giunge anche nei luoghi più remoti.
E’ arrivato anche a noi!

L’invito viene rivolto a tutti, anche a coloro che sembrerebbero meno idonei; si parla di “ingenuo” e di “inesperto” per indicare una persona disponibile, ben lontana dall’arroganza di chi si illude di sapere tutto.

Meta di tale istruzione, che interessa tutta l’esistenza, è la vita, intesa come pienezza di realizzazione che si raggiunge al termine del cammino, di cui la Sapienza lascia intendere di essere esperta conoscitrice “via dell’intelligenza”.

Tutto è costruito su questi tre punti: “Sapienza – vita – cammino”: il banchetto a cui la Sapienza invita è un mezzo per attingere forza per riprendere il cammino e arrivare alla vita.

Quindi tutti se lo vogliono, possono essere beneficati da lei.

Per rispondere alla domanda iniziale, non è un peso morale, essere corretti e onesti, equivale a risponedere all’esigenza della Sapienza, alla felicità, ma non ce la facciamo da soli, occorre partecipare al banchetto e assumerne le energie.

[ads2] GIOVANNI 6, 51-58

Anche oggi prosegue il capitolo 6 di Giovanni, siamo proprio in linea con la prima lettura.

Qui il liguaggio è duro e radicale: da dove uno ha vita? E che tipo di vita ha?

Chiunque abbia superato l’adolescenza sa che la nascita è il passo necessario per avere la vita, ma non basta; sa che ci sono tempi in cui uno dice: non ho un filo di fiato, non riesco a fare una telefonata a un amico..non ho fiato, non ho “vita” abbastanza. Se ognuno di noi pensa alla sua esistenza da adulto, la questione è: da dove mi viene la vita che ho? L’energia, la possibilità di investire in relazioni, in rapporti, in progetti, in futuro, in speranze, in desideri…

Una delle convinzioni più diffuse è che l’energia ci venga dal non far niente, dalla vacanza, dal riposo… E’ sicuramente utile, ma non sempre è così, e se siamo sinceri lo possiamo confermare.

Nella mia vita dove posso trovare fiato, e fiato per fare cosa?

Spesso non abbiamo fiato perché abbiamo paura che se ne avessimo di più, non sapremmo come spenderlo, cosa farne.

“Il giorno dopo…” Un proverbio ebraico dice: “Ciò che tarda accadrà.”
La salvezza succede sempre il giorno dopo!

Dio abita l’eccesso del tempo. Si fa tutto ciò che c’è da fare, ci si riposa, si cerca di abbassare lo stress.. e c’è il giorno dopo, e la salvezza accade lì.
Dio abita in un di più.

Il discorso del pane di vita sta sotto questo segno: la vita ci viene da un giorno in più, da un giorno che avanza, cioè c’è un pezzo di noi, della nostra identità, quello che sarà rivelato pienamente solo di fronte a Dio, che non è a nostra disposizione.

Noi siamo abituati a pensare che diventare adulti, poter decidere, fare avere un’autonomia economica…essere adulto nella storia significa avere sé a disposizione, ma un cristiano sa che essere salvo è molto di più che essere adulto, significa che c’è un pezzo di me che è nelle mani di Dio, che non è a mia disposizione.
Questa è la vita piena, o la vita eterna.

Voi non siete tutti lì. In qualunque situazione della vita, bella o brutta, noi non siamo tutti lì, mai, in assoluto. Abbiamo un di più, la parte di noi che sta nascosta in Dio, il giorno in più, e questo giorno in più è eterno, non finisce mai!
Non innamoriamoci del vascello che ci porta, ma della meta!

Gesù dice: “Procuratevi il cibo che non perisce, quello che dura per la vita eterna, e che il Figlio dell’uomo vi darà!”
Gesù l’ha ricevuto dal Padre e lo dà a noi!
“Se non masticate la mia carne, non avrete la vita in voi!”

Il Signore desidera condividere con gli uomini la sua pienezza interiore, ma questa fa parte di un’altra dimensione, dipende da un altro sguardo.

Le parole umane non bastano a parlarne, quindi egli cerca di trasmettere il suo modo di vivere, il suo sguardo sulle cose e sulle persone, attraverso parabole, segni e soprattutto il suo modo di comportarsi.
Purtroppo a coloro che ascoltano, manca la poesia.

Inciampano sulle parole che capiscono razionalmente secondo il senso letterale: “Come può costui darci la sua carne da mangiare?”

Il cuore indurito nelle proprie vedute, non può capire le cose dello Spirito.

Il linguaggio simbolico destabilizza le certezze acquisite, rimette tutto in discussione.

Chi vuole verità evidenti con cui farsi forte persino di fronte a Dio, non può cogliere le metafore con le quali Cristo cerca di aprire le menti al mondo di suo Padre, attraversi immagini che potrebbero sembrare riservate a bambini.

Vogliono comprendere con la mente, mentre lui interpella il loro cuore.

Forse ancora oggi, dopo duemila anni, continuiamo a intendere le sue parole nella loro materialità.

Mangiare il suo corpo, bere il suo sangue non è adempiere un dovere la domenica.

E’ assimilare il suo modo di vivere e gustare la sua felicità.

E’, come lui, condividere l’esistenza con chi sta male, è lasciarci guidare dalla vita che ci dona l’essere, è riconoscere ogni uomo come fratello, figlio dell’unico Padre, affidatoci per essere sciolto, mediante il perdono, dal suo male.
E’ dare senza contare, perché il Padre provvederà.

E’ credere semplicemente, che le sue parole ci trasportano oltre la nostra realtà e lasciarci trasformare dal cibo che ci offre.

L’uomo non vive di solo pane ma di ogni parola che lo apre alla vita di Dio, alla quale anela.

Masticare la carne del Signore per vivere di lui, per entrare in relazione con il prossimo, per non essere mai più soli ma costantemente abitati dall’amore, dissetare la nostra aridità con il suo sangue, ecco la proposta di Gesù.

Amici, ferragosto, fa parte di quelle feste che per chi è solo, sente ancora più la solitudine.

Impegnamoci a essere amico e vicino a qualcuno e non ci sentiremo più soli!

L’amore di Dio, il suo pane, la sua vita non ci abbandona mai, noi oggi possiamo renderla concreta, visibile a qualcuno che ci è vicino!

A cura di Carla Sprinzeles | via Qumran

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