Commento al Vangelo del 15 maggio 2011 – Paolo Curtaz

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Quarta domenica di Pasqua

At 2,14.36-41/1Pt 2,20-25/ Gv 10,1-10

Pecore e pastori

È risorto, il Maestro.

Lo hanno visto, incontrato, abbracciato. Hanno pianto e riso i discepoli, stupiti, perplessi, scossi.

Ci vuole del tempo per credere, lo sanno, lo sappiamo.

Pietro e Giovanni che corrono al sepolcro, Maria di Magdala che non si stacca dal suo dolore, Tommaso e la sua straziante sofferenza, i discepoli di Emmaus e la loro speranza delusa… Convertirsi al risorto non è un affare di pochi minuti, non è un percorso per uomini deboli, ma per uomini e donne forti e tenaci.

Li raggiunge, il Maestro, là dove sono, nella condizione in cui sono.

Li raggiunge e li aiuta a superare ogni paura, ogni sofferenza.

Li raggiunge perché li ama, perché vuole per loro salvezza piena, perché li aiuta nello scoprire Dio e nello scoprirsi credenti.

Lo fa perché la loro vita è preziosa al suo sguardo.

Lo fa perché sa dove portarli, dove portarci.

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Preziosi

A chi sto veramente a cuore?

Per chi sono veramente prezioso? Istintivamente cerchiamo qualcuno che sia disposto ad accoglierci, a valorizzarci, ad amarci al di là e al di dentro delle nostre inevitabili povertà.

Il mondo, attorno a noi, è sconfortante: sono solo un numero, o un consumatore, o un problema sociale. Io non conto se non perché produco o consumo, e allora molti lottano per uscire dall’anonimato, costi quel che costi.

Corriamo dietro al sogno di una ragazza che diventa principessa, come una bella fiaba.

Ma la vita è fatta anche di uomini che scelgono la parte oscura e il loro diventa un sogno di morte, come il capo dei terroristi di Al Qaeda.

In mezzo la Chiesa ci consegna il volto sorridente di Giovanni Paolo, che ha saputo affrontare le contraddizioni del suo tempo come un gigante della fede, dicendo ad ogni uomo: sei prezioso agli occhi di Dio!

Il buon Pastore

Ecco la novità sconcertante. L’inattesa rivelazione: a Dio sto a cuore.

Non agli altri uomini, non alla società, ma a Dio che, solo, mi ama liberamente. Non è come gli altri, il Signore, mercenari che ci amano per averne un tornaconto, quasi sempre.

Ci ama liberamente e amandoci ci rende liberi di amare. Ci ama gratis.

Gesù dice di essere un pastore buono, un pastore capace.

Un pastore bello, di quella bellezza che non è solo estetica, ma assoluta, globale, che porta con sé tutto il bene e tutto il bello dell’umanità.

Gesù è venuto a chiamarci per nome, per condurci al Padre.

Chiede ai suoi discepoli un rapporto personale, intimo, coinvolgente.

Occorre passare attraverso Gesù, attraversare Gesù. Non dice di essere la porta dell’ovile, ma delle pecore. Gesù si presenta come colui che possiamo incontrare, attraversare, come colui che ci dona accesso ad un mondo altro, ad un modo di vedere noi stessi e gli altri completamente diverso.

Gesù chiama le pecore per nome e le pecore riconoscono la sua voce, perché è una voce che parla direttamente al cuore, che salva, che riempie, che consola, che scuote, che dona energia, che perdona, che inquieta, che sconcerta, che porta a verità, alla verità tutta intera.

“Attraversare” Gesù significa passare in una porta stretta, lo sappiamo, in cui ci è chiesto di essere autentici, di essere disarmati, di essere affidati e nudi di fronte a lui.

Gesù ci chiede di configurarci a lui, di dilatare il nostro cuore, di allargare i nostri orizzonti, di fuggire la piccineria, fosse anche santa e devota, per perdere la nostra vita donadola, come egli ha voluto e saputo fare.

Cosa abbiamo da temere? Nessuno ci può strappare dalla mano del Padre.

Guardiani

Il guardiano gli apre.

Il guardiano del gregge sa di non essere lui il pastore, ma di avere ricevuto il compito e l’onore, il peso e la gioia, la croce e la gloria di vegliare sul gregge in attesa dell’arrivo del pastore. No, non sa dove siano i pascoli erbosi, è solo un guardiano, anch’egli chiamato a custodire il proprio cuore nell’attesa della venuta del Maestro. Anch’egli in attesa trepidante di ascoltare la voce del Maestro.

Gioite, cercatori di Dio. Esultate, anime in pena! Rinsaldate le ginocchia vacillanti, gregge di Dio.

Non pecoroni, non beoti, non rassegnati, non storditi dal delirio della contemporaneità, ma amati e chiamati per nome, portati a salvezza e libertà dall’Unico che vi conosce!

Gioisci, Chiesa di Dio, sogno del risorto, passione dell’incarnato, tormento dei discepoli! Tu Chiesa, capace di Dio, chiamata a vegliare con sincero amore il gregge dell’umanità tu, guardiana, non mercenaria, ansiosa di indicare il Cristo a chi cerca la vita in abbondanza!

Ai discepoli il Signore chiede una vita più piena, più vera, non una mezza vita come alcuni stolti credono (Anche tra i discepoli!), una vita donata in abbondanza.