Commento al Vangelo del 14 gennaio 2018 – p. Raniero Cantalamessa

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Glorificate Dio nel vostro corpo

Il brano evangelico ci fa assistere al formarsi del primo nucleo di discepoli, dal quale si svilupperà prima il collegio degli apostoli e in seguito l’intera comunità cristiana. È la Chiesa nel suo “stato nascente”, momento irripetibile, ricco di meraviglia, di novità, di promesse. Lo stato nascente è il momento in cui sboccia quello che in seguito diventerà lo “stato di vita”, se si tratta di una persona (tale è l’innamoramento rispetto al matrimonio che ne seguirà) o la “istituzione”, se si tratta di una nuova formazione sociale.

Giovanni è ancora sulle rive del Giordano insieme con due discepoli, quando vede passare Gesù e non si trattiene dal gridare di nuovo: “Ecco l’agnello di Dio!” I due discepoli capiscono e, lasciando per sempre il Battista, si mettono a seguire Gesù. Vedendosi seguito, Gesù si volta e chiede: “Che cercate?”. Gli rispondono, giusto per rompere il ghiaccio: “Maestro, dove abiti?”. “Venite e vedete”, risponde. Andarono, videro e quel giorno si fermarono presso di lui. Quel momento divenne per essi così decisivo per la loro vita che ricordarono perfino l’ora in cui avvenne: erano circa le quattro del pomeriggio.

Gesù, vedendo Simone, gli dice delle parole misteriose, di cui però noi oggi sappiamo il significato. Gli cambiò nome, gli disse: “Tu sei Simone, figlio di Giovanni; ti chiamerai Cefa (che vuol dire Pietro)”. Così vediamo avviato non solo il processo di aggregazione che porterà alla formazione della Chiesa, ma anche un lontano annuncio della sua organizzazione e del suo ordinamento. A Pietro infatti verrà detto più tardi: “Su questa Pietra io edificherò la mia Chiesa” (Matteo 16, 16).

San Paolo, nella seconda lettura, ci trasporta nel clima della comunità cristiana ormai formata con i suoi problemi, ideali e tensioni. Una di queste tensioni riguarda il corretto esercizio della sessualità. La venuta alla fede e il battesimo non hanno annullato, in questo campo, le tendenze naturali, gli istinti e l’eterna lotta tra carne e spirito. A Corinto, città pagana e porto di mare, i problemi, da questo punto di vista, pare fossero particolarmente acuti. La necessità di reprimere gli abusi dà l’occasione all’Apostolo di fare una magnifica catechesi sulla purezza. Comincia dicendo:

“Il corpo non è per l’impudicizia, ma per il Signore, e il Signore è per il corpo. Dio poi, che ha risuscitato il Signore, risusciterà anche noi con la sua potenza”

Ne prendiamo lo spunto per fare anche noi un piccola catechesi su questo aspetto delicato della vita morale. Parlare di purezza nel mondo d’oggi, con tutto quello che ogni giorno vediamo e sentiamo, può sembrare una battaglia persa in partenza. Ma è proprio a questa mentalità rinunciataria e rassegnata al male che il Vangelo ci spinge a reagire. Forse Gesù ci conosce meglio di noi e sa che c’è nel fondo del cuore umano, specie proprio dei giovani, un segreto anelito, una nostalgia di purezza che nessun fango può ricoprire del tutto. “La castità -diceva il poeta Tagore- è una ricchezza che viene da abbondanza di amore, non da mancanza di esso”.

Forse chi è in grado di capire meglio il discorso sulla purezza sono proprio i veri innamorati. Il sesso diventa “impuro” quando riduce l’altro (o il proprio corpo) a oggetto, a cosa, ma questo è ciò che anche un vero amore rifiuterà di fare. Molti degli eccessi in atto in questo campo hanno qualcosa di artificiale, sono dovuti a imposizione esterna dettata da ragioni commerciali e di consumo. Non sono affatto, come si vuole far credere, “evoluzione spontanea dei costumi”.

Una delle scuse che più contribuiscono a favorire il peccato di impurità nella mentalità comune e a scaricarlo di ogni respon¬sabilità è che, tanto, esso non fa del male ad alcuno, non viola i di¬ritti e la libertà degli altri, eccetto, si dice, che si tratti di stupro o di violenza. Ma non è vero che il peccato di impurità finisce con chi lo commette. Ogni abuso, dovunque e da chiunque venga com¬messo, inquina l’ambiente morale dell’uomo, produce un’erosione dei valori e crea quella che Paolo definisce “la legge del peccato” e di cui illustra il terribile potere di trascinare gli uomini in rovina (cfr. Romani 7, 14 ss). La prima vittima di tutto ciò è la famiglia.

Nel Talmud ebraico si legge un apologo che illustra bene la solidarietà che c’è nel male e il danno che ogni peccato, anche personale, reca alla società: “Alcune persone si trovavano a bordo di una barca. Una di esse prese un trapano e cominciò a fare un buco sotto di sé. Gli altri passeggeri, vedendo, gli dissero inorriditi: — Che fai? — Egli rispose: Che cosa importa a voi? Sto facendo il buco sotto il mio sedile, mica sotto il vostro!” —Sì, replicarono gli altri, ma l’acqua entrerà e ci annegherà tutti!”.

Fenomeni tanto deprecati, come lo sfruttamento dei minori, lo stupro e la pedofilia, non nascono dal nulla. Sono, almeno in parte, il risultato del clima di esasperata eccitazione in cui viviamo e nel quale i più fragili soccombono. Non era facile, una volta che si era messa in moto, fermare la valanga di fango che tempo addietro si abbatté su alcuni paesi della Campania, distruggendoli. Bisognava evitare il disboscamento e altri guasti ambientali che hanno reso inevitabile lo smottamento. Lo stesso vale per certe tragedie a sfondo sessuale. Distrutte le difese naturali, esse divengono inevitabili. Io resto sempre sconcertato nel vedere certi mezzi di comunicazione sociale stracciarsi le vesti quando avvengono questi fatti, senza rendersi conto della parte di responsabilità che hanno anche loro per quello che dicono o mostrano in altre parti dello stesso giornale, o telegiornale.

Ma non voglio indugiare troppo a lungo a descrivere la situazione in atto intorno a noi, che, del resto, tutti conosciamo bene. Vediamo cosa l’Apostolo dice, in positivo, sulla purezza nel brano odierno:

“O non sapete che il vostro corpo è tempio dello Spirito Santo che è in voi e che avete da Dio, e che non appartenete a voi stessi? Infatti siete stati comprati a caro prezzo. Glorificate dunque Dio nel vostro corpo!”.

La motivazione pagana della purezza è, in certo senso, rovesciata. Per i filosofi del tempo, Stoici ed Epicurei, bisognava evitare il vizio impuro per non perdere il controllo e la padronanza di sé e cadere schiavi delle passioni; qui bisogna rispettare il corpo perché non si ha “la padronanza” di sé, perché il corpo non ci appartiene, ma è del Signore che lo ha ricomprato a caro prezzo. Lo scopo della purezza è molto più nobile ed è legato alla dignità del corpo stesso: esso ci è dato per glorificare Dio nell’uno o nell’altro modo possibile: o con il matrimonio e l’amore fecondo, o con la consacrazione a Dio nella verginità.

Vediamo quale incoraggiamento possono ricavare da ciò i credenti e tutte le persone oneste preoccupate per le sorti della famiglia e della società. Oggi non basta più una purezza fatta di paure, tabù, divieti, di fuga reciproca tra l’uomo e la donna, come se ognuno dei due fosse, sempre e necessariamente, un’insidia per l’altro e un potenziale nemico, anziché, come dice la Bibbia, “un aiuto”. La stessa organizzazione moderna della vita sociale rende vane queste difese, con la promiscuità che comporta in ogni settore della vita. Bisogna far leva su difese non più esterne, ma interne, basate su convinzioni personali. Si deve coltivare la purezza per se stessa, per il valore positivo che rappresenta per la persona, e non solo per i guai, di salute o di buon nome, a cui espone la sua violazione.
E vediamo cosa la purezza può procurare di bello e di positivo all’uomo e alla donna nei vari stati di vita. Lo sforzo di mantenersi puro permette all’adolescente di applicarsi più seriamente agli studi, senza disperdere le sue energie in abitudini che lo chiudono in se stesso, o in avventure che finiscono per renderlo cinico e incapace di ideali e di amore vero. Permette di vivere e godere di ogni età della vita, senza bruciarne nessuna. Crea lo spazio per fare l’esperienza di altri tipi di amore come quello dell’amicizia, tanto importante nella vita delle persone.

È stata rivolta a un gruppo di adolescenti la domanda se ritenevano possibile e importante alla loro età una amicizia tra ragazzi e ragazze che non si trasformasse subito in qualcos’altro. Uno di essi ha risposto: “Sì’, credo in una tale amicizia perché la sto vivendo. Perché non la trasformiamo subito nel ‘grande amore’? Non ci pare che valga la pena porre termine a un’amicizia così bella e profonda per la classica cotta tra adolescenti e poi non credo che a 16 anni si abbia il diritto di lasciarsi definitivamente alle spalle l’adolescenza”. Aveva ragione. Un’amicizia tra giovanissimi, vissuta alla luce del sole, aiuta a scoprire i lati più belli e più segreti della psicologia dell’altro, guarisce dalla paura e dalla diffidenza verso l’altro sesso, abitua al dialogo, molto più che un corto circuito a due che suppone già risolti molti di questi problemi. Quando arriverà il grande amore, con la stessa o un’altra persona, permette di viverlo con più intensità e maturità.

Quanto ai fidanzati, lo sforzo comune per la purezza, permette di crescere in quell’amore fatto di rispetto reciproco e di capacità di attendere che un giorno sarà il solo a poter garantire la riuscita del loro matrimonio. Permette di apprezzare gesti semplici come una stretta di mano, un sguardo, un bacio, gesti che agli altri possono sembrare banali, ma che acquistano invece, in questo caso, un valore grandissimo.

Agli sposati la purezza, che si chiama ora fedeltà, permette di guardarsi negli occhi ogni sera, senza dover mentire, di guardare senza rimorsi i propri figli; permette di avere il cuore in famiglia e non altrove. Evita di finire in quella doppia vita piena di falsità a cui quasi sempre condanna l’adulterio e il tradimento.

Alle persone consacrate, sacerdoti e suore, la purezza permette di essere fratelli e sorelle di tutti senza voler possedere nessuno in esclusiva per noi stessi. Permette di essere messi a parte di ogni segreto e di accostarci a ogni miseria, senza rimanerne personalmente invischiati; permette, come diceva il grande Lacordaire, di avere “un cuore di acciaio per la castità e un cuore di carne per la carità”.

A tutti infine, giovani, sposati e consacrati, la purezza assicura la cosa più preziosa che c’è al mondo: la possibilità di accostarsi a Dio. “Beati i puri di cuore, perché vedranno Dio”. Non lo vedranno solo un giorno, dopo morte, ma già ora. Lo vedranno nella bellezza del creato, di un volto, di un’opera d’arte; lo vedranno nel loro stesso cuore.

Fonte

LEGGI IL BRANO DEL VANGELO
della II Domenica del Tempo Ordinario – Anno B

Puoi leggere (o vedere) altri commenti al Vangelo di domenica 14 Gennaio 2018 anche qui.

Gv 1, 35-42
Dal Vangelo secondo Giovanni

35Il giorno dopo Giovanni stava ancora là con due dei suoi discepoli 36e, fissando lo sguardo su Gesù che passava, disse: «Ecco l’agnello di Dio!». 37E i suoi due discepoli, sentendolo parlare così, seguirono Gesù. 38Gesù allora si voltò e, osservando che essi lo seguivano, disse loro: «Che cosa cercate?». Gli risposero: «Rabbì – che, tradotto, significa Maestro –, dove dimori?». 39Disse loro: «Venite e vedrete». Andarono dunque e videro dove egli dimorava e quel giorno rimasero con lui; erano circa le quattro del pomeriggio. 40Uno dei due che avevano udito le parole di Giovanni e lo avevano seguito, era Andrea, fratello di Simon Pietro. 41Egli incontrò per primo suo fratello Simone e gli disse: «Abbiamo trovato il Messia» – che si traduce Cristo – 42e lo condusse da Gesù. Fissando lo sguardo su di lui, Gesù disse: «Tu sei Simone, il figlio di Giovanni; sarai chiamato Cefa» – che significa Pietro.

C: Parola del Signore.
A: Lode a Te o Cristo.

  • 14 – 20 Gennaio 2018
  • Tempo Ordinario II
  • Colore Verde
  • Lezionario: Ciclo B
  • Anno: II
  • Salterio: sett. 2

Fonte: LaSacraBibbia.net

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