Commento al Vangelo del 11 Novembre 2018 – Figlie della Chiesa

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Questo testo ci conduce in modo galoppante a cogliere, in tutti i suoi aspetti più drammatici, il contrasto tra la mentalità giudaica, ormai snaturata del significato più autentico della religiosità, e la proposta di Gesù, che vuole portare al significato originario il progetto di Dio per l’uomo.

Sono coinvolti elementi e figure fondamentali del culto giudaico: il sentimento religioso, il tempio di Gerusalemme e gli scribi, che dovrebbero essere i garanti dell’interpretazione della Legge.

Gesù vuole farci recuperare e vivere la profondità della relazione con Dio.

v.38: Gesù è il Maestro autorevole. La folla si mette alla sua scuola; poco prima viene specificato che lo ascoltava volentieri. L’ascolto è una componente essenziale, che in diversi punti viene richiamata da Gesù. Egli infatti invita ad essere ascoltatori attenti (Lc 8,16-18), facendo discernimento su quello che viene ascoltato. È un punto focale perché esso implica non solo la qualità dell’ascolto, ma anche l’atteggiamento irrinunciabile della sottomissione a quanto viene ascoltato, perché l’ascolto produca frutto.

Il comportamento degli scribi viene presentato da Gesù in tutto il suo drammatico paradosso. Infatti la ragione d’essere dello scriba come del fariseo doveva essere l’amore alla Legge, da custodire e trasmettere: essi avrebbero dovuto essere i facilitatori della relazione tra Dio e il suo popolo. Invece di provvedere a questo supremo e delicato compito essi hanno ridotto la Legge ad un minuziosissimo complesso di prescrizioni, rendendola un carico pesante, insostenibile, impossibile da portarsi, impedendo così che possa essere colta nel suo essere dono di Dio, consegnato all’uomo perché cresca nella sua relazione con Lui, raggiungendo la pienezza della sua statura di essere ad immagine e somiglianza di Dio. Questi «esperti» della Legge hanno fallito la loro missione: metaforicamente parlando, la loro freccia ha sbagliato bersaglio.

v.39: Il versetto sintetizza in poche pennellate la grande ambizione di questi «uomini della Legge», che hanno fatto di essa uno strumento per ricercare e affermare se stessi, primeggiando nell’inconsistenza: al centro di tutto è il loro Io, esposto all’ammirazione di tutti, come se fosse la splendida ruota di un pavone.

v.40: Siamo al pieno degrado. Infatti la categoria più debole, quella delle vedove insieme a quella dei bambini, che dovrebbe essere maggiormente tutelata e quindi oggetto di una cura privilegiata, qui viene calpestata senza alcun ritegno. Il termine usato «divorano» è fortissimo, perché fa pensare agli avvoltoi e alle iene che con bramosia aspettano la morte della preda, per farne il proprio cibo. Allo stesso modo i beni delle vedove sono guardati dai «custodi della Legge» con avidità per ingrossare il loro patrimonio. Quando Dio non è più l’orientamento della propria vita, si perde inevitabilmente la capacità di una giusta relazione anche con il prossimo.

v.41: L’atteggiamento di Gesù è importante. Il suo «sedersi» esprime l’attenzione incondizionata che Dio dà all’uomo: il cuore di Dio è perennemente rivolto all’uomo. Il «guardare» di Gesù è attenzione profonda, cura, trasparenza; è un andare oltre, perché non si ferma all’apparenza, al dato puramente esteriore. Il verbo utilizzato rimanda alla visione di Dio, cioè al «vedere con gli occhi di Dio e dalla parte di Dio», perciò è un guardare sapienziale, che va al cuore delle cose. La domanda sembra implicita: dove si trova il cuore dell’uomo?

v.42: Gesù ci offre uno spaccato delle viscere di misericordia del Padre, che si china sul debole, che ascolta il grido del povero. L’interesse di Gesù è tutto catturato dalla vedova che, secondo la mentalità di questo mondo, non è meritevole di attenzione. È uno sguardo di tenerezza, di tocco delicato, perché sa cogliere quello che l’uomo solitamente non è abituato a vedere, cioè il cuore, le vere motivazioni e intenzioni dell’agire. Si può capire la portata del gesto della vedova facendo riferimento al valore del Tempio per ogni giudeo. Il Tempio infatti era tutto: il luogo della presenza di Dio attraverso la Legge consegnata a Mosè e custodita nel «Santo dei Santi»; il luogo del sacrificio e dell’espiazione, che restituiva l’uomo ad una condizione di «purità». Sostenere finanziariamente il Tempio era fondamentale per perpetuare nel tempo la relazione con Dio. L’atto della vedova di gettare due monetine è piccolo e insignificante agli occhi del mondo, ma non lo è agli occhi di Gesù, tanto che su di esso convoglia l’attenzione dei discepoli, illustrandone il significato profondo. La donna sta dando quello che era importante per lei per vivere. Con il suo gesto sta dicendo che la sua vita è Dio, svelando che è Dio il suo assoluto. È l’assoluto di questa donna a fermare l’attenzione di Gesù. Il suo obolo è carità, generosità, frutto di sacrificio.

vv.43-44: Gesù «chiama s sé» gli Apostoli, come se fosse una seconda chiamata, che va in profondità. La chiamata contiene una vocazione specifica: la vocazione del discepolo è di avere Dio come assoluto. La povera vedova, a differenza degli esperti della Legge, è la discepola, la fedele serva del Signore. Gesù ha letto il cuore della donna, la sua intenzione di amare e servire Dio. Egli attira a sé i discepoli per insegnare loro che la sequela non è solo fisica, ma assimilazione progressiva dei sentimenti e dei pensieri del Figlio, orientati al compimento della volontà del Padre.

Appendice

Il Regno di Dio vale tutto ciò che uno possiede

Avete udito, fratelli carissimi, che Pietro e Andrea non appena furono chiamati, al primo suono del comando, lasciarono le reti e seguirono il Redentore. Non l`avevano ancora visto operare alcun prodigio; ancora non l`avevano ascoltato in tema di premio eterno; e nondimeno, al primo cenno del Signore, dimenticarono tutto quello che poteva costituire il loro possesso…

Mi sembra, peraltro, di sentire qualcuno che dice tra sé: Pietro e Andrea erano pescatori, non possedevano nulla o quasi. Cosa mai lasciarono al comando del Signore? Ma, in questo caso, fratelli carissimi, dobbiamo guardare più all`affetto che al valore del censo. Certamente, molto lascia chi non trattiene nulla per sé; molto lascia chi abbandona completamente tutto quel che possiede. Noi, invece, siamo aggrappati gelosamente a quanto possediamo e desideriamo avidamente quel che non abbiamo. Pietro e Andrea lasciarono davvero molto, dal momento che rinunciarono persino al desiderio di possedere. Sì, questi apostoli lasciarono molto, rinunciando non solo alle cose ma altresì al desiderio di esse. Tanto lasciarono, ponendosi al seguito di Cristo, quanto avrebbero potuto desiderare, se non avessero intrapreso la sua sequela.

Nessuno dica, quindi, allorché vede che altri han lasciato tutto: imiterei volentieri questi spregiatori del mondo, però non ho nulla da lasciare. Infatti, fratelli, anche voi rinunciate a molto, se rinunciate ai desideri terreni. Lasciando il poco che possedete, è quanto basta per far contento il Signore: egli guarda il vostro cuore, non il vostro patrimonio. Non guarda quanto gli offriamo in sacrificio, bensì l`amore con cui glielo offriamo. Se guardiamo al patrimonio terreno, dobbiamo dire che quei due santi mercanti acquistarono la vita eterna degli angeli, in cambio delle reti e della barca.

Il Regno di Dio, invero, non ha prezzo; però esso vale tutto ciò che uno possiede. Nel caso di Zaccheo, esso valse la metà dei suoi beni, perché l`altra metà egli se la riservò per restituire il quadruplo a coloro che aveva defraudato (cf. Lc 19,8); nel caso di Pietro e Andrea, valse le reti e la barca (cf. Mt 4,20); per la vedova, valse solo due spiccioli (cf. Lc 21,2); per un altro, sarà valso magari un semplice bicchiere d`acqua fresca (cf. Mt 10,42). Quindi, il Regno di Dio, come ho già detto, vale tutto quello che uno possiede.

Riflettete, dunque, fratelli, sul valore del regno dei cieli: niente vi è di meno costoso nell`acquisto e niente di più prezioso nel possesso. Supponiamo però di non avere neppure un bicchiere d`acqua fresca da dare al povero; ebbene, anche in questo caso ci soccorre la parola divina. Alla nascita del Redentore, si mostrarono i cittadini del cielo, cantando: “Gloria a Dio nell`alto dei cieli e pace in terra agli uomini di buon volere” (Lc 2,14). Davanti a Dio, la nostra mano non è sprovvista di doni, se l`arca del cuore è piena di buona volontà. Ecco perché il Salmista dice: “In me sono, o Dio, i voti che ti rendo, a te si levano le mie lodi” (Sal 55,12). E` come se dicesse: «Anche se non trovo fuori di me doni da offrire, nondimeno trovo nel mio intimo qualcosa da porre sull`altare della tua lode, poiché tu non ti pasci del nostro dono, ma ti lasci placare dall`offerta del cuore. (Gregorio Magno, Hom. in Ev., 5, 1-3)

Nelle opere di pietà vi è posto per tutti

Le opere della pietà sono vastissime e la loro stessa varietà dà ai veri cristiani la possibilità di svolgere per intero il proprio ruolo nella distribuzione delle elemosine, siano essi ricchi e nell`abbondanza, o, al contrario, poveri e mediocri, cosicché coloro che sono ineguali nelle possibilità di largizione, siano almeno simili nell`affetto del cuore. Infatti, quando, sotto gli occhi del Signore, molti buttavano nel gazofilacio del tempio grosse cifre prese dalla loro opulenza, una vedova vi introdusse due monetine e meritò di essere onorata dalla testimonianza di Gesù Cristo per quel dono minimo, preferito all`offerta di tutti gli altri: infatti, davanti ai doni magnifici di coloro ai quali restava ancora molto, il suo, per misero che fosse, costituiva tutto il suo avere (cf. Lc 21,1-4).

Pertanto, se qualcuno è ridotto ad una povertà tale da non poter neppure elargire due spiccioli ad un indigente trova nei precetti del Signore di che adempiere il dovere della benevolenza. Infatti, neppure chi avrà donato ad un povero un semplice bicchiere d`acqua fresca rimarrà senza ricompensa per il suo gesto (cf. Mt 10,42): oh, quali scorciatoie non ha preparato il Signore ai suoi servi per far loro conquistare il suo Regno, se persino il dono di un bicchiere d`acqua, d`uso gratuito e comune, non deve restare senza ricompensa!

E, perché nessuna difficoltà potesse frapporvi ostacoli, è proprio un po` d`acqua fresca che viene proposto come esempio di misericordia, per timore che qualcuno cui manca la legna per fare il fuoco e farla scaldare, potesse pensare di essere privato della ricompensa.

Il Signore, peraltro e non senza ragione, avvertì che tale bicchiere d`acqua doveva essere dato in suo nome, perché è la fede che rende preziose cose in sé stesse vili, e che le offerte degli infedeli, anche se fatte senza badare a spese, restano nondimeno vuote di ogni giustificazione. (Leone Magno, Sermo, 31, 2)

Dio non pesa la quantità ma il cuore

Grande è quel che Egli trarrà dal poco disponibile, poiché sulla bilancia della giustizia divina non si pesa la quantità dei doni, bensì il peso dei cuori. La vedova del Vangelo depositò nel tesoro del tempio due spiccioli e superò i doni di tutti i ricchi (cf. Mt 12,41-44). Nessun gesto di bontà è privo di senso davanti a Dio, nessuna misericordia resta senza frutto. Diverse sono senza dubbio le possibilità da lui date agli uomini, ma non differenti i sentimenti che egli reclama da loro.

Valutino tutti con diligenza l`entità delle proprie risorse e coloro che hanno ricevuto di piú diano di più. (Leone Magno, Sermo de jejunio dec. mens., 90, 3)

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Cari fratelli e sorelle!

La Liturgia della Parola di questa domenica ci presenta come modelli di fede le figure di due vedove. Ce le presenta in parallelo: una nel Primo Libro dei Re (17,10-16), l’altra nel Vangelo di Marco (12,41-44). Entrambe queste donne sono molto povere, e proprio in tale loro condizione dimostrano una grande fede in Dio. La prima compare nel ciclo dei racconti sul profeta Elia. Costui, durante un tempo di carestia, riceve dal Signore l’ordine di recarsi nei pressi di Sidone, dunque fuori d’Israele, in territorio pagano. Là incontra questa vedova e le chiede dell’acqua da bere e un po’ di pane. La donna replica che le resta solo un pugno di farina e un goccio d’olio, ma, poiché il profeta insiste e le promette che, se lo ascolterà, farina e olio non mancheranno, lo esaudisce e viene ricompensata. La seconda vedova, quella del Vangelo, viene notata da Gesù nel tempio di Gerusalemme, precisamente presso il tesoro, dove la gente metteva le offerte. Gesù vede che questa donna getta nel tesoro due monetine; allora chiama i discepoli e spiega che il suo obolo è maggiore di quello dei ricchi, perché, mentre questi danno del loro superfluo, la vedova ha offerto «tutto quello che aveva, tutto quanto aveva per vivere» (Mc 12,44).

Da questi due episodi biblici, sapientemente accostati, si può ricavare un prezioso insegnamento sulla fede. Essa appare come l’atteggiamento interiore di chi fonda la propria vita su Dio, sulla sua Parola, e confida totalmente in Lui. Quella della vedova, nell’antichità, costituiva di per sé una condizione di grave bisogno. Per questo, nella Bibbia, le vedove e gli orfani sono persone di cui Dio si prende cura in modo speciale: hanno perso l’appoggio terreno, ma Dio rimane il loro Sposo, il loro Genitore. Tuttavia la Scrittura dice che la condizione oggettiva di bisogno, in questo caso il fatto di essere vedova, non è sufficiente: Dio chiede sempre la nostra libera adesione di fede, che si esprime nell’amore per Lui e per il prossimo. Nessuno è così povero da non poter donare qualcosa. E infatti entrambe le nostre vedove di oggi dimostrano la loro fede compiendo un gesto di carità: l’una verso il profeta e l’altra facendo l’elemosina. Così attestano l’unità inscindibile tra fede e carità, come pure tra l’amore di Dio e l’amore del prossimo – come ci ricordava il Vangelo di domenica scorsa. Il Papa San Leone Magno, di cui ieri abbiamo celebrato la memoria, così afferma: «Sulla bilancia della giustizia divina non si pesa la quantità dei doni, bensì il peso dei cuori. La vedova del Vangelo depositò nel tesoro del tempio due spiccioli e superò i doni di tutti i ricchi. Nessun gesto di bontà è privo di senso davanti a Dio, nessuna misericordia resta senza frutto» (Sermo de jejunio dec. mens., 90, 3).

La Vergine Maria è esempio perfetto di chi offre tutto se stesso confidando in Dio; con questa fede ella disse all’Angelo il suo «Eccomi» e accolse la volontà del Signore. Maria aiuti anche ciascuno di noi, in questo Anno della fede, a rafforzare la fiducia in Dio e nella sua Parola. (Papa Benedetto XVI, Angelus dell’11 novembre 2012)

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Cari fratelli e sorelle, buongiorno con questo bel sole!

Il brano del Vangelo di questa domenica si compone di due parti: una in cui si descrive come non devono essere i seguaci di Cristo; l’altra in cui viene proposto un ideale esemplare di cristiano.

Cominciamo dalla prima: cosa non dobbiamo fare. Nella prima parte Gesù addebita agli scribi, maestri della legge, tre difetti che si manifestano nel loro stile di vita: superbia, avidità e ipocrisia. A loro – dice Gesù – piace «ricevere saluti nelle piazze, avere i primi seggi nelle sinagoghe e i primi posti nei banchetti» (Mc 12,38-39). Ma sotto apparenze così solenni si nascondono falsità e ingiustizia. Mentre si pavoneggiano in pubblico, usano la loro autorità per “divorare le case delle vedove” (cfr v. 40), che erano considerate, insieme agli orfani e agli stranieri, le persone più indifese e meno protette. Infine, gli scribi «pregano a lungo per farsi vedere» (v. 40). Anche oggi esiste il rischio di assumere questi atteggiamenti. Ad esempio, quando si separa la preghiera dalla giustizia, perché non si può rendere culto a Dio e causare danno ai poveri. O quando si dice di amare Dio, e invece si antepone a Lui la propria vanagloria, il proprio tornaconto.

E in questa linea si colloca la seconda parte del Vangelo di oggi. La scena è ambientata nel tempio di Gerusalemme, precisamente nel luogo dove la gente gettava le monete come offerta. Ci sono molti ricchi che versano tante monete, e c’è una povera donna, vedova, che mette appena due spiccioli, due monetine. Gesù osserva attentamente quella donna e richiama l’attenzione dei discepoli sul contrasto netto della scena. I ricchi hanno dato, con grande ostentazione, ciò che per loro era superfluo, mentre la vedova, con discrezione e umiltà, ha dato «tutto quanto aveva per vivere» (v. 44); per questo – dice Gesù – lei ha dato più di tutti. A motivo della sua estrema povertà, avrebbe potuto offrire una sola moneta per il tempio e tenere l’altra per sé. Ma lei non vuole fare a metà con Dio: si priva di tutto. Nella sua povertà ha compreso che, avendo Dio, ha tutto; si sente amata totalmente da Lui e a sua volta Lo ama totalmente. Che bell’esempio quella vecchietta!

Gesù, oggi, dice anche a noi che il metro di giudizio non è la quantità, ma la pienezza. C’è una differenza fra quantità e pienezza. Tu puoi avere tanti soldi, ma essere vuoto: non c’è pienezza nel tuo cuore. Pensate, in questa settimana, alla differenza che c’è fra quantità e pienezza. Non è questione di portafoglio, ma di cuore. C’è differenza fra portafoglio e cuore… Ci sono malattie cardiache, che fanno abbassare il cuore al portafoglio… E questo non va bene! Amare Dio “con tutto il cuore” significa fidarsi di Lui, della sua provvidenza, e servirlo nei fratelli più poveri senza attenderci nulla in cambio. […] (Papa Francesco, Angelus del 8 novembre 2015)

Fonte: Figlie della Chiesa

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LEGGI IL BRANO DEL VANGELO

XXXII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO – ANNO B

Puoi leggere (o vedere) altri commenti al Vangelo di domenica 11 Novembre 2018 anche qui.

Questa vedova, così povera, ha gettato nel tesoro più di tutti gli altri.

Mc 12, 38-44

In quel tempo, Gesù [nel tempio] diceva alla folla nel suo insegnamento: «Guardatevi dagli scribi, che amano passeggiare in lunghe vesti, ricevere saluti nelle piazze, avere i primi seggi nelle sinagoghe e i primi posti nei banchetti. Divorano le case delle vedove e pregano a lungo per farsi vedere. Essi riceveranno una condanna più severa».
 
Seduto di fronte al tesoro, osservava come la folla vi gettava monete. Tanti ricchi ne gettavano molte. Ma, venuta una vedova povera, vi gettò due monetine, che fanno un soldo.
 
Allora, chiamati a sé i suoi discepoli, disse loro: «In verità io vi dico: questa vedova, così povera, ha gettato nel tesoro più di tutti gli altri. Tutti infatti hanno gettato parte del loro superfluo. Lei invece, nella sua miseria, vi ha gettato tutto quello che aveva, tutto quanto aveva per vivere».

C: Parola del Signore.
A: Lode a Te o Cristo.

  • 11 – 17 Novembre 2018
  • Tempo Ordinario XXXII
  • Colore Verde
  • Lezionario: Ciclo B
  • Anno: II
  • Salterio: sett. 4

Fonte: LaSacraBibbia.net

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