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Commento al Vangelo del 11 Novembre 2018 – Comunità Kairos

Nella sua permanenza a Gerusalemme e nel tempio, Gesù è stato impegnato in diverse contese con i vari rappresentanti religiosi d’Israele: con i sommi sacerdoti e gli scribi (11, 27- 12, 12) con i farisei, erodiani e sadducei (12, 13-27) e i dottori della legge (12, 28-37). Grazie a tutte queste sollecitazioni e a queste dispute ha potuto mettere dei punti fermi nel tipo di messaggio evangelico che professava, talvolta in aperta opposizione con la mentalità del tempo e con un certo modo di intendere la religiosità.

Anche ora che la sua attività pubblica sta per volgere al termine, prima di proseguire il suo cammino verso la sua passione e morte, rivolge ancora una volta insegnamenti ai suoi  discepoli per metterli in guardia da comportamenti che seguono logiche lontane da quelle proprie di chi lo vuol seguire.

Benché anche in questa occasione pronunci parole molto dure contro gli scribi, Gesù naturalmente non si rivolge contro una intera categoria ma contro coloro che interpretano il loro status in un certo modo. Differentemente, dal brano di domenica scorsa, in cui abbiamo visto un confronto con uno scriba con cui Gesù si trovava in sintonia, qui si ripresenta il caso più frequente di persone appartenenti a questa categoria che, in quanto esperti e autorevoli conoscitori delle Scritture, incorrono facilmente nel rischio di considerarsi per  questo detentori di un potere da esercitare sugli altri. Proprio da questi Gesù invita a prendere le distanze.

Nell’organizzazione sociale ebraica, gli scribi erano coloro che leggevano, traducevano e spiegavano la legge al popolo d’Israele (Ne 8,8), erano i “dottori della legge”, gli interpreti delle Scritture e della legge mosaica. Questo compito, che nasceva e si nutriva dello stare davanti al Signore, dava loro prestigio e influenza presso il popolo. Con le dovute differenze non è difficile immaginare come anche tanti uomini di chiesa di ogni tempo possano rientrare nella categoria di persone condannate da Gesù: sentirsi vicini alle cose di Dio ed interpreti delle Scritture può ingenerare un senso di superiorità che si manifesta in atteggiamenti esteriori volti ad avere il plauso e l’ammirazione della gente comune. Tutti questi atteggiamenti, “passeggiare in lunghe vesti, ricevere i saluti nelle piazze, avere i primi posti nelle sinagoghe e nei banchetti”, manifestano il desiderio di stare davanti agli uomini piuttosto che davanti a Dio, orientando in una dimensione esclusivamente terrena e con logiche di potere il senso ultimo del proprio compito, così come per tutto l’arco della storia uomini di chiesa non hanno disdegnato scendere a patti con il potere politico, occupando posti nei banchetti insieme alle più alte cariche civili. Una tale interpretazione dello status religioso che mira a ricevere onore e prestigio e a trarre vantaggi personali, può condurre verso la sopraffazione e l’arricchimento personale anche a scapito di categorie sociali più deboli, quali le vedove. Non solo, ma anche la preghiera, luogo cardine dell’incontro con Dio, può essere strumentalizzata per farsi notare, piuttosto che indirizzata alla relazione con il Signore.

Gesù, dunque, mette in guardia i discepoli dai rischi di una religiosità rivolta verso l’esteriorità e l’ostentazione e che riproduce anche nei contesti religiosi logiche profondamente mondane, in una interpretazione del proprio ruolo non in termini di servizio verso il prossimo ma per la propria autorealizzazione. In questa prospettiva, per evitare questi rischi, in virtù della particolare interpretazione del senso della propria esistenza legato al messaggio evangelico, l’uomo religioso più degli altri è invitato a vigilare sul proprio agire e a chiedersi costantemente cosa lo muove in quello che fa, davanti a chi e per chi compie le sue azioni.

In questo contesto, per contrasto, Gesù richiama l’attenzione dei discepoli su una donna, una vedova che porta la sua elemosina al tempio. La vedova, nell’antichità, era una delle categorie sociali più emarginate, alla morte del marito essa non aveva più diritti e poteva contare solo sull’aiuto dei figli se ne aveva o sulla carità degli altri. La contrapposizione con gli scribi “che divorano le case delle vedove” e i ricchi che gettano molte monete nel tesoro è netta: da una parte i ricchi versano ciò che per loro è superfluo o della cui privazione non hanno particolare nocumento, mentre la vedova versa “hólon tòn bíon autês” (tutta la sua vita). Per mezzo di questa offerta la donna ha espresso il dono totale di sé. Un affidarsi senza riserve a ciò che le viene chiesto. Come la vedova di Zarepta (1Re 17), essa ha dato non ciò che le avanzava ma tutto ciò che aveva per vivere. La donna nella sua povertà ripone tutta la sua fiducia e la sua speranza in Dio. Si fida talmente di Dio da mettere tutta la sua vita nelle sue mani, non gli affida soltanto ciò che non ha importanza e non agisce per seguire soltanto le prescrizioni religiose, mettendo così a tacere la coscienza perché si è agito secondo quanto è previsto. Sebbene la vedova versi solo due spiccioli, quei due spiccioli sono per lei il necessario, ciò che le serve per vivere, la sua esistenza, la sua stessa persona. Non agisce per farsi vedere ma agisce per scomparire nel dono di sé e diventare così invisibile per gli uomini ma grande agli occhi di Dio.

Posto in questi termini il confronto non lascia spazio: è chiaro che mettere tutto ciò che si ha, anche se poco o a maggior ragione se è poco, ha un valore inestimabile rispetto al dare ciò che per noi è senza o ha poca importanza.

Ecco che ancora una volta diventa centrale il senso del nostro stare davanti a Dio e il tipo di relazione che vogliamo con Lui. Possiamo essere come coloro che vivono una relazione con Dio che afferisce soltanto all’esteriorità, vivendo il nostro essere nella chiesa per farci vedere dagli altri, per ottenere il riconoscimento e i vantaggi che questo status può offrire, soprattutto se nella Chiesa si esercita una qualche forma di potere tributato per il riconoscimento di cui si è oggetto, oppure possiamo vivere nell’intimità della nostra amicizia con il Padre mettendo in gioco tutta la nostra vita nella relazione con Lui, affidando tutto il nostro essere sino all’ultimo spicciolo alla ricerca di un senso pieno della nostra esistenza, svuotato dall’autoreferenzialità e lontano anche da quelle logiche che agli occhi della maggior parte possono sembrare vincenti.

Luisa

Fonte: Comunità Kairos (Palermo)

LEGGI IL BRANO DEL VANGELO

XXXII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO – ANNO B

Puoi leggere (o vedere) altri commenti al Vangelo di domenica 11 Novembre 2018 anche qui.

Questa vedova, così povera, ha gettato nel tesoro più di tutti gli altri.

Mc 12, 38-44

In quel tempo, Gesù [nel tempio] diceva alla folla nel suo insegnamento: «Guardatevi dagli scribi, che amano passeggiare in lunghe vesti, ricevere saluti nelle piazze, avere i primi seggi nelle sinagoghe e i primi posti nei banchetti. Divorano le case delle vedove e pregano a lungo per farsi vedere. Essi riceveranno una condanna più severa».
 
Seduto di fronte al tesoro, osservava come la folla vi gettava monete. Tanti ricchi ne gettavano molte. Ma, venuta una vedova povera, vi gettò due monetine, che fanno un soldo.
 
Allora, chiamati a sé i suoi discepoli, disse loro: «In verità io vi dico: questa vedova, così povera, ha gettato nel tesoro più di tutti gli altri. Tutti infatti hanno gettato parte del loro superfluo. Lei invece, nella sua miseria, vi ha gettato tutto quello che aveva, tutto quanto aveva per vivere».

C: Parola del Signore.
A: Lode a Te o Cristo.

  • 11 – 17 Novembre 2018
  • Tempo Ordinario XXXII
  • Colore Verde
  • Lezionario: Ciclo B
  • Anno: II
  • Salterio: sett. 4

Fonte: LaSacraBibbia.net

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