Vangelo del giorno – giovedì 14 giugno 2018 – don Antonello Iapicca

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“GIUSTIFICATI” DALLA MISERICORDIA RENDIAMO GIUSTIZIA AGLI UOMINI CON LA STESSA MISERICORDIA

Molti intendono la vita come una scalata al Cielo: la “giustizia di scribi e farisei” aveva i limiti della propria carne, perché fondata su opere che avevano perduto il sapore della gratuità, lettera morta, senza Spirito; vivevano di regole stabilite da uomini per rendersi degni di Dio. Per questo non hanno potuto accogliere Gesù, il Dio fatto uomo per rendere l’uomo degno di Lui. Dio, infatti, ha cercato l’uomo, abbassandosi sino alla carne più corrotta, per farne un riflesso della sua Gloria. 

La Giustizia di Dio è rendere giusto l’ingiusto, per pura grazia. Per questo, nelle parole di Gesù sembra affiorare l’assurdo: un pensiero che sfiora appena la mente, ed è come uccidere un uomo. Un paradosso per significare il veleno che scorre nel cuore di tutti: se non siamo capaci di “pensare bene” come illudersi di poter “compiere il bene” per raggiungere il Cielo? Il solo pensare di poter essere buoni, di migliorare con le proprie sole forze è follia. Peggio, è un’eresia, il pelagianesimo: essa nasce dalle dottrine del monaco irlandese Pelagio, contro le quali si è battuto sant’Agostino e condannate dal Concilio di Efeso nel 451.

La dottrina eretica pelagiana affermava che il peccato originale non avrebbe realmente contaminato la natura umana; per questo, l’uomo avrebbe la capacità di scegliere da sé il bene e la forza di non peccare, senza l’aiuto della grazia. L’allora Cardinale Ratzinger ammoniva circa il pericolo del “pelagianesimo dei pii”: “Essi non vogliono avere nessun perdono e in genere nessun vero dono di Dio. Essi vogliono essere in ordine: non perdono ma giusta ricompensa. Vorrebbero non speranza ma sicurezza. Con un duro rigorismo di esercizi religiosi, con preghiere e azioni, essi vogliono procurarsi un diritto alla beatitudine. Manca loro l’umiltà essenziale per ogni amore, l’umiltà di ricevere doni a di là del nostro agire e meritare. Così questo pelagianesimo è un’apostasia dall’amore e dalla speranza, ma in profondità anche dalla fede”. La verità è che siamo poveri peccatori, e, ammoniva Isaia, anche i nostri atti di giustizia sono come panni immondi: “occorre umiltà per accettare di aver bisogno che un Altro mi liberi del “mio”, per darmi gratuitamente il “suo” (Benedetto XVI). 

Siamo mendicanti d’amore, ciechi sul ciglio di una vita confusa. Basta dare un’occhiata al nostro cuore sovrapponendolo al Vangelo di oggi per credere. Messe, preghiere, parole, consigli, sguardi umili, ma il cuore? Che ne è stato di quel vicino di casa, della suocera, di quel collega? Uccisi nel cuore, sepolti e dimenticati. E non solo questo. Il Signore ci parla di “qualcuno che ha qualcosa contro di noi”, non necessariamente perché noi si abbia fatto qualcosa di male. No, “se qualcuno ha qualcosa contro di te”: parole chiarissime, che mostrano, in filigrana, il cuore di Cristo. Noi tutti ce l’avevamo con Lui, e lo abbiamo inchiodato a una Croce. E non ci aveva fatto nulla, anzi, ci aveva semplicemente amati. Ma Lui ha “lasciato l’offerta all’altare del Tempio”, e si è fatto offerta Lui stesso, il suo corpo come il nuovo Tempio, la sua Croce come il nuovo altare. Lui si è ricordato di tutti noi, che avevamo qualcosa contro di Lui, per quella malattia, per quel dolore, per quel fallimento, ed è venuto a cercarci per riconciliarci con Lui. Ma come è possibile?

Noi, peccatori e per questo debitori, nel cuore di Cristo diveniamo suoi creditori! Ladri, ma i suoi occhi ci vedono come dei derubati. Ingannatori, ma la sua misericordia ci considera ingannati. Ce l’avevamo, e ce l’abbiamo  ancora, ingiustamente, contro di Lui, e Lui che fa? Non contesta, non si difende, non discute: ci cerca, come ha cercato Pietro sulle rive del Mare di Galilea, come ha cercato, da Adamo in poi, ogni uomo, per riconciliarlo con sé, per disinnescare il rancore, e dischiudere il cuore alla pace. E’ questo il senso più profondo di tutto il Mistero Pasquale del Signore, il paradosso che il mondo non può conoscere, l’autentica disfatta del demonio, qualcosa di inaudito, che neanche la sua sapienza malvagia poteva prevedere: Gesù ha accettato l’ingiustizia dell’accusa che ogni uomo gli ha fatto per giustificare tutti, senza esclusione. In Lui è apparsa la Giustizia di Dio, che supera la casuistica farisaica, le regolette da rispettare con cui difendersi e sentirsi a posto. La Giustizia di Dio è offrirsi al nemico, a chi non ci sopporta, a chi ci calunnia, a chi vuol vederci morti. Al lavoro, in famiglia, a scuola, ovunque. E’ una Giustizia che supera la carne e la legge degli uomini, è il cuore di Dio che offre se stesso per amore, per cancellare il male, per perdonare e riconciliare, per ricreare e spegnere l’odio.

E’ Dio che supera la religione naturale fatta di prescrizioni, doveri, paura e schiavitù, la religiosità che beatifica la natura – la giustizia umana – credendola divina, che è il “panteismo” subdolo e arrogante che cortocircuita con il pelagianesimo. Un po’ di acqua santa sui propri criteri, sulla propria giustizia, un’offerta al tempio per certificare la bontà delle proprie convinzioni e delle proprie azioni. A messa a battersi il petto, a leggere, a fare e fare, e poi il silenzio indifferente a casa, così l’altro capisce il suo errore… A messa, e poi il collega disprezzato e cancellato. Volontariato ad aiutare anziani e handicappati, e poi il rancore “giustificatissimo” per il fratello o il cugino che s’è rubato cento euro dell’eredità di quel parente. Elemosine, e contemporaneamente una causa con quel condomino che si trascina da una vita. Filantropia e indignazione, tutto questo con il cristianesimo non c’entra nulla. Le parole di Gesù, quelle che disegnano la sua Croce, sono follia pura agli occhi e alle menti carnali. Come inginocchiarsi dinanzi a chi ci tradisce, ci calunnia, ci “cita in giudizio”? Come chiedere perdono per quel che non si è commesso? Dove si va a finire? Infatti, non è sapienza mondana, e non c’entra nulla con le leggi di uno Stato. E’ lo Spirito della famiglia di Dio, la vita dei figli di Dio, dei cristiani. E Cristo si è fatto peccato, come un agnello muto di fronte ai suoi tosatori. Il leone che si è fatto agnello per caricarsi di ogni delitto, innocente si è offerto al patibolo. Solo chi gli appartiene, chi ha sperimentato la misericordia e la liberazione dal giogo del peccato, può comprendere queste parole del Signore, e desidera vivere in esso.

Anzi, è un bisogno del cuore, come dell’aria e del cibo, perché ha sperimentato, nella propria vita, una giustizia celeste, un amore che nessuno può offrire. E ha sperimentato anche che questo amore, questa giustizia, hanno il potere di giustificare, di sanare, di ricreare, di deporre, laddove vi era odio, rancore, maldicenza, menzogna, quello stesso amore che tutto copre, tutto crede, tutto sopporta, tutto perdona. La carità di Cristo, l’agape che abbraccia, dalla Croce, ogni uomo. Abbiamo sperimentato questa giustizia nella nostra vita? Non si tratta di impegnarsi ad essere buoni, è, semplicemente, lasciarci riconciliare con Dio nella Giustizia crocifissa di Cristo Gesù. La sua Giustizia, quella che brilla sulla Croce, è l’unica salvezza, l’unica via di accesso al Regno dei Cieli. E se siamo giustificati nella sua misericordia andremo naturalmente anche noi a cercare i tanti che abbiamo cancellato pensandoli “pazzi”, dimenticato perché giudicati “stupidi”, ferito nella nostra “ira”, per riconciliarci con loro offrendo la nostra vita. Questa è la Giustizia di Dio, il perdono, sempre, senza condizioni. Il Cielo finalmente messo d’accordo con la terra, dove il Signore ci conduce giustificandoci nel “giudizio” del “sinedrio” per i nostri pensieri, e strappandoci dal “fuoco dello Sheol” che meritiamo per le nostre parole insulse e malvagie. Lasciamo dunque le nostre ipocrite offerte con le quali crediamo di resettare il cuore e, riconciliati nella giustizia misericordiosa di Dio, ci ricorderemo anche dei tanti che ce l’hanno con noi, e, in Cristo che si è offerto completamente a noi, potremo donarci anche noi quale offerta gradita a Dio, in ginocchio dinanzi a tutti quelli che, non conoscendo l’amore di Dio, azzannano la nostra vita. 

In noi, tutti potranno riconoscere la giustizia di Dio, e vedere spalancarsi il Cielo di una vita nuova, riconciliata, pacificata. Resistere nelle proprie posizioni, chiudersi alla misericordia di Dio sarebbe imperdonabile, la condanna ad un carcere durissimo, a dover “pagare sino all’ultimo spicciolo”. E non lo stiamo vivendo forse oggi? Sempre ansiosi, sempre in debito di tempo e di sguardi; sempre di corsa e angosciati per pagare agli altri quello che non potremo mai pagare e risarcire. Come poter risarcire il male della nostra indifferenza, della gelosia, della violenza e dell’ipocrisia? Come pagare se non abbiamo neanche il “primo” spicciolo? Abbandonandosi alla misericordia di Dio, lasciandoci invadere dal suo amore perché, attraverso di noi, giunga ad ogni nostro prossimo. “Cristo ha pagato per noi il debito all’Eterno Padre” (Preconio Pasquale), e solo in Lui potremo offrire noi stessi perché ogni spicciolo d’amore sottratto ai fratelli possa essere risarcito e moltiplicato dal suo amore. Altro che sforzi e strategie, opere e sacrifici della carne, buoni solo a peggiorare ancor più le cose, ad alimentare veleni e rancori. Siamo, invece, chiamati ad accogliere oggi il suo amore che ci giustifica, e, spinti dal fuoco della misericordia, potremo correre a metterci d’accordo, a lasciarci crocifiggere da coloro ai quali, il demonio, ha rubato la speranza. Hanno diritto all’amore che abbiamo sperimentato.

E non è cosa di un giorno. E’ un cammino, un andare per via, cadendo e rialzandoci, abbandonando ogni pretesa pelagiana e panteista, in un’esperienza dell’amore di Dio che, in un cammino serio di conversione ella Chiesa, approfondendosi, genera amore e misericordia. 

LEGGI IL BRANO DEL VANGELO

Mt 5, 20-26
Dal Vangelo secondo Matteo

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli:
«Io vi dico: se la vostra giustizia non supererà quella degli scribi e dei farisei, non entrerete nel regno dei cieli.
Avete inteso che fu detto agli antichi: “Non ucciderai”; chi avrà ucciso dovrà essere sottoposto al giudizio. Ma io vi dico: chiunque si adira con il proprio fratello dovrà essere sottoposto al giudizio. Chi poi dice al fratello: “Stupido”, dovrà essere sottoposto al sinedrio; e chi gli dice: “Pazzo”, sarà destinato al fuoco della Geènna.
Se dunque tu presenti la tua offerta all’altare e lì ti ricordi che tuo fratello ha qualche cosa contro di te, lascia lì il tuo dono davanti all’altare, va’ prima a riconciliarti con il tuo fratello e poi torna a offrire il tuo dono.
Mettiti presto d’accordo con il tuo avversario mentre sei in cammino con lui, perché l’avversario non ti consegni al giudice e il giudice alla guardia, e tu venga gettato in prigione. In verità io ti dico: non uscirai di là finché non avrai pagato fino all’ultimo spicciolo!».

C: Parola del Signore.
A: Lode a Te o Cristo.

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