Sacratissimo Cuore di Gesù – venerdì 8 giugno 2018 – commento alle letture di Roberto Mela

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Una solennità del Signore Gesù fuori moda? Lontana dalla sensibilità di oggi? È innegabile riconoscere come questa celebrazione ai nostri giorni sia la pallida riproposizione di quelle solenni di cinquant’anni fa. Eppure, la celebrazione del Cuore di Gesù non è una devozione secondaria, da “altare laterale”, come ben commentava anni fa un ottimo teologo dehoniano. Essa ci riporta al cuore della fede cristiana, all’identità profonda del Dio adorato e venerato dai discepoli di Gesù non per una sdolcinata devozione popolare, ma per una convinta celebrazione della roccia certa sulla quale si fonda la loro “speranza lunga”.

La celebrazione del Cuore di Gesù non si radica su rivelazioni private, anche se queste ne hanno potuto favorire enormemente la diffusione devozionale a livello popolare, con spinte che arrivarono in certi tempi anche a raggiungere il livello politico e militare.

La “devozione” del Cuore di Gesù non ha radici devozionali o basate su rivelazioni private suoresche dalle connotazioni sdolcinate. La sua radice è fortemente biblica e centrale nella coscienza credente della Chiesa di oggi.

Convocato e messo in piedi

Il brano del profeta Osea scelto per la liturgia odierna mette il popolo cristiano sul giusto cammino. Osea (abbreviazione di “YHWH ha salvato”), originario del regno del nord, è chiamato a predicare alla parte settentrionale di Israele tra il 750 e il 730 a.C. Contemporaneo del profeta Amos, proveniente da Teqoa, al sud, profetizza quindi a “Efraim”, gravitante intorno alla sua capitale Samaria, intendendo però con questo nome l’intero popolo di Israele. Osea è attivo a Samaria, Betel, Galgala e altre località del nord.

Il profeta storico dell’VIII sec. a.C., il primo dei “profeti scrittori” e la tradizione dei suoi discepoli che ne hanno prolungato e fissato per iscritto la predicazione, rilegge in chiave paterno/materna il rapporto tra YHWH e il suo popolo, dal momento della liberazione fino alla sua entrata nella terra promessa. Osea ricorda pochissimo le tradizioni patriarcali, e sempre con tono negativo. Nella sua predicazione, Israele nasce solo con l’uscita dall’Egitto.

Nel brano proclamato nella liturgia odierna, YHWH parla in prima persona ed esprime la profondità del suo sentimento attivo nei confronti del suo bambino/popolo. Quando Israele era un “fanciullo/na‘ar” (normalmente per indicare l’età del popolo presupposta nel brano viene però impiegato il termine yeled), YHWH “l’ha amato/wā’ōhăbtî”.

Il verbo “amare/’āhab” non è molto frequente nella Bibbia, neppure quando il soggetto è YHWH. Viene però ricordato ampiamente nel Deuteronomio per esprimere la ragione ultima dell’elezione inclusiva compiuta da lui nei confronti di Israele: cf. Dt 4,37; 7,7-9; 10,15….).

Il forte sentimento che lega YHWH a Israele è fatto non solo e non tanto di sentimenti, quanto di amore fattivo e concreto, operativo. Il suo amore per il popolo si è manifestato come un “chiamare per/convocare/qārā’ le” il suo figlio a uscire fuori dall’Egitto.

Dal luogo di libertà, dove YHWH pone stabilmente la sua dimora, egli convoca a sé Israele, suo figlio adottivo. Lo convocava per instillare sempre più in profondità le sue caratteristiche profonde, di modo che il figlio sia veramente tale secondo la mentalità orientale: uno che compie le stesse azioni del padre.

YHWH “convocava a sé” suo figlio fuori dall’Egitto, tendendogli le mani, aspettandolo a braccia aperte dopo averlo “messo in piedi/tirgaltî (<regel= piede)”, perché imparasse a fare i primi passi da bimbo libero e autonomo.

Come fa un padre o una madre anche oggi, quando il figlio cadeva per l’incertezza del suo incedere, YHWH lo “prendeva per le loro braccia/qāhem [probabilmente da correggere in wā’eqqāhem = presi] ‘alzerô ‘ōtām” il suo figlio (alludente al “popolo”, singolare collettivo).

Israele (sempre alluso con un singolare collettivo, soggetto o oggetto espresso con un verbo al plurale) però non capì “che io li guarii/li stavo guarendo/repā’tîm/gr. della LXX: iamai autous”, si lamenta YHWH. Li stavo guarendo dall’abitudine alla schiavitù egiziana, dura ma edulcorata da un cibo allettante.

Nm 11,4-5 ricorda il lamento pieno di lacrime di Israele nel deserto: «La gente raccogliticcia, in mezzo a loro, fu presa da grande bramosia, e anche gli israeliti ripresero a piangere e dissero: “Chi ci darà carne da mangiare? Ci ricordiamo dei pesci che mangiavamo in Egitto gratuitamente, dei cetrioli, dei cocomeri, dei porri, delle cipolle e dell’aglio”».

A quel tempo Israele era proprio un popolo-lattante, anzi – per la precisione – non ancora della gente consapevole di essere un popolo, il popolo di YHWH, realtà che maturò solo nel mezzo della sua liberazione, quando giunse al monte Horeb/Sinai. Anelante solo alle mammelle schiavizzanti dell’Egitto, aveva bisogno di essere “guarito” e svezzato nel modo giusto.

Amato e nutrito

YHWH ha attratto a sé il bamberottolo Israele inventandosi concretamente “corde di uomo/CEI = legami di bontà/ḥalbê ’ādām” e “legami di amore/‘ăbōtôt ’ahăbāh” (cf. v. 1). Tutti i ciucci colorati sono stati agitati, giocattoli di ogni tipo sono stati provati, tutte le caramelle a disposizione sono state offerte da YHWH per attrarre Israele a camminare verso il suo Dio, da buon papà/buona mamma paziente e comprensivo delle debolezze e dei capricci del piccino.

L’immagine successiva può essere letta in due modi, molto diversi tra loro. Seguendo il testo ebraico originale, può essere resa così: “Fui per loro come colui che solleva/kimrîmê (il) giogo/‘ōlsu (da) (il) loro collo/leḥêhem”. In questo caso, l’immagine sarebbe quella di liberazione dal giogo schiavizzante che grava sul collo di Israele in Egitto. Tenendo presente, però, che subito dopo segue nel testo un’immagine di nutrimento, si potrebbe tradurre in tutt’altro modo, vocalizzando in modo diverso le consonanti del testo ebraico, modificate solo leggermente alla fine: “Fui per loro come colui che alza/kemērim un lattante/‘ûl alle sue guance/leḥayā(y)w/gr. della LXX: hōs rhapizōn anthrōpos epi tas siagonas autou, che non traduce il problematico “‘ōl/giogo” o “‘ûl/lattante”.

Come un padre/una madre premuroso – YHWH assomma in sé tratti paterni e materni, e questo non dovrebbe ormai meravigliare più nessuno – YHWH si è chinato per dare da mangiare al piccolo. Una madre che offre il seno al lattante? Un padre che offre un po’ di yogurt o di pappetta al piccolo? In esegesi non sempre si deve scegliere, ricorda un maestro come Jean-Noel Aletti…

Il brano di Osea ricorda a questo punto (versetti non letti nella liturgia) le infedeltà e le riottosità di Israele, ma anche la volontà di YHWH di non riportarlo in schiavitù o di distruggerlo come aveva fatto con Admà e Seboìm, due città della pentapoli che comprendeva anche Sodoma, Gomorra e Lesa (cf. Gen 19,19; 14,2.8; Dt 29,22). Nella tradizione elohista probabilmente esse prendevano il posto che la tradizione jahwista attribuiva a Sodoma e Gomorra. Esse sono state “sconvolte/rovesciate” in un inferno di fuoco e di zolfo.

Il cuore che sobbalza

Dentro YHWH “il suo cuore sobbalza/si torce/si sconvolge/nehpak‘ālay libbî”. “Mi dà un tuffo il cuore” traduce il maestro d’esegesi Louis Alonso Schökel. Ḥāpak è il verbo impiegato classicamente per indicare la catastrofe delle città maledette (nella LXX: ḥāpak è tradotto con katastrephō in Gen 19,21.25.29 che trattano della distruzione di Sodoma e Gomorra). Il semiversetto completa l’immagine: “insieme si sommuovono le viscere/yaḥad nikmerû raḥămay [correzione di niḥûmay].

Il parallelismo a gradini permette di abbracciare un movimento d’amore in YHWH che assomma insieme intelligenza, volontà e decisione (espresse unitariamente con “cuore/lēb”) e compassione amorosa materna (con sede nelle “viscere/raḥămîm”). Ritorna un’immagine “a gradino” che sembra abbracciare amore intelligente e cosciente paterno con l’amore passionale impulsivo materno.

Non va dimenticato che questa è la reazione che si agita in YHWH al vedere il suo popolo duro a convertirsi e a fissare il suo sguardo verso di lui (cf. Os 11,7). Sulla giustizia forense retributiva, che comporterebbe una punizione adeguata alla colpa commessa, ha la meglio la giustizia “biblica”, salvifica e amorosa, che cerca la salvezza del partner alleato, seppur fedifrago. «Non farò l’ardore della mia ira» si dovrebbe tradurre letteralmente il v. 9a, «Non eseguirò la mia condanna» traduce Alonso Schökel. L’ardore dell’“ira” – il lato oscuro dell’amore appassionato, fedele al patto ma ferito dall’incorrispondenza – si tramuta, si converte in amore paterno e materno.

L’idiosincrasia di Dio rispetto al male – questo significa l’“ira” anche in Paolo – si manifesta con un sovvertimento di sentimenti e di volontà decisionale: Dio vince il male con il bene, vince il peccato perdonando. Egli è rattristato dal male che il suo partner di alleanza compie contro se stesso, prima e insieme all’offesa nei confronti del suo Dio salvatore.

In tutta la Bibbia, come anche in questo testo, YHWH non cerca tanto il ristabilimento del suo onore ferito e messo in discussione, quanto il recupero del renitente al bene, la sua salvezza nel rientro a pieno titolo nell’alleanza dalla quale si è allontanato.

Sono Dio e non uomo

YHWH è il Totalmente Altro, il Santo, il separato dalla mentalità mondana e puramente “umana” del do ut des e di una giustizia forense, puramente retributiva (unicuique suum).

Il suo amore “eccessivo”, istintuale e materno, fa sì che non dia ascolto a ciò che richiederebbe il riequilibrio delle posizioni in campo. YHWH non si rapporterà ad Efraim/Israele punendolo come dovuto, con distruzione di cose e persone appartenenti all’alleato infedele. La sua ira non sarà passione di mancanza, ma eccesso d’amore sofferente per la situazione del popolo amato.

La logica di YHWH non è quella che regge i rapporti giuridici fra gli uomini: «… i miei pensieri non sono i vostri pensieri, le vostre vie non sono le mie vie. Oracolo del Signore. Quanto il cielo sovrasta la terra, tanto le mie vie sovrastano le vostre vie, i miei pensieri sovrastano i vostri pensieri».

L’amore paterno e materno di YHWH costituisce la struttura portante del suo amore pattizio che lo lega a Israele, il suo popolo. Egli è alleato, egli è amore che stringe e mantiene un patto. Egli investe in questa alleanza tutta la sua capacità decisionale e la propria volontà (= cuore), sostenuto dall’amore passionale e impulsivo tipico della madre.

L’amore oblativo è l’unica realtà che lo muove. Il “cuore” è la cifra che lo riassume e lo descrive al meglio.

Il cuore di YHWH è il suo amore a fondo perduto che recupera al bene il partner che si perde per sentieri interrotti.

YHWH è tutto “cuore”.

Il fianco colpito, il cuore trafitto

I giudei stanno vivendo il giorno della Parasceve, la “Preparazione” alla Pasqua, ma l’Agnello pasquale è già stato immolato proprio all’ora nona, le tre del pomeriggio, l’ora in cui al tempio si sgozzano gli agnelli pasquali. Colui che pende dal legno contamina il tempo e lo spazio e le autorità religiose chiedono che venga tolto il corpo del tālûy, “l’appeso”. Dice infatti la Legge: «Se un uomo avrà commesso un delitto degno di morte e tu l’avrai messo a morte e appeso a un albero, il suo cadavere non dovrà rimanere tutta la notte sull’albero, ma lo seppellirai lo stesso giorno, perché l’appeso è una maledizione di Dio e tu non contaminerai il paese che il Signore, tuo Dio, ti dà in eredità».

La “maledizione” di Dio si dimostra in modo paradossale, sub contraria specie, essere l’Agnello pasquale, colui che, nell’offerta libera della sua vita alla violenza degli uomini – morte esternamente ingloriosa e religiosamente deprecabile –, celebra non solo la commemorazione della redenzione dalla schiavitù dell’Egitto, ma la sua terza pasqua pubblica, il Terzo Esodo, quello definitivo da questo mondo al Padre. Non si celebra un sacrificio rituale e neppure un sacrificio “umano”, ma l’offerta “apicale” di una vita personale segnata totalmente dalla donazione oblativa, una proesistenza che “santifica” chi la offre (cf. Gv 17,19 «… per loro io consacro [“santifico/hagiazō” < hagios = santo]) me stesso, perché siano anch’essi consacrati nella verità»). Una consacrazione totale che rivela la santità del Padre, la sua alterità rispetto al mondo degli uomini e soprattutto a quello del male.

Sangue e acqua

Lo spezzamento delle gambe (crurifragium) intendeva abbreviare la sofferenza straziante del condannato alla morte per crocifissione. Egli era condannato a morire per asfissia.

All’Agnello pasquale però non vengono infrante le ossa (cf. Es 12,46). Egli ha già assunto la totalità della sofferenza del mondo, e ha già consegnato lo spirito/Spirito al Padre e alla vita di questo mondo (cf. Gv 19,30). Egli è qui per la redenzione di tutti, e il suo corpo intatto abbraccia tutti nella liberazione pasquale.

La trafittura del pericardio/pleuran, per constatare la morte del condannato, diventa l’occasione per mostrare a tutti la totalità dell’offerta di Gesù, che non tiene nulla per se stesso.

Il suo sangue versato è il segno della sua vita donata in un contesto violento. Egli ha donato la sua vita mentre era in vita. L’ha donata per amore “fino alla fine/fino al massimo possibile/fino al fine” (agapēsas tous idious… eis telos ēgapēsen autous, Gv 13,1). È la vita del Figlio di Dio, il Rivelatore del Padre. Il suo amore redentore l’ha donato in vita e in morte e il suo fianco colpito non aggiunge nulla alla sua donazione, ma espande visivamente in modo impressionante la sua verità ultima.

La vita di Gesù, donata liberamente in precedenza, esce ora allo scoperto anche visivamente. Ciò che muoveva il cuore di Gesù, la sua coscienza, la totalità del suo essere e del suo agire per il Padre e per gli uomini ora è manifestato anche agli occhi più profani.

Gesù si riassumeva nel suo cuore, cifra totale del suo essere-per-gli-altri. Dal suo pericardio esce il sangue della sua vita e l’acqua del suo spirito/Spirito. Adesso è l’“ora” in cui lo Spirito c’è (= è donato). Nell’ultima Festa della Dedicazione (cf. Gv 7,1–10,21), quattro mesi prima, Gesù aveva profetizzato questo momento. Ricorda Giovanni: «Nell’ultimo giorno, il grande giorno della festa, Gesù, ritto in piedi, gridò: “Se qualcuno ha sete, venga a me, e beva chi crede in me. Come dice la Scrittura: Dal suo grembo sgorgheranno fiumi di acqua viva”. Questo egli disse dello Spirito che avrebbero ricevuto i credenti in lui: infatti non vi era ancora lo Spirito, perché Gesù non era ancora stato glorificato» (Gv 7,37-39).

Nell’ora della morte-glorificazione si compie anche la promessa fatta da Gesù alla Samaritana circa l’acqua che zampilla per la vita eterna: «Chiunque beve di quest’acqua avrà di nuovo sete; ma chi berrà dell’acqua che io gli darò, non avrà più sete in eterno. Anzi, l’acqua che io gli darò diventerà in lui una sorgente d’acqua che zampilla per la vita eterna» (Gv 4,13-14).

Lo Spirito, simboleggiato dall’acqua, esce dal cuore di Gesù. È lo Spirito del Figlio, lo Spirito del cuore del Figlio. È uno Spirito filiale, uno Spirito che infonde nel credente la Parola viva del Padre e di Gesù, la Verità, la rivelazione. Egli/ekeinos (Gv 16,13) sgorga dai penetrali rocciosi del Cuore di Gesù per arrivare come acqua viva in colui che crede in lui e “beve” lui.

Lo sguardo al Trafitto

La vita donata e lo spirito/Spirito del cuore di Gesù, il Figlio di Dio, sono ora effusi, ci sono, sono cioè donati.

Il cuore del Trafitto attira gli sguardi, attira tutti a sé (cf. Gv 12,32: «… E io, quando sarò innalzato da terra, attirerò tutti a me»). È un’attrazione al pentimento, un’attrazione ad adorare la pienezza dell’amore oblativo e redentore, l’amore del Giusto per i suoi fratelli peccatori. Uno sguardo adorante un costato trafitto, la morte trafitta. Trafitta dall’amore che trionfa, perché vince dall’interno il male con un Bene più grande. «In quel giorno […]. Riverserò sopra la casa di Davide e sopra gli abitanti di Gerusalemme uno spirito di grazia e di consolazione: guarderanno a me, colui che hanno trafitto. Ne faranno il lutto come si fa il lutto per un figlio unico, lo piangeranno come si piange il primogenito» (Zc 12,9-10). L’esegeta Blenkinsopp riesprime così il testo biblico: «Guarderanno a me, a riguardo di colui che hanno trafitto…». E spiega: «La grazia o il favore concesso permetterà a loro di supplicare YHWH per un cambiamento del cuore che si esprimerà nel lutto».

“In quel giorno” tutti guarderanno a Dio trafitto nel suo misterioso servo inviato.

“In quel giorno”, aveva profetizzato il Deutero Zaccaria (Zc 9–14) con cadenza martellante fino all’ultimo versetto del suo rotolo (cf. Zc 12,3.4.6.8.9.11; 13,1.2.4.; 14,4.6.8.9.13.21).

«In quel giorno acque vive sgorgheranno da Gerusalemme e scenderanno parte verso il mare orientale, parte verso il mare occidentale, ve ne saranno sempre, estate e inverno» (Zc 14,8).

“Sarà il giorno uno/wehyāh yôm-’eḥād”.

Il giorno della ricapitolazione nell’Uno, nell’Unigenito.

La sua alba è spuntata.

È il giorno del Cuore del Trafitto.

Dal Vangelo secondo Giovanni
Gv 19, 31-37

Era il giorno della Parascève e i Giudei, perché i corpi non rimanessero sulla croce durante il sabato – era infatti un giorno solenne quel sabato –, chiesero a Pilato che fossero spezzate loro le gambe e fossero portati via.
Vennero dunque i soldati e spezzarono le gambe all’uno e all’altro che erano stati crocifissi insieme con lui. Venuti però da Gesù, vedendo che era già morto, non gli spezzarono le gambe, ma uno dei soldati con una lancia gli colpì il fianco, e subito ne uscì sangue e acqua.
Chi ha visto ne dà testimonianza e la sua testimonianza è vera; egli sa che dice il vero, perché anche voi crediate. Questo infatti avvenne perché si compisse la Scrittura: «Non gli sarà spezzato alcun osso». E un altro passo della Scrittura dice ancora: «Volgeranno lo sguardo a colui che hanno trafitto».

Parola del Signore