Piotr Zygulski – Commento al Vangelo del 29 Dicembre 2020

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Commento a cura di:

Piotr Zygulski, nato a Genova nel 1993, dopo gli studi in Economia all’Università di Genova ha ottenuto la Laurea Magistrale in Filosofia ed Etica delle Relazioni all’Università di Perugia e in Ontologia Trinitaria all’Istituto Universitario Sophia di Loppiano (FI), dove attualmente è dottorando in studi teologici interreligiosi. Dirige la rivista di dibattito ecclesiale “Nipoti di Maritain” (sito).

Tra le pubblicazioni: Il Battesimo di Gesù. Un’immersione nella storicità dei Vangeli, Postfazione di Gérard Rossé, EDB 2019.


Ogni racconto della Natività è la narrazione, nell’immaginario dell’evangelista e prendendo ispirazione da brani biblici secondo la propria sensibilità plasmatasi nel proprio contesto ecclesiale, della medesima identità di Gesù. Sin dalla nascita viene descritto con elementi decisivi della sua missione futura.

Oggi ascoltiamo Luca. Che non ci parla di Magi né di fuga in Egitto. Gesù, secondo Luca, torna a Nazaret subito dopo la presentazione al Tempio, cioè quaranta giorni dopo il parto di Maria. Sembrano racconti inconciliabili, dicevamo, eppure anche qui troviamo elementi in comune: una attesa, una luce e una portata universale. L’attesa che Matteo vede nei Magi, invece Luca la scorge in Simeone e Anna: una ricerca che non demorde. Attesa, cioè essere pro-tesi, tendere a qualcosa che spinge il tuo desiderio più in là.

I Magi di Matteo varcano gli spazi; Simeone e Anna raccontati da Luca varcano i tempi. Tutte figure sagge, profetiche, attente perché in attesa, in cerca di un senso per la propria esistenza, animate da uno Spirito che li spinge ai margini della vita. Alla fine tutti loro raggiungono ciò che muove il loro desiderio, quella stella, quella grande Luce: Gesù. Nel caso di Simeone, gli giunge proprio in braccio.

Ed è proprio la salvezza promessa, l’attesa liberazione dalla schiavitù, cercata e trovata nell’intimità con un Dio che si fa a portata di mano. Una realtà che si compie tra le proprie mani, che accolgono il dono divino con rinnovata tenerezza, fragilità, misericordia. Dono per sé, ma in vista dell’abbraccio di tutti, in un allenamento al dono di sé.

È una fiammella che, partendo dal centro di Gerusalemme, si espande per illuminare le genti, sino agli estremi confini dell’universo, per formare un unico Popolo di donne e uomini liberi dalla paura della morte.