Paolo Curtaz – Commento al Vangelo del 26 Marzo 2020 – Gv 5, 31-47

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Non c’è peggior cieco di chi non vuole vedere, quanto è vero! La guarigione del cieco in giorno di sabato è stata l’occasione per scatenare una disputa sull’identità di Gesù.

Gesù afferma di essere il definitivo rivelatore del Padre, i farisei e i sadducei non gli credono e lo aggrediscono con veemenza, Gesù tenta un’ultima difesa, indica tre testimoni che sostengono la sua relazione col Padre, la sua vera identità; il Battista, le opere che compie, cioè i miracoli, e la Scrittura che parla di lui.

Anche noi, per riconoscere la vera identità di Gesù, compiamo lo stesso percorso: arriviamo a lui attraverso la testimonianza di qualche discepolo, riconoscendo la sua presenza nella nostra vita, meditando (come stiamo facendo!) la Parola che colma il nostro cuore. Certo: riconoscere che Gesù è Dio non è frutto di un ragionamento, ma una professione di fede, un abbandonarsi ragionevole alla testimonianza di chi ha riconosciuto in lui il sorriso definitivo di Dio.

I suoi avversari non possono riconoscerlo, sono troppo attenti all’immagine che hanno di loro stessi, prendono gloria gli uni dagli altri, non vogliono perdere la faccia riconoscendo un Messia totalmente diverso da quello che ci si aspettava. E noi?

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