Paolo Curtaz – Commento al Vangelo del 14 Settembre 2020

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Secondo la tradizione la regina Elena, madre dell’Imperatore Costantino, in questa giornata portò a Costantinopoli le presunte reliquie della croce di Cristo miracolosamente ritrovate durante il suo pellegrinaggio a Gerusalemme.

Santa croce. Beata croce. Così evidente e così misteriosa. Capita e vilipesa. Stravolta e sfregiata, soprattutto da noi discepoli del Nazareno. Croce che, pure, per noi discepoli rappresenta il punto di non ritorno dell’amore di Dio. La parola definitiva di Dio sul mondo, il dono totale e assoluto di sé. Questo significa, secondo le intenzioni di Gesù, il prendere la croce.

 Donarsi, totalmente, come Dio ha saputo fare. Allora perché della croce, stravolgendone il significato, abbiamo colto l’aspetto dolente? Come una penitenza da sopportare, un regalo non gradito voluto da Dio (che non manda mai nessuna croce! Scherziamo?) che umilmente sopportiamo… Non è così: da strumento di tortura raffinato e preverso la croce è diventata l’emblema della misura dell’amore senza misura di Dio. È questo amore che oggi esaltiamo, non il dolore che essa porta con sé.

Perché amare, lo sappiamo bene anche noi uomini, spesso richiede sacrificio e incomprensione. Oggi esaltiamo l’amore donato, lo poniamo in alto nelle nostre scelte, appeso alle nostre case perché irradi, con la sua logica, tutta la nostra vita.

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