p. Giovanni Nicoli – Commento al Vangelo del 9 Settembre 2020

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Centrale nell’annuncio delle beatitudini e nell’affermazione dei guai, è l’azione di Dio non la condizione e la condotta dell’uomo. Mettere al centro delle beatitudini l’uomo è un atto di ingiustizia mortale che porta con sé solo l’affermazione di una disparità, propria dell’uomo, che genera ingiustizia al contrario. Se centrale è l’uomo con la nuova giustizia, tutto girerebbe intorno ad una morale col fiato corto. Una morale che ha come scopo di rendere ricchi i poveri e poveri i ricchi. Ma non è questo il dono dell’Evangelo. Lo scopo dell’evangelo è la fraternità che non scaturisce dalla nostra bravura che è sempre dispari, che crea sempre disparità, che vive di vendetta, che cresce con la rivoluzione dove chi era al potere viene abbattuto e chi non lo era vi sale magari peggiorando solo le cose: questo è quanto ci dice la storia dell’umanità, non l’annuncio della Buona Notizia. Mosè sceso dal monte Sinai consegna la Legge che l’uomo deve osservare. Gesù, sceso dal monte su cui si era ritirato a pregare, dice che cosa fa Dio per l’uomo: questa è beatitudine. Non la bravura dell’uomo o la sua moralità, ma l’amore misericordioso del Padre, amore misericordioso che deve diventare il centro della nostra esistenza, l’unica perfezione dichiarata, accettata e vissuta.

Dunque le beatitudini come luogo che parla di ciò che fa Dio per noi nella storia, cosa che solo i piccoli, non i sapienti e i dotti, sanno cogliere e vivere. Vivere tale presenza è gioia del piccolo che vive del sorriso del Padre che non scaturisce dalla bravura del piccolo, ma dall’amore stesso del Padre che gioisce semplicemente perché vede il figlio e sorride anche quando il piccolo combina qualche marachella.

Possiamo vivere questo dono se scopriamo il tesoro vero che ci spinge a lasciare tutto perché ciò che ci interessa è il vero tesoro, non ciò che luccica e appare. Se ciò che vale è il tesoro nascosto che è l’amore del Padre per i suoi figli, tutto ciò che è di impedimento a vivere questo nostro tesoro, anche se buono, lo si lascia perché è altro quello che ci interessa. Quando uno scopre il suo tesoro e si innamora, lascia tutto per amore del suo tesoro, che è l’amata o l’amato.

Noi oggi ascoltiamo questa Parola che ci viene donata per potere essere rapiti in Dio, trasformati in Lui. Oggi è l’eterno di Dio che offre la sua salvezza a tutti. Il pane donato agli affamati o il riso ai piangenti, è dono del Regno che non vuole rendere né ridente né obeso nessuno. Così come il rendere affamati gli obesi e piangenti i ridenti, non ha alcuno scopo di punizione. Unica finalità è la liberazione dell’uomo dalle sue schiavitù per potere vivere dell’amore del Padre nel suo Regno oggi e domani. Lo scopo dell’amore di Dio non è ribaltare le disparità, ma creare fraternità e condivisione.

Se il Regno è dei poveri e dal Regno i ricchi ne sono esclusi con un surrogato di consolazione, desiderio del Padre è andare alla ricerca della pecora smarrita che non è il poveraccio, ma il riccastro. Questo oggi, non domani. Domani vedremo i frutti di questa presa in carico oggi del Signore dell’umanità, quei frutti che matureranno nel futuro.

L’ultima beatitudine e lamentazione – rallegratevi quando sarete rifiutati e perseguitati / guai a voi quando diranno bene di voi – indicano una situazione futura ma che è già attuale. Il discepolo è chiamato alla sapienza della croce seguendo il Maestro, non come rivalsa o con chissà quali manie da martirio, ma semplicemente come dono della propria esistenza. A noi l’invito ad accogliere e ricercare la vera conoscenza dell’amore del Padre che non vuole ribaltare l’ingiustizia, ma attuare la giustizia misericordiosa e amorevole del Regno, giustizia di fraternità.

Non fermiamoci ad una lettura esteriore che coglie i poveri e i ricchi; cogliamo anche la distinzione interiore, di cuore, dove penetra la Parola e discerne nella nostra vita, la distinzione tra beatitudine e guai. Tutti noi siamo combattuti tra l’avere, il potere e l’apparire da una parte e la chiamata del Signore alla povertà, al servizio e all’umiltà dall’altra. A noi scegliere tra il dono della fraternità e la conquista della diseguaglianza.


AUTORE: p. Giovanni Nicoli 
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