p. Giovanni Nicoli – Commento al Vangelo del 8 Febbraio 2020

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I discepoli, tornati dalla missione, riferiscono a Gesù quanto era avvenuto: sono entusiasti e pieni di gioia. L’occhio di Gesù non si ferma ai successi apostolici che lasciano il tempo che trovano, Lui guarda i discepoli: hanno bisogno di riposo, per questo li invita ad andare in disparte. Lo stesso sguardo di Gesù, dopo avere deciso di andare in disparte, vede la folla che li attende e vede il loro bisogno di cura e di attenzione, per questo non si arrabbia, non rimane fedele alla decisione presa ma “ebbe compassione di loro”.

Uno sguardo amante vede quello che uno sguardo interessato non sa vedere, passa oltre le apparenze, belle o brutte che siano. Coglie l’incoglibile, coglie il cuore della questione. Il vangelo di quest’oggi ci invita ad aprire lo sguardo sulla logica del dono che non ha nulla a che fare coi successi o con le cose che abbiamo, è tutt’altra cosa e nasce da uno sguardo di tutt’altra pasta.

Gesù manda i discepoli che tornano pimpanti per una serie di successi ma che hanno un cuore stanco. Gesù coi discepoli è accolto da una grande folla che viene da molte parti diverse: sono di città diverse, sono di nazioni diverse, sono forse di religioni diverse, ma a tutti Gesù dona se stesso, unico cibo che rende fratelli.

Di fronte a tutta questa fame, di Pane come di Parola, ce ne è per tutti? Ci sarà cibo per sfamare tutte queste persone? La Parola potrà raggiungere ognuno di questi? Cosa capiranno queste persone che non parlano la stessa lingua ma che muovono a compassione il Figlio di Dio perché sono “come pecore senza pastore?”.

È la domanda anche dei nostri giorni, una domanda che nasce dalla paura, che sembra la grande regina dei giorni nostri. La paura non è una buona consigliera. La paura, è un dato di fatto, che il più delle volte non risponde alla realtà ma ad un cuore chiuso, ad una mente inaridita. Con la paura non si ragiona: la paura, il più delle volte, apre la strada a decisioni inconsulte che hanno più a che vedere con la stupidità che con la ragionevolezza. Viviamo nella paura pur avendo molto: ci vedessero i nostri padri!!! Loro di fronte al nulla si sono rimboccati le maniche, noi alziamo barriere che non possono nulla di fronte alla fame dell’altro. Non potremo mai fermare la folla di padri e di madri che vedono i propri figli morire di fame, stiamo tranquilli!

Noi viviamo per paura di perdere il possesso, di non avere più potere perché sempre meno vengono in chiesa, di non avere più autorità perché nessuno ci ascolta più, di essere defraudati della propria sicurezza perché con tutti questi stranieri che ci girano intorno. Abbiamo paura anche dei cinesi che vivono da decine di anni in mezzo a noi e che non hanno nulla a che fare con quelli che combattono contro la malattia del 2020: eppure noi li temiamo solo perché sono uguali agli altri: più stupidità di così, è il caso di dirlo, si muore.

Infondo noi abbiamo paura di vivere la bellezza della responsabilità a donare il bene a chi il bene non ha: è la bellezza della compassione di Gesù per la folla che incontra quando scende dalla barca.

La compassione è l’esatto contrario della disumanizzazione che è paura dell’altro. La compassione è un movimento di viscere quando si vede e si soffre il dolore dell’altro. Quanta paura abbiamo del dolore; quanto allontaniamo chi soffre; quanta cecità di fronte alla morte che non vogliamo più nelle nostre case; di quanta indifferenza abbisogniamo per gestire la nostra paura disumanizzante anzichè vivere la bellezza di ogni momento della nostra esistenza che è unica nella gioia e nel dolore, nella salute e nella malattia, nella vita e nella morte.

Questa gente diversa Gesù muove a compassione; a questa gente diversa dona l’unico pane della compassione: non gli e ne frega niente di dove sono: vede persone e le ama con tutto il cuore, con tutta la mente, con tutte le forze, con tutto il cuore. Tutto ciò che nega questa compassione è stupidità distruttiva che uccide il mondo e lo consuma inquinandolo anziché renderlo bello con umanità di ogni razza. Il Pane donato e la Parola condivisa rende un popolo ciò che per noi è solo massa indistinta. Ciò che noi portiamo a Gesù è niente di fronte al numero di persone bisognose, ma è proprio il tutto di chi non ha che è considerato dono supremo, come i due soldi della vedova gettati nel tesoro del tempio.

Basta con il calcolare il molto che non abbiamo, è tempo di contare sul poco che siamo. La pochezza dei mezzi con la nostra fedeltà è materia essenziale perché Gesù possa fare emergere abbondanza di umanità e noi con Lui. Dacci oggi il nostro pane quotidiano, preghiamo, perché la sua volontà diventi condivisione di vita e di pane con fratelli e sorelle.

Fonte

Commento a cura di p. Giovanni Nicoli.

LEGGI IL BRANO DEL VANGELO DI OGGI


Erano come pecore che non hanno pastore.
Dal Vangelo secondo Marco Mc 6, 30-34 In quel tempo, gli apostoli si riunirono attorno a Gesù e gli riferirono tutto quello che avevano fatto e quello che avevano insegnato. Ed egli disse loro: «Venite in disparte, voi soli, in un luogo deserto, e riposatevi un po’». Erano infatti molti quelli che andavano e venivano e non avevano neanche il tempo di mangiare. Allora andarono con la barca verso un luogo deserto, in disparte. Molti però li videro partire e capirono, e da tutte le città accorsero là a piedi e li precedettero. Sceso dalla barca, egli vide una grande folla, ebbe compassione di loro, perché erano come pecore che non hanno pastore, e si mise a insegnare loro molte cose. Parola del Signore