p. Giovanni Nicoli – Commento al Vangelo del 6 Novembre 2020

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Credo che nell’affrontare un brano evangelico come quello odierno la prima conversione sia una conversione alla schiettezza, alla sincerità, alla non indulgenza. La volontà del Padre, uomo ricco, Signore della storia, è che io prenda coscienza che sono male e faccio male. Io sono persona ferita che provoca ferite. Fare chiarezza significa cominciare a distinguere ciò che è bene da ciò che è male. Il male graffia ma è anche, se sincero, maestro di tenerezza.

Il punto di partenza è dunque questo: Dio è l’uomo ricco che chiede ragione al suo amministratore disonesto di ciò che sta facendo. Dio è l’uomo ricco, noi siamo gli amministratori disonesti, il cui punto di partenza è il nostro essere male.

La nostra disonestà è data dal nostro bisogno di possesso: se non ho non sono; se ho allora valgo. La nostra disonestà nasce per dimenticanza: non ci rendiamo conto che noi non abbiamo diritto a possedere nulla, perché tutto è di Dio Padre.

Qui in terra siamo e restiamo amministratori di ingiustizia, vale a dire di beni accumulati contro la volontà del Padre che li vuole distribuiti.

In questo mondo ingiusto dove noi siamo ingiusti, dove il male siamo noi, dove è importante smetterla di accusare quel povero Diavolo di tutti i mali del mondo e cominciamo a prenderci noi la responsabilità del male che siamo, Dio Padre, uomo ricco perché Creatore di tutto, ci invita a vedere la nostra disonestà.

L’evidenziare la nostra disonestà è invito a non chiamare più bene ciò che è male. Delle cose e dei beni ne abbiamo bisogno, ma l’accumulo di cose e di beni è cosa nefanda che nega la volontà del Padre e il diritto di tutti ad esistere. Non solo, ma tale accumulo che risponde alle leggi del mercato ci schiavizza e ammazza la nostra libertà: dobbiamo essere sempre i più avanzati, dobbiamo avere l’ultimo media di grido per non perdere occasioni, dobbiamo obbedire alle leggi del mercato che ci toglie il fiato perché se non obbedisco andiamo in crisi. Dio Padre ci vuole liberi e goditori del creato, non sfruttatori e distruttori dello stesso.

Siamo male e il Signore evidenzia questo nostro essere male sempre e comunque, perché cominciando a chiamare per nome il nostro essere male noi possiamo fare il primo passo verso il bene.

L’amministratore disonesto è stato disonesto con la ricchezza del padrone prima che il padrone lo richiamasse. Invertendo la tendenza all’accumulo, mettendosi a donare a chi era in debito verso di lui e verso il padrone, comincia a vivere l’esperienza del capitolo 15 di Luca: il capitolo della misericordia di Dio Padre e Madre, Uomo e Donna. Così inverte la tendenza dell’accumulo in quella del dono.

La salvezza non sta tanto nel cambiare la realtà, che rimarrà sempre con un forte accento di malvagità, ma nel viverla con lievito opposto al lievito dei farisei, nel viverla col lievito della misericordia e della condivisione, rendendola in tal modo giusta.

Come noi sappiamo discernere il tempo che verrà guardando il cielo o ascoltando le previsioni del tempo, così siamo chiamati ad imparare a discernere la volontà del Padre. Cogliere ciò che è bene per il Padre riguardo ai propri figli, significa mettere del lievito buono nella pasta delle nostre giornate perché si possa fare del buon pane e celebrare l’eucaristia del dono e della condivisione con i nostri fratelli.

Non è cosa facile? Per niente. Ma non è questo il problema. Il problema è se è cosa buona e giusta e bella che rende il mondo più umano per tutti, riccastri compresi.

Così vivremo l’elogio del Padre per noi suoi figli, amministratori disonesti e scaltri allo stesso tempo.


AUTORE: p. Giovanni Nicoli FONTE SITO WEB CANALE YOUTUBE FACEBOOKINSTAGRAM