p. Giovanni Nicoli – Commento al Vangelo del 6 Dicembre 2019

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In quel tempo, in quel luogo, Gesù si allontanava da dove era stato e due ciechi lo seguivano. Come è possibile che due ciechi lo seguano? Eppure noi, quando ci vediamo, quando siamo sicuri di ciò che c’è e di ciò che avviene, non lo seguiamo semplicemente perché siamo tutti compresi in noi stessi. L’uomo nella prosperità è come gli animali che periscono, ci dice la Scrittura. Essere coscienti della propria cecità diventa via per seguire il Signore. Non i perfetti, non coloro che pensano di essere a posto, non coloro che stanno bene e non hanno problemi, seguono il Signore ma due ciechi. Ma come fanno a vederlo, verrebbe da pensare? Come fanno a seguirlo?

Forse in situazioni di vita dove noi siamo coscienti di ciò che siamo, noi affiniamo il nostro olfatto e il nostro udito. Ne sentiamo la presenza perché maggiormente e più realmente presenti a noi stessi. I due gli urlano dietro e poi riescono anche ad entrare in casa dove Gesù si era recato. Può un cieco guidare un altro cieco? Forse quando siamo ciechi siamo più capaci di seguire il Signore. L’essere ciechi, forse, non è una condizione eccezionale, è una condizione quotidiana. Ciò che fa la differenza è la coscienza del nostro essere ciechi oppure l’incoscienza che ci porta a credere di non esserlo.  Sembra quasi che nel vangelo chi ci vede sia proprio colui che è accecato dalla propria bravura, dalle proprie visioni di vita, dal proprio essere scriba e fariseo. Brave persone, ma accecate dalla loro convinzione di vederci e quindi cieche di fronte al passaggio del Signore. Seguire il Signore che passa è già espressione di un desiderio profondo che viene a galla. Seguire il Signore che passa è cominciare la propria guarigione che non ha mai fine. Seguire il Signore che passa, così come siamo, è verità di un’esistenza che ha bisogno di incontrare la Luce, senza farsi abbagliare della stessa.

Dove avviene tutto ciò? Non si sa, non viene detto dove Gesù se ne va e dove stia camminando. Il luogo è il nostro luogo ed è interessante notare che più noi siamo in cammino e più siamo ciechi; più riconosciamo la nostra cecità e più siamo attenti ai piccoli segni e segnali che ci parlano del suo passaggio e del nostro desiderio di incontro con Lui, di riacquistare cioè la vista.

Il dono di venire alla luce è il dono ultimo dell’incontro Natalizio con Lui che è Luce che viene nel mondo. Il dono di essere illuminati non grazie ad una lampada esterna, non grazie a particolari visioni, ma grazie al dono di occhi nuovi. Occhi che dicono la verità su di noi, occhi che pur nella loro cecità riconoscono la sua presenza, occhi che alimentano un desiderio di vederci di più che non ha mai fine.

Gesù luce del mondo, ci dice san Giovanni, a coloro che lo accolgono ha dato il potere di diventare figli di Dio. La cecità che alimenta il nostro desiderio di farci figli e fratelli, semplicemente sentendo il calore della Luce che passa su di noi, muove i nostri piedi e i nostri passi quasi senza neppure sapere da che parte andare. Non vediamo, non sappiamo, ma l’olfatto e il cuore mettono in modo tutta una vita che, talmente nascosta nelle nostre profondità, sembrava non esserci più.

Spesso noi vediamo le proiezioni delle nostre paure e le scambiamo per verità. Sopra queste paure che chiamiamo verità noi ci costruiamo programmi di vita personali e comunitari. Programmi di paure che ci impegniamo a realizzare lungo la giornata con un bel fallimento finale. Fallimento che dovrebbe risvegliarci dal sonno e muoverci nella direzione giusta che non sono le nostre paure di non vederci ma il nostro desiderio di ritornare alla luce seguendo la Luce.

Gesù ci invita alla beatitudine dell’essere figli: lo sappiamo di esserlo ma non ce lo ricordiamo, Lui ci ricorda l’essenza della nostra vita. Gesù ci fa sentire il profumo di una vita diversa tramite il centurione che chiede la guarigione dalle sue paralisi. Così siamo colpiti dalla bellezza della guarigione della suocera di Pietro che ritorna a servire, cosa a cui noi siamo continuamente chiamati, se riconosciamo la nostra cecità che si incarna nel nostro desiderio di potere. Un servizio dove troviamo Gesù che dorme sulla barca ed è risvegliato dai discepoli per una vita salvata dalle onde. Il demone della paura che abita in modo inconscio tanta parte delle nostre giornate, chiede di venire alla luce perché possiamo esserne liberati e possiamo ritornare a sentire la verità della nostra chiamata. Non più schiavi ma perdonati. Non più legati ai nostri mali ma misericordiati nel nostro desiderio. Non è roba da super uomini, è roba da gente normale che riconosce le proprie cecità ed evidenzia il desiderio profondo di vita vera, di misericordia. È una rinascita giornaliera. È uscire dall’oscurità dei nostri incubi. Attenzione che chi sembra avere maggiori cecità è colui che semplicemente maggiormente sta seguendo e più segue e più si accorge delle sue cecità. I santi sono tali non perché sono più bravi ma perché vedono di più il loro non vedere e, vedendolo, affidano la loro cecità al Signore della Luce. Così veniamo alla Luce, così la vita si rimette in moto, così ritorniamo a vivere la nostra verità di ciechi chiamati alla Luce.

Commento a cura di p. Giovanni Nicoli.

In quel tempo, in quel luogo, Gesù si allontanava da dove era stato e due ciechi lo seguivano. Come è possibile che due ciechi lo seguano? Eppure noi, quando ci vediamo, quando siamo sicuri di ciò che c’è e di ciò che avviene, non lo seguiamo semplicemente perché siamo tutti compresi in noi stessi. L’uomo nella prosperità è come gli animali che periscono, ci dice la Scrittura. Essere coscienti della propria cecità diventa via per seguire il Signore. Non i perfetti, non coloro che pensano di essere a posto, non coloro che stanno bene e non hanno problemi, seguono il Signore ma due ciechi. Ma come fanno a vederlo, verrebbe da pensare? Come fanno a seguirlo?

Forse in situazioni di vita dove noi siamo coscienti di ciò che siamo, noi affiniamo il nostro olfatto e il nostro udito. Ne sentiamo la presenza perché maggiormente e più realmente presenti a noi stessi. I due gli urlano dietro e poi riescono anche ad entrare in casa dove Gesù si era recato. Può un cieco guidare un altro cieco? Forse quando siamo ciechi siamo più capaci di seguire il Signore. L’essere ciechi, forse, non è una condizione eccezionale, è una condizione quotidiana. Ciò che fa la differenza è la coscienza del nostro essere ciechi oppure l’incoscienza che ci porta a credere di non esserlo.  Sembra quasi che nel vangelo chi ci vede sia proprio colui che è accecato dalla propria bravura, dalle proprie visioni di vita, dal proprio essere scriba e fariseo. Brave persone, ma accecate dalla loro convinzione di vederci e quindi cieche di fronte al passaggio del Signore. Seguire il Signore che passa è già espressione di un desiderio profondo che viene a galla. Seguire il Signore che passa è cominciare la propria guarigione che non ha mai fine. Seguire il Signore che passa, così come siamo, è verità di un’esistenza che ha bisogno di incontrare la Luce, senza farsi abbagliare della stessa.

Dove avviene tutto ciò? Non si sa, non viene detto dove Gesù se ne va e dove stia camminando. Il luogo è il nostro luogo ed è interessante notare che più noi siamo in cammino e più siamo ciechi; più riconosciamo la nostra cecità e più siamo attenti ai piccoli segni e segnali che ci parlano del suo passaggio e del nostro desiderio di incontro con Lui, di riacquistare cioè la vista.

Il dono di venire alla luce è il dono ultimo dell’incontro Natalizio con Lui che è Luce che viene nel mondo. Il dono di essere illuminati non grazie ad una lampada esterna, non grazie a particolari visioni, ma grazie al dono di occhi nuovi. Occhi che dicono la verità su di noi, occhi che pur nella loro cecità riconoscono la sua presenza, occhi che alimentano un desiderio di vederci di più che non ha mai fine.

Gesù luce del mondo, ci dice san Giovanni, a coloro che lo accolgono ha dato il potere di diventare figli di Dio. La cecità che alimenta il nostro desiderio di farci figli e fratelli, semplicemente sentendo il calore della Luce che passa su di noi, muove i nostri piedi e i nostri passi quasi senza neppure sapere da che parte andare. Non vediamo, non sappiamo, ma l’olfatto e il cuore mettono in modo tutta una vita che, talmente nascosta nelle nostre profondità, sembrava non esserci più.

Spesso noi vediamo le proiezioni delle nostre paure e le scambiamo per verità. Sopra queste paure che chiamiamo verità noi ci costruiamo programmi di vita personali e comunitari. Programmi di paure che ci impegniamo a realizzare lungo la giornata con un bel fallimento finale. Fallimento che dovrebbe risvegliarci dal sonno e muoverci nella direzione giusta che non sono le nostre paure di non vederci ma il nostro desiderio di ritornare alla luce seguendo la Luce.

Gesù ci invita alla beatitudine dell’essere figli: lo sappiamo di esserlo ma non ce lo ricordiamo, Lui ci ricorda l’essenza della nostra vita. Gesù ci fa sentire il profumo di una vita diversa tramite il centurione che chiede la guarigione dalle sue paralisi. Così siamo colpiti dalla bellezza della guarigione della suocera di Pietro che ritorna a servire, cosa a cui noi siamo continuamente chiamati, se riconosciamo la nostra cecità che si incarna nel nostro desiderio di potere. Un servizio dove troviamo Gesù che dorme sulla barca ed è risvegliato dai discepoli per una vita salvata dalle onde. Il demone della paura che abita in modo inconscio tanta parte delle nostre giornate, chiede di venire alla luce perché possiamo esserne liberati e possiamo ritornare a sentire la verità della nostra chiamata. Non più schiavi ma perdonati. Non più legati ai nostri mali ma misericordiati nel nostro desiderio. Non è roba da super uomini, è roba da gente normale che riconosce le proprie cecità ed evidenzia il desiderio profondo di vita vera, di misericordia. È una rinascita giornaliera. È uscire dall’oscurità dei nostri incubi. Attenzione che chi sembra avere maggiori cecità è colui che semplicemente maggiormente sta seguendo e più segue e più si accorge delle sue cecità. I santi sono tali non perché sono più bravi ma perché vedono di più il loro non vedere e, vedendolo, affidano la loro cecità al Signore della Luce. Così veniamo alla Luce, così la vita si rimette in moto, così ritorniamo a vivere la nostra verità di ciechi chiamati alla Luce.

LEGGI IL BRANO DEL VANGELO DI OGGI


Gesù guarisce due ciechi che credono in lui.
Dal Vangelo secondo Matteo Mt 9, 27-31   In quel tempo, mentre Gesù si allontanava, due ciechi lo seguirono gridando: «Figlio di Davide, abbi pietà di noi!». Entrato in casa, i ciechi gli si avvicinarono e Gesù disse loro: «Credete che io possa fare questo?». Gli risposero: «Sì, o Signore!». Allora toccò loro gli occhi e disse: «Avvenga per voi secondo la vostra fede». E si aprirono loro gli occhi.   Quindi Gesù li ammonì dicendo: «Badate che nessuno lo sappia!». Ma essi, appena usciti, ne diffusero la notizia in tutta quella regione. Parola del Signore