p. Giovanni Nicoli – Commento al Vangelo del 5 Dicembre 2020

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Mi colpisce, meditando questo brano evangelico, l’accostamento che il Signore fa tra la vicinanza del Regno e il mandato dei discepoli.

La vocazione dei discepoli di annunciare la Buona Notizia è pensata e realizzata in una situazione che parla di malattia ad ogni piè sospinto.

Gesù annuncia il vangelo del Regno “guarendo ogni malattia e infermità”. Vede le folle e “ne sentì compassione, perché erano stanche e sfinite come pecore che non hanno pastore”.

Ai suoi discepoli dà il potere “sugli spiriti impuri per scacciarli e guarire ogni malattia e infermità”. E, strada facendo, li invita a predicare che il regno di Dio è vicino. La predicazione della vicinanza del regno è accompagnata da un imperativo chiaro che è comandamento evangelico: “Guarite gli infermi, risuscitate i morti, purificate i lebbrosi, scacciate i demoni”.

Mi pare che l’insistenza di Gesù sull’attenzione ai malati sia chiara e forte. Come è chiaro e forte il fatto che il Regno di Dio è già qui ed ora. In quel qui ed ora dove noi ritroviamo malati e morti, lebbrosi ed indemoniati di ogni sorta e qualità, dove noi ritroviamo folle stanche e sfinite.

Mi sovviene un pensiero: ma allora questo, oggi, qui ed ora, è il Regno di Dio. È il Regno di Dio vicino a noi, è il Regno di Dio in mezzo a noi.

Il Regno di Dio ha un punto di partenza chiaro: i malati e i sofferenti di cui prendersi cura. L’annuncio della Parola o è sostenuto dalla pratica della volontà del Padre che è prendersi cura di tutto ciò che è malattia, oppure non è annuncio.

Forse abbiamo e stiamo commettendo un grosso errore nelle nostre realtà cristiane: quello di mettere al centro liturgie più o meno belle; quello di mettere al centro incontri e catechesi; quello di mettere al centro l’annuncio e l’ascolto della Parola, anziché mettere al centro i malati.

Non si tratta di trascurare quelle per dare attenzione a questi, ma si tratta di incarnare quelle nella carne di coloro che sono nella sofferenza.

Non abbiamo più tempo per i malati, non abbiamo più tempo per i sofferenti, non abbiamo più tempo per soli e vecchi: forse stiamo sbagliando qualcosa. Noi preti innanzitutto, ma anche noi cristiani.

Il Regno di Dio è fatto di sofferenti. Meglio ancora: i sofferenti sono il Regno di Dio in mezzo a noi. Non tanto perché Dio ami la sofferenza, quanto invece perché Dio Padre ama e privilegia coloro che soffrono.

Se ci dimentichiamo di loro rischiamo di disincarnare la nostra fede e l’annuncio della vicinanza del Regno. In tante parti d’ Italia vi è molta attenzione alla devozione ai crocifissi e a creare confraternite che si prendano cura dei crocifissi e li portino in processioni suntuose e con concorso di folla. Ad una di queste confraternite molto impegnate in questo genere di cose fino quasi a ridurre la parrocchia e la fede solo a questo, ho chiesto se nel loro statuto, e quindi nel loro impegno, non c’era un po’ di spazio per i crocifissi che vivono inchiodati in un letto e dei quali nessuno si prende cura non tanto a livello medico, ma a livello umano e quindi cristiano. Mi hanno fatto un bel sorriso, mi hanno detto che ci avrebbero pensato, ma nulla più.

Immaginiamoci lo sguardo di Gesù che vede la gente attorno a sé e sente compassione perché la vede stanca e sfinita. La nostra gente che fa fatica a tirare a sera noi la critichiamo perché non fa questo e neppure quest’altro. Gesù ne ha compassione. La compassione è quell’atteggiamento che ci permette di entrare in relazione e in comunione. È grazie alla compassione che noi possiamo entrare in relazione con Dio nella preghiera. Senza compassione la nostra preghiera rischia di essere chiacchiera vuota e ripetitiva, senza più alcun risvolto vitale. La preghiera è relazione col Padre nel vedere la nostra gente stanca ed oppressa, perché mandi operai nella sua messe. Non banalizziamo questa preghiera dicendo che dobbiamo chiedere che il Padre mandi più preti. Gli operai sono coloro che hanno compassione e donano in gratuità, siano essi preti o genitori o politici. Non importa tanto il ruolo, importa lo spirito con cui noi viviamo il nostro essere testimoni.

Credo che siano maturi i tempi nei quali noi possiamo riconoscere che la vocazione e la missione sono un tutt’uno nella identità del testimone. Non siamo chiamati a ricercare la nostra vocazione guardando il nostro ombelico, come non siamo chiamati a vivere la nostra missione dimentichi del cuore che la sorregge. Vocazione e missione si sintetizzano nella testimonianza che altro non è che la capacità di compassione e di dono gratuito della propria vita. Non chiacchiere, non attivismo, ma vita.

Bisogna dunque pregare per entrare in comunione col Padre, per diventare figli ed essere inviati verso i fratelli. La missione ci ricostruisce in unità all’unigenito Figlio del Padre. Così la Trinità si incarna nell’amore reciproco terreno che il testimone vive verso tutti, in particolare verso i più piccoli. Così, fino a quando Dio sarà tutto in tutti, nessuno escluso. Allora il Signore incarnato, il Dio con noi, sarà uno su tutta la terra che finalmente sarà totalmente suo Regno di giustizia e di pace.

Che l’incarnazione, festa del Natale atteso, ci riporti sempre al centro del nostro agire: un agire di amore gratuito.


AUTORE: p. Giovanni Nicoli FONTE SITO WEB CANALE YOUTUBE FACEBOOKINSTAGRAM