p. Giovanni Nicoli – Commento al Vangelo del 4 Marzo 2020 – Lc 11, 29-32

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Quante preghiere per chiedere un segno. Quante messe per avere un miracolo. Quanta passione perché il Signore ci risolva il coronavirus. A me pare che questo modo di intendere la religione sia un modo ateo di uccidere la vita e dunque la fede. I segni come i miracoli sono strumenti di potere, non di umanità. I segni sono cose inequivocabili a cui non puoi scegliere se dire di no oppure sì. I segni, come i miracoli, come la madonna di turno, ti obbligano a fare una certa cosa e, dunque, ti tolgono la libertà. Non possiamo continuare ad ingannarci chiamando tutto ciò fede! Non è fede questa perché, anche se c’è tanta gente, non siamo liberi. Usare il numero di persone, che sono tante, che vanno ad un santuario mariano per dire che la cosa è vera ed è un luogo di fede, è un falsus merdis che noi preti usiamo perché siamo dipendenti dal numero, non perché siamo liberi nella fede.

Il segno e i miracoli sono strumenti di potere e di schiavitù, anche e soprattutto se messi in campo in un ambito religioso. È cosa primitiva che nulla ha a che vedere con la naturalità della fede. È dipendenza dal risultato del censimento, grande atto di sfiducia in Dio che Davide mette in campo generando il coronavirus dei suoi tempi. È cosa bella pregare per i propri cari e amici, ma quando la fede dipende dal risultato della nostra preghiera sa tanto di ricatto disumano nostro nei confronti di Dio e di Dio nei confronti nostri. Meglio Cristo che si rifiuta di tramutare le pietre in pane uccidendo quel dio a cui noi siamo così attaccati.  

La pretesa di un segno, spesso, altro non è che un pretesto per screditare colui al quale noi chiediamo un segno, sia esso Dio come l’uomo.

Che cosa chiede Gesù di fronte a questa disumana mania di pretesa? Una cosa bella e semplice che muove la nostra naturalità: una crescita faticosa e paziente dell’arte dell’ascolto. Ascolto di ciò che diciamo e pensiamo, ascolto di ciò che l’altro mi dice, ascolto profondo di ciò che la Parola mi comunica.

I niniviti, grandi peccatori e maledetti da Dio, si sono convertiti non perché hanno saputo che Giona era stato salvato dalla balena, ma perché Giona ha accettato, dopo tanti rifiuti, di predicare la conversione.  Così la regina del sud ha fatto un lungo e pericoloso viaggio per ascoltare Salomone e la sua sapienza. Niente più!

Ciò che fa la differenza nella fede e dunque nella nostra umanità, è l’ascolto profondo della vita e della realtà. La paura per il coronavirus non è ascolto. La paura dello straniero, non è ascolto. La paura della malattia non è ascolto. Sia ben chiaro che quando manca l’ascolto manca l’accoglienza e quando non c’è accoglienza c’è rifiuto e incomprensione. Non è questione di fare andare bene tutto e di chiudere gli occhi, tutt’altro. È questione di fare nostro ciò che la vita ci riserva vivendo ciò che la vita ci riserva con fede, vale a dire con umanità.

La Parola di Dio che ogni giorno possiamo incontrare e che ogni giorno possiamo cercare e ascoltare, può essere vissuta solo se liberamente obbedita perché accolta con amore. Sappiamo che obbedienza significa ascolto a 360°. Niente a che vedere con la costrizione dell’evidenza e del miracolo che continuiamo a cercare libidinosamente. L’ascolto vero richiama accoglienza fatta con amore.

La costrizione dell’evidenza è figlia della necessità obbligante dell’ultimatum. È negazione della Paternità di Dio ed è negazione del nostro essere figli. È roba da dio dittatore che usa la madonna per obbligarci a fare i bravi bambini, dimentichi della nostra umanità e della nostra fede. La coercizione, l’obbedienza senza libertà, la schiavitù da segni e miracoli anche comprovati, è solo strategia di dominio, non certo di fede. È roba che va bene per i Caifa di turno che usano la religione per dominare e fare i propri comodi, anche quando si tratta semplicemente di decidere se fare una messa oppure no.

Noi, che siamo le folle, che chiediamo un segno, non siamo disposti alla fatica della libertà. Un segno è una minaccia, il miracolo è segno di disumanità, senza nulla togliere alla bellezza che può lo stesso portare nella vita di qualcuno. Un conto che noi viviamo il miracolo come dono e un altro conto è usare il miracolo per dominare e per dire che la nostra religione è l’unica vera che esiste. Se la nostra fede dipende dal miracolo, non è fede ma becera religione. Se la nostra fede diventa miracolo vivente perché ascolto della Parola e vita della Parola stessa in noi, allora è tutto un altro paio di maniche.

Senza questo ascolto noi siamo ciechi e continueremo ad essere guide cieche che guidano altri ciechi nel baratro della loro cecità. Anche se questo viene da un pulpito o da un prete o parroco o persona religiosa. Il nostro sguardo dipende dal nostro ascolto e dal nostro ricercare o meno potere. Se il nostro ascolto non è libero il nostro sguardo sarà schiavo di quegli strumenti che mi permettono di far crescere il numero e di avere maggiori adepti.

Fonte – Scuola Apostolica